Fotografia di Rosario Rex di Salvo

abbiamo intervistato mama cax, una goddess a milano

Musa, icona e dea della body-positivity, Mama Cax ci ha raccontato in questa lunga intervista il suo percorso verso l'accettazione.

di Gloria Maria Cappelletti
|
18 ottobre 2019, 11:27am

Fotografia di Rosario Rex di Salvo

Lo ammetto, passo molto tempo su Instagram. Ogni giorno faccio ricerca di profili interessanti, ma non mi capita spesso di avere colpi di fulmine creativi al primo sguardo. È andata diversamente quando ho scoperto Mama Cax, e posso dire di essere rimasta folgorata. Innanzitutto, sono stata affascinata dalla sua bellezza statuaria e regale; mi è sembrata una dea antica e potente. Dopodiché ho scoperto la sua forza vitale, il suo coraggio e la generosità con cui condivide il suo segreto di ricerca interiore. Ovviamente le ho subito scritto un DM e lei mi ha risposto dicendo che sarebbe venuta presto a Milano per assistere ad un evento di moda. A volte le situazioni che hanno ragion d’essere si creano, come per magia. Ci siamo incontrate e mi sono fatta raccontare della sua infanzia trascorsa ad Haiti, dei mesi dolorosi passati in ospedale negli Stati Uniti, di quanto costano le protesi, dei viaggi transoceanici, il suo blog e il look super sexy che ha indossato per Rihanna.

Prima di tutto volevo chiederti qualcosa riguardo al tuo nome ‘CAX’.
È il mio soprannome, il mio vero nome è Caxmi. Mama Cax è invece il nome che uso per il mio travel blog.

So che sei Haitiana e Americana, dove hai trascorso la tua infanzia?
Sono nata a Brooklyn, New York. Poi la mia famiglia si è trasferita a Montreal e quando ero ancora molto piccola ci siamo spostati ad Haiti, a Port-au-Prince, dove ho passato la maggior parte della mia infanzia con le mie quattro sorelle. Abbiamo vissuto lì per dieci anni, poi siamo tornati a New York quando avevo 15 anni.

1571390530997-DSC_6911

Com’è stato crescere ad Haiti? È un paese di cui si parla molto poco, ricco di contraddizioni, ridotto in povertà ma molto attivo culturalmente e ha una storia estremamente importante.
Ci sono andata quando avevo 5 anni. Quando sei piccolo non riesci a percepire il mondo in maniera molto lucida, e non ti rendi conto di molte cose. Quindi per me era come stare in un piccolo paradiso. Il tempo era sempre bello e non faceva mai freddo, andavamo al mare ogni weekend. Crescendo mi sono resa sempre più contro della corruzione, dell’instabilità, della differenza abissale tra i ricchi e i poveri; anche se non credo che tutto questo abbia rovinato la cultura del mio paese. Haiti è la prima repubblica nera indipendente della storia, gli schiavi hanno organizzato e comandato la Rivoluzione contro i coloni francesi. Penso che nel corso degli anni abbiamo mantenuto la grande forza che ci contraddistingue, e la dimostriamo in ogni cosa che facciamo. Siamo passati e siamo tuttora in situazioni drastiche e difficili, ma anche dopo il terremoto del 2010, come nazione e società, abbiamo subito ripreso a lavorare e a mandare a scuola i nostri figli. Il mio stile e la mia forza nascono anche da questo contesto culturale.

Sei un emblema di resilienza, credi che questa energia sia strettamente legata alle tue origini Haitiane?
Assolutamente. Le donne di Haiti sono molto forti. Ci trattano come adulte già da piccolissime e questo non va sempre bene, ma questa educazione ci fa anche maturare in fretta. È un’arma a doppio taglio, da un lato è bellissimo perché ci permette di essere molto indipendenti e risolvere i nostri traumi, dall’altro tutta questa forza fa in modo che i momenti difficili o le malattie mentali vengano messi in secondo piano. Non crediamo che esistano la depressione o nessun tipo di malattia mentale, e ci aspettiamo che le donne siano forti sempre e comunque.

1571390754792-__5_01147

Questo forte senso di comunità e condivisione è radicato nella cultura Haitiana, soprattutto tra donne. È un sentimento che non è insito in tutte le culture del mondo.
Noi di Haiti abbiamo una concezione di famiglia davvero importante. Le donne tendono a lavorare insieme e a darsi costantemente una mano. Crediamo molto nel fatto che più persone ci sono e meglio si riesce ad ottenere ciò che si vuole. Quando sono dovuta tornare negli Stati Uniti ho passato diversi mesi in ospedale e mia mamma non ce l’avrebbe mai fatta da sola. Infatti mia nonna, mia zia, amiche di famiglia e gente che nemmeno conoscevo ci hanno dato una mano. La comunità haitiana porta questo senso di comunità ovunque, anche quando non siamo ad Haiti. Ovunque siamo troviamo la nostra comunità e ci supportiamo a vicenda.

