A student being arrested during last year's student protests. Photography Imraan Christian.

i giovani volti dell'attivismo sudafricano

Il fotografo Imraan Christian immortala la generazione Z e la sua lotta contro il colonialismo.

di Courtney DeWitt
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26 luglio 2016, 2:20pm

A student being arrested during last year's student protests. Photography Imraan Christian.

L'anno scorso il fotografo di Città del Capo Imraan Christian ha attirato su di sé l'attenzione internazionale quando i suoi scatti delle proteste studentesche #feesmustfall del Sudafrica hanno messo in luce le conseguenze che l'apartheid ha avuto sulla generazione "born free" del Paese. Nei mesi successivi il 23enne è diventato una figura di spicco all'interno della new wave di creativi politicamente impegnati che stanno dando voce all'attivismo in ogni loro progetto, sia commerciale che personale.

La sua capacità di coniugare estetica e ideali lo ha portato a viaggiare nel Regno Unito per documentare il tour di Little Simz e gli ha permesso di collezionare fan tra le maggiori star internazionali come A$AP Rocky. Il rapper statunitense ha recentemente contattato Imraan per complimentarsi con lui; "Le tue foto sono incredibili fratello." i-D ha incontrato il fotografo per parlare della sua ultima serie che ritrae la nuova generazione di creativi e attivisti sudafricani e del motivo per cui "l'apatia è un lusso della borghesia."

Sei cresciuto in una nota zona di Città del Capo, quella dei cosiddetti Cape Flats. Com'è stato crescere e andare a scuola in quell'ambiente?
La vita in strada ti insegna molte cose ma la più importante è: "Dala what you must" ("Fai quello che devi fare"). Al sesto anno di scuola la mia maestra e il preside hanno consigliato ai miei genitori di mandarmi in una scuola che per me avrebbe rappresentato una sfida a livello accademico perché avevano paura che se fossi rimasto lì mi sarei ritrovato in qualche gang. Ora che ci penso, l'ambiente scolastico era tutto tranne che tranquillo, ma il fatto che io me ne sia dovuto andare la dice molto più lunga sul sistema educativo che sulla vita da gangster.

I miei genitori mi trasferirono in una scuola detta a "modello-c" (termine usato per descrivere una scuola frequentata prevalentemente da ragazzi bianchi). Queste scuole, come tante altre strutture di Città del Capo, non sono mai cambiate dopo l'apartheid. Nonostante il modo in cui vestivo, mangiavo, vivevo e respiravo, venivo comunque ridicolizzato perché parte di una classe inferiore. Io ero ormai diventato me stesso; un figlio della terra, e nessuna supremazia bianca mi avrebbe mai cambiato. Da allora ho sviluppato un forte spirito di resistenza.

In che termini vivere nella zona dei Cape Flats ha influito sulla tua arte?
Mi ha permesso di conoscere me stesso. Fin da giovane ho dovuto imparare a combattere la violenza perché era semplicemente la mia realtà; da quando ho memoria ho sempre scelto di combattere anziché scappare. Quando ti svegli ogni giorno e scegli di lottare poi diventa un qualcosa di insito nella tua natura, quindi quando ho iniziato interagire con il mondo dei più grandi e ho dovuto affrontare il razzismo istituzionale e i pregiudizi non c'era altra scelta: dovevo combattere.

Questa consapevolezza ha influenzato il mio lavoro in molti modi, in particolare ogni volta in cui mi sono scontrato con le brutalità della polizia e le intimidazioni, come durante le rivolte degli studenti dello scorso anno. Vivere nella zona dei Cape Flats mi ha permesso di apprezzare la bellezza del vivere una vita difficile; le persone più povere non solo soffrono, ma creano, amano, ballano e gioiscono. Sfatare il mito che considera i "cape coloured" dei semplici gangster è parte della mia missione. Voglio provare che abbiamo, come tutte le persone di colore, una vasta gamma di emozioni e talenti.

