Fotografia di Alba Zari

ho incontrato mio padre in un rendering 3d

"The Y" è il progetto documentaristico, fotografico e familiare della fotografa Alba Zari, alla ricerca dell'identità e del nome del padre biologico che non ha mai conosciuto.

di Elena Viale
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05 settembre 2019, 10:33am

Fotografia di Alba Zari

Le uniche persone che ho invidiato in gioventù sono quelle che non sentivano il bisogno di fare pace con il posto da cui venivano: rispondere alle domande chi siamo? e da dove veniamo? è sempre stato più importante per me che rispondere a dove andiamo? e perché?, informazioni innecessarie e volubili. Forse anche per questo, all’Offspring PhotoMeet di qualche mese fa sono rimasta così colpita dal lavoro di Alba Zari The Y.

The Y è un progetto di ricerca del proprio padre biologico che la fotografa Alba Zari ha cominciato anni fa, dopo aver scoperto di non condividere il DNA né del suo padre legale né del suo padre putativo. Ha iniziato così un’indagine che unisce l’estremamente personale—l’argomento è, ovviamente, quanto di più intimo ci sia—e la ricostruzione scientifica attraverso ricerca di archivi fotografici, scartoffie burocratiche e proiezioni 3D.

All’inizio il progetto aveva ai miei occhi un che di doloroso e ossessivo che faceva parte del suo fascino ma non capivo da dove venisse—poi, anche chiacchierando con Alba, mi sono resa conto che l’identità è un argomento difficile quasi per tutti, al di là del nome del padre.

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La tua biografia è multigeografica—sei nata a Bangkok, hai studiato a Bologna, Milano e New York, vivi nel Regno Unito. Già a Londra mi chiedevo come questo ha influenzato il tuo concetto di identità, che alla fine è quello che cerchi nel progetto.
Sì, è appunto questa mancanza di un luogo che posso identificare come casa, come radici nel senso di appartenenza, che mi ha portata a questa ricerca per provare a ricostruire la mia identità. A parte questa grande assenza [ del padre], anche cambiare tante città e paesi fin da piccola ti porta a una sorta di diaspora. Ecco perché forse, al contrario, The Y è molto rigoroso: perché ho cercato di mettere tutte le cose a posto, di catalogarle e mettere ordine nella mia vita.

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Mi puoi raccontare un po’ come è nato The Y?
È nato durante la residenza a Fabrica. Per i primi sei mesi l’ho sviluppato lì, poi ho portato avanti il progetto per conto mio, sempre curato da Francesca Serravalle che mi ha seguito dall’inizio. È stato importante usare il mezzo fotografico perché—a parte che è il linguaggio che uso meglio e con il quale riesco a esprimere più sfumature—si è prestato a essere usato in molti modi.

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Infatti, la fotografia è un mezzo che si moltiplica nel tuo lavoro: non è solo lo scatto ma anche l’archivio e la ricostruzione ipotetica, no?
Sì, a partire dall’archivio di famiglia, quindi dall’andare a recuperare tutte le immagini di famiglia per dargli una logica—perché guardando quel padre che non è il mio ho dovuto reinterpretare la realtà. Di solito pensi che la fotografia sia un documento, che dica la verità. Invece è relativa, una proiezione, una manipolazione della propria verità. Poi ci sono stati i documenti, le prove, il test del DNA e la ricerca di una realtà oggettiva. E infine una ricerca di verità fisionomica: ho paragonato i miei lineamenti a quelli della famiglia materna e poi ho fatto un percorso di esclusione, ricostruendo l’immagine di questo padre di cui non ho nemmeno una fotografia. Il 3D, l’avatar che nasce dopo il lavoro fisionomico, è l’immagine che per me più si avvicina a mio padre. Ogni modo in cui ho usato il mezzo fotografico l’ho usato per scoprire la mia verità.

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Questa ricerca non l’hai conclusa, e volendo è un po’ inconcludibile. Ma al di là dell’obiettivo di per sé della ricerca, in questo processo hai scoperto altre cose su di te e sulla tua famiglia?
Sì, tante e varie. È stato un percorso di accettazione. Per esempio subito all’inizio capire perché mi è stata omessa questa verità e quindi capire il punto di vista di mia madre, mia nonna e tutte le persone che per 25 anni mi avevano nascosto questa informazione. Anche se è stato doloroso affrontare questa verità, oggi il rapporto è più onesto. Ancora prima, elaborare da dove venisse questa mia necessità di sapere.

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Una cosa che amo del progetto è il filo che unisce una ricerca così personale nel contenuto con un quasi reportage giornalistico, documentaristico. Dalle ricerche sul post-Legge Basaglia al progetto sui disordini alimentari diffusi nella società americana, questo è un punto fisso della tua produzione, no?
È un approccio che dà senso e valore a prescindere dal progetto personale. Volevo evitare la retorica il sentimentalismo, visto che sono cose più private e personali, mentre è importante per esempio la prima parte di investigazione e ricerca. Per me è importante fare un lavoro di profonda ricerca, anche di mesi e di anni prima di creare e produrre il lavoro fotografico, lo farò prossimo progetto e l’ho fatto anche prima.

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Ora su cosa stai lavorando?
Il prossimo progetto si chiamerà Occult e in qualche modo è già stato anticipato, nel senso che ho fatto la mostra al MAR, il museo di Arte della Città di Ravenna. Sarà sui bambini di Dio, una setta americana nata nel ’68 che usava l’amore libero per adescare più persone possibili. Quasi una forma di prostituzione in nome di Dio, in cui le donne dovevano tenere tutti i bambini e sacrificare il proprio corpo ai membri del gruppo. Sono ancora in fase di elaborazione del lavoro, ma partirà dalla propaganda e sarà anch’esso una storia personale—una sorta di capitolo due.

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