Quindi ti sei trasferita negli Stati Uniti quando hai scoperto di essere malata?
Si, abbiamo deciso di spostarci negli Stati Uniti per iniziare le cure mediche. Quando sono arrivata mi è stato diagnosticato un cancro alle ossa che stava già espandendosi nei polmoni. Ho fatto dei cicli di chemioterapie e si pensava che bastasse un trapianto dell’anca, invece continuavo a rigettare il midollo osseo. La seconda soluzione era l’amputazione. Questa condizione mi ha aperto una visione completamente nuova, ho iniziato a scrivere un blog per parlare di body-positivity. Questa è diventata la mia missione per dare voce alle ragazze come me e spronarle ad amarsi così come sono. Forse sembra una frase banale, ma è un concetto davvero profondo in realtà. Ho sperimentato sulla mia pelle la depressione, so benissimo come fa sentire, so che riesce a paralizzarti e ti fa sentire come se non fossi all’altezza di niente, nemmeno dei tuoi sogni o di essere amata. Ho capito che molti dei problemi che ho avuto erano causati dal fatto che non mi accettassi, e una volta superato questo stato depressivo ho iniziato a volermi bene. Voglio che anche le altre persone imparino a farlo e smettano di pensare di non valere abbastanza. Quando ho iniziato a fare la modella non credevo per nulla in me stessa. Mi dicevo “Che ci faccio qui? Ho una protesi alla gamba, ho le stampelle, non sono magra abbastanza”. Ma ho continuato e mi sono detta che ce l’avrei fatta.

1571390811878-DSC_6784

Puoi parlarmi del sistema sanitario negli Stati Uniti? Ad esempio, una domanda molto pratica, il costo delle protesi viene coperto dalle assicurazioni?
Molte persone non hanno assicurazioni che coprono l’acquisto delle protesi. Sono molto costose, e se sei fortunato puoi inserirti nella lista di attesa per ricevere delle concessioni dallo Stato. Per me non è mai stato così fondamentale trovare delle protesi tecnologicamente avanzate. Io volevo che fossero belle da vedere, cool, non volevo delle protesi classiche. Così sono riuscita a diventare ambasciatrice di un’azienda che produce delle coperture per protesi, e lavorando per loro sono riuscita a collezionarne tra le 15 e le 18, sono molto artistiche e particolari. Però tutte costano tra i $200 e $400, e quindi molte persone non possono permettersele. Comunque so che molti stanno sperimentando nel farsele da soli, in casa, con la stampante 3D. Ad ogni modo quando le ragazze che mi seguono hanno iniziato a farmi tante domande specifiche sul dove comprarle, sul fatto che costino troppo, se si possono comprare in Europa, in quel momento ho capito che queste protesi mi hanno sicuramente dato una voce, mi hanno fatto riscoprire la mia bellezza, ma ho anche sentito il bisogno fortissimo di spiegare alla gente che non ho bisogno di questo accessorio per sentirmi stupenda. Quello che sto cercando di fare adesso è uscire sempre più spesso senza protesi e non indossarle durante gli shootings. Così spero che le ragazze si sentano comunque belle e libere di non avere questi accessori così costosi.

Forse un giorno queste aziende decideranno di produrre una linea di protesi più economiche...
Penso che il problema principale sia quello che ci sono amputati che le indossano, e alcuni che non le indossano. Non è un mercato che ha molta richiesta perché non esiste ancora un senso estetico definito. La gente non cerca di rendere più belle le protesi o di customizzarle. A me piace invece l’idea che la gente si crei la propria, per questo spero che la sperimentazione in 3D continui.

1571390868903-DSC_6782

Tu hai studiato in tante città diverse, hai quindi pensato di creare un blog di viaggio perché ti spostavi di continuo?
Quando ho finito l’università ho deciso di aprire il mio blog, perché volevo fare un viaggio in Sud-Est Asiatico. Non esistono molti blog che descrivono i viaggi delle persone disabili. Volevo creare una piattaforma così che se a qualcuno si spezza una stampella, sa cosa fare in quel caso, oppure se si hanno dei problemi alla protesi, capisci come cercare un esperto nella zona. Erano tutte informazioni di cui avevo bisogno prima di intraprendere il mio viaggio, e visto che non ne avevo trovato nessuna ho deciso di iniziare a documentarle io. Così ho iniziato il mio blog, che poi è diventato quasi subito molto più orientato alla moda, perché è ciò che amo di più. In realtà il blog è diventato una piattaforma su cui parlo di qualsiasi cosa mi interessi, sempre attraverso lo sguardo di una donna nera con una disabilità. Ci sono tantissime blogger al mondo, ma è forse più interessante se c’è un punto di vista differente. Quando parlo di viaggi, parlo sempre di quanto è accessibile quel paese per una persona con disabilità. Quando parlo di moda invece mi concentro sