rabbia e protesta nel nuovo album di fatima al-qadiri

Il secondo album dell'artista, Brute, si scaglia contro la crudeltà della polizia e l'oppressione sistemica, il tutto senza dire nemmeno una parola.

di Sharon Thiruchelvam
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08 marzo 2016, 2:10pm

Fatima Al Qadiri è la prova che l'elettronica può ancora dare un messaggio politico. Il secondo album dell'artista originaria del Kuwait, Brute, si apre con il sample di un LRAD, un'arma sonica letale utilizzata dalla polizia americana per il controllo della folla durante proteste come quella avvenuta a Ferguson o Occupy Wall Street, ma nel disco il suono è una chiamata all'azione. Anche alcune storie personali popolano l'album: "Ho partecipato a grandi proteste negli USA e ho dovuto rispettare il coprifuoco in Kuwait," racconta. Aveva 9 anni nel 1990, quando Saddam Hussein invase il suo piccolo Paese ricco di petrolio che confina con Iraq, Iran, Arabia Saudita e con il Golfo Persico. L'evento, che ha reso i genitori dei combattenti per la resistenza, influenza ancora oggi il suo sound unico e la sua estetica, inglobando numerosissime influenze come le soundtrack dei primi giochi per computer a 8 bit, l'hip hop e sonorità non occidentali. 

Brute, caratterizzato dal basso sporco tipico di Al Qadiri, synth corali e accordi in minore, è un disco sulla protesta, ma non "musica di protesta". Gli artisti Josh Kline e Babak Radboy hanno collaborato alla copertina dell'album che ha come soggetto un Teletubby con addosso una tuta da squadra SWAT, anche se "il disco è un album profondamente realista." i-D ha incontrato l'artista, che di recente si è trasferita da New York a Berlino, per parlare di potere, libertà e libertà d'espressione.

Cosa c'è dietro alla copertina dell'album, ai titoli delle tracce e al mood generale del disco?
Ci sono molte cose nel subconscio di una persona che ad un certo punto sputiamo fuori. Mentre lavoravo all'album ho avuto un incidente e credo ciò abbia contribuito a modificare il mio mood durante la produzione dato che ero costretta a letto. È stato oppressivo. Volevo riflettesse il mio esaurimento nervoso.

Esaurimento nervoso? Il disco ha un ritmo vorticoso.
Ero frustrata e arrabbiata mentre scrivevo il disco. Guardavo sempre Twitter, dove seguo molti attivisti, e di solito quando segui online gli eventi che stanno succedendo in giro per il mondo ti fai prendere dalle emozioni e poi passi oltre. Ma non sono riuscita a lasciare da parte la rabbia e l'angoscia. Continuavano a montare. Ti senti impotente quando osservi il rapporto che c'è tra le popolazioni emarginate e lo Stato, e mi sento vicina agli attivisti che sono per strada a protestare. Sono sempre cinque passi indietro rispetto alle agenzie di comunicazione, perciò è come osservare un qualcosa che non dà speranza, ma allo stesso tempo vuoi mostrare il tuo supporto e la tua solidarietà a distanza di chilometri, anche se guardi tutto da uno schermo. È una situazione difficile quella in cui ci troviamo.

Non vivere negli USA ha cambiato la tua visione sugli eventi che accadono lì?
Ho preso gli USA come esempio perché ultimamente sono visti come lo stato più potente del mondo, ma penso che la crudeltà della polizia nei confronti delle comunità emarginate esista ovunque. Guarda cosa è successo a Londra con Mark Duggan. Anche in Kuwait è così. È così ovunque. Il disco parla di potere, dell'avere i propri diritti e della possibilità di avere voce in capitolo, ma parla anche di illusione. Per me la più grande illusione è la libertà di associazione. Perché non ci sono più articoli e più dibattiti a riguardo? Quando ci sono delle proteste sembra che tutti parlino di tutto ma il cuore del problema è che ogni singola protesta viene dichiarata illegale ad un certo punto, e viene vista come violenta sin da subito. Se ci sono molte persone per strada subito dicono "Okay è una protesta violenta, blocchiamola." Queste pratiche autoritarie sono ciò che tengono unite le democrazie e i regimi autoritari. Hanno tolto il diritto di associazione in Francia dove è nata la democrazia! Se i contadini quella volta non fossero scesi per strada avrebbero ancora la monarchia ora!

Perché secondo te ora più musicisti parlano di questi problemi?
Credo che i musicisti e gli artisti creino musica in base a ciò che li ispira o li interessa. A volte tutto ciò che ha a che fare con la politica esercita una pressione totalizzante. Credo che la pressione che sento io si senta nella mia musica. La politica è così oppressiva e disgustosa che credo un disco strumentale sia la cosa più giusta da fare perché cosa potremmo mai dire su questa merda che non sia già stato detto mille volte da persone più colte? Diciamolo con la musica e basta. 

Esprime il concetto senza parole.
Esatto, tanto comunque si è senza parole. Tutte le comunità emarginate nel mondo sono senza parole. Mi sembrava che questa impotenza venisse trasmessa più accuratamente solo con il suono, senza parole. L'ho mandato a un paio di amici che di recente hanno assistito a proteste violente nei loro Paesi (Bahrein e Turchia), e mi hanno detto quanto gli ricordasse aver partecipato a quegli eventi, e questo mi ha commosso. Mi sembrava di aver mosso qualcosa dentro di loro.

Molti artisti che fanno musica ma anche arte non distinguono le due cose. E tu? 
Sto leggendo delle interviste a Marcel Duchamp ultimamente ed è un uomo incredibile. Gli chiedono sempre cose riguardo all'arte e all'essere un artista e lui risponde in maniera succinta: "L'arte è un modo di pensare." Spesso cito Preditah e lui dice, "Il grime è libertà". Sono la stessa cosa. Voglio la libertà di esprimere ciò che voglio esprimere, con il mezzo che voglio. Penso che questi "non rientri in questa o quella determinata categoria" non abbiano niente a che vedere con il proprio lavoro. È sono un costrutto. Un muro. Un'inibizione. L'arte in sé è contro la categorizzazione e contro le regole. Questo la dice lunga su com'è attualmente il mondo dell'arte e della musica.

Crediti


Testo Sharon Thiruchelvam
Foto Daniel Sannwald

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