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      opinioni Jacopo Bedussi 20 aprile 2017

      hannah baker a sangue freddo

      Il concetto di “consenso” tra giovani è ancora da discutere.

      Forse è presto per dire se questa bomba che ci è esplosa tra le mani resterà o farà la fine di Pokemon Go. Però la botta è stata forte e anche se ne stiamo scrivendo perché tutto corre forse andrebbe fatta sedimentare ancora un po'. Ma cerchiamo di tirare le fila, per quel che si può.

      Spoiler alert!

      Mi sono buttato sul nuovo arrivo di Netflix il giorno dopo l'uscita, forte solo della possibilità di passare una delle ultime serate della stagione sotto il piumone e di una certa voglia di qualcosa di nuovo. L'immacolato teen-drammone era lì ad aspettarmi, i titoli di testa strizzavano l'occhio a grafiche di dischi indie metà anni 2000 ormai dimenticati, ma che al tempo eravamo pronti a definire pietre miliari, o addirittura a farci tatuare i loro dimenticabili testi sul costato. Anche il tema, per quanto originale, sfruculiava le sinapsi alla ricerca di qualcosa di sopito e chi scrive scommetterebbe che il compositore si sia ispirato a Destroy the heart dei The House of Love, oscura band psychedelic-shoegaze inglese dei tardi anni '80, di quelle che le conosci se sei o molto molto sfigato o molto molto fissato o molto molto fighetto, ma capisco si tratti di una reference azzardata ai limiti della mitomania.

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      Dopo un paio di svarioni che hanno rischiato di farmi mollare e spegnere tutto, come quella scena fantascientifica in cui una madre ritira l'iPhone alla figlia sedicenne perché deve fare i compiti di matematica senza venire per questo accoltellata, il binge-watching ha colpito duro. Se i primi episodi sembravano volteggiare sul cazzeggio morboso intorno alla morte à la Pretty Little Liar, il quadro si fa presto peso e tetro.

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      Insomma la storia è ormai di dominio pubblico, eletta con foga plebiscitaria a grande romanzo della generazione Z: Hannah Baker s'è ammazzata perché i suoi compagni di scuola, chi più chi meno, sono degli stronzi che l'hanno fatta soffrire, chi più chi meno consapevolmente. Ma il suo passo disperatamente eroico e letterario alla giovane Werther, come ogni gesto dell'adolescenza, non è solo un beau geste iconico verso i rimorsi e i rimpianti degli altri. La tapina si prende la briga di incidere su delle audiocassette (un'altra scelta stilistica che al me trentenne stava facendo abbandonare tutta l'operazione gridando 'Kill all Hipsters!') il perché e il per come ognuno dei sopracitati stronzi le abbia fatto venire voglia di aprirsi i polsi e lasciarsi morire dissanguata. E più ci penso più ho l'impressione che questa declinazione pedagogica del levarsi di torno sia il vero motivo di un successo così enorme. Una cosa così semplice e a portata di mano che nessuno sembrava averla vista.

      Doesn't feel like it.

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      Questa vision poi, che adesso sembra l'unica cosa sensata, si allarga ad altri temi altrettanto dibattuti e caldi e li svela e li taglia con una mano di cui si dovrà tenere conto. C'è la lesbica, figlia di una coppia gay, che non fa coming out per non ferire i propri genitori, che altrimenti verrebbero accusati di essere 'gay che crescono figli gay'. C'è la fluidità di genere nell'adolescente etero un po' pallidino ed emaciato con septum. C'è il teenager carrozziere gay che fa da fratello maggiore, narratore onnisciente, losco picchiatore e autista contemporaneamente. C'è il quarterback osannato e paterno, che prende lezioni private dal protagonista (ma che fa una brutta fine). E ci sono molti altri personaggi, tutti con una loro storia ben delineata e credibile che spinge tutti noi a dire, prima o poi, "cazzo, ma è successo anche a me!" e immedesimarsi è il modo migliore per affezionarsi a qualcosa, serie tv comprese.

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      Tutto ciò ha a che fare probabilmente con la comunicazione, l'educazione affettiva e tutta la piega post-moderna che ha preso l'industria culturale negli ultimi 30 anni e che David Foster Wallace aveva descritto con puntualità e ironia. I motivi per cui Hannah si uccide si possono riassumere in slut-shaming, body-shaming, rapporti-complicati-tra-ragazze ed enorme e forse inclusivo di tutto questo un discorso magistrale su cosa siano il sesso e il sesso consensuale e come vada regolato. Il tutto non è descritto con le pennellate polisemiche proprie di un prodotto artistico 'alto' ma con dei mattoncini di senso lineari. Chiari. Inattaccabili. Non ci sono letture multiple. Non è una narrazione, è un manuale.

      Won't be needing this anymore.

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      Ma forse di questo ha bisogno una generazione che cresce in un mondo di alternative facts e post truth: di un libro di testo, di una reference archetipica. E se questa Iliade degli anni 2010 l'ha dovuta scrivere Selena Gomez tanto meglio, perché i vecchi, comunque, hanno sempre torto. Se per il trentenne che scrive questi sono entusiasmanti esotismi progressisti mentre le audiocassette e i Joy Division sono madeleine di un'adolescenza indie, per i quattordicenni che guardano è l'esatto opposto: quella è la realtà, il resto è solo cartapesta.

      Crediti

      Testo Jacopo Bedussi

      Foto via @Instagram

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      Tematiche:opinioni, hannah baker, 13, 13 reasons why, netflix, serie tv, suicidio, teen drama, adolescenti, bullismo, a sangue freddo

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