L'ombra dell'apartheid è ancora molto presente nella cultura del Sudafrica. Quali sono le cose contro le quali la tua generazione deve ancora combattere e che i più ignorano?
La cosa più importante contro la quale combattiamo è la convinzione che la nostra battaglia sia finita, anche se non lo è. Lo Stato che abbiamo oggi non è altro che un'apartheid che ha subito un lifting.

Immagina che il Sudafrica sia una persona e che i vampiri del colonialismo abbiano accoltellato questa persona per più di 400 anni per nutrirsi del suo sangue. La generazione Z vorrebbe estrarre quel pugnale, curare le ferite e alzarsi in piedi in un atto di libertà. Il problema è che i media, l'opinione pubblica, la storia e la cultura mettono in dubbio che questo pugnale effettivamente esista. Coloro che sono stremati da questa continua discussione e vogliono spazio per potersi alzare in piedi e proclamare la propria libertà vengono considerati 'radicali' e demonizzati.

Il ballerino e attivista Jarrel Mathebula. 

#Feesmustfall è stato un movimento importante, non solo per la tua generazione, ma anche per te e per il tuo lavoro. Raccontaci cosa è accaduto dopo che le tue foto sono state diffuse a livello internazionale?
Queste proteste si sono radicate profondamente nel mio animo e in quello di molti altri. La resistenza ha smesso di essere un'ideologia, un pensiero astratto da raccogliere nei saggi: è diventata azione. La polizia ha cessato di rappresentare ordine e giustizia e la loro brutalità li ha trasformati in dei gangster in uniforme blu. Il nostro Parlamento non ha più avuto il ruolo di leader della giustizia, ma si è convertito in un campo di battaglia. L'ironia sta nel fatto che eravamo dei semplici studenti disarmati che combattevano per un'educazione libera e socialista, la stessa che ci era stata promessa dopo il 1994, anno in cui l'apartheid è stato abolito. 

Dopo le proteste la mia carriera è cambiata completamente: i brand più conservativi e mainstream mi vedevano troppo propendente verso sinistra. Il mio percorso creativo si è spinto più verso una forma underground di creatività e ho iniziato a collaborare con artisti, attivisti e aziende che vengono considerati 'radicali', come me. 

Sei passato velocemente dal fotografare attivisti all'andare in tour con Lil Simz. Documentare la vita di musicisti e creativi ha la stessa importanza dei tuoi lavori più politicamente connotati per te?
Credo che ogni gesto sia politicamente connotato perché la sfera politica è intrinsecamente collegata a quella sociale ed economica. La musica rappresenta una componente importantissima del mio percorso artistico e Lil Simz è senza dubbio un'illuminata, è stato un onore poter passare del tempo con lei e con la famiglia dello SPACE AGE 101.

Ma, seriamente, una delle cose più folli dello stare a Londra è stato il fatto che quasi nessuno indossa colori sgargianti. È stato davvero stranissimo per me. Vedevo tutti vestiti di nero e colori tenui e io mi sentivo una specie di clown.

Lil Simz a Città del Capo.

Credi che la generazione Z stia davvero combattendo per il cambiamento o pensi che il cilma di incertezza nel quale siamo costretti a vivere ci porti ad essere apatici? 
Credo che l'apatia sia un lusso della borghesia. Come puoi stare a seduto a guardare mentre la casa del vicino va a fuoco? Credo che noi, in quanto giovani, stiamo imparando ad essere noi stessi, stiamo imparando ad essere i leader di domani. Abbiamo cercato di cambiare le cose e continueremo a farlo, anche solo esistendo. Quindi per rispondere alla tua domanda: no, non stiamo combattendo per il cambiamento. Noi stessi siamo il cambiamento.

@imraanchristian

Il modello e Attivista Sanele Xaba.

I rapper Dope Saint Jude.

Il collettivo artistico ToneSociety.

L'artista Tony Gum.

I Musicisti Lebogang Rasethaba e Spoek.

Le attiviste di Rhodes Must Fall.

Lo stilista Thabang Rabothata.

Crediti


Testo Courtney DeWitt
Foto Imraan Christian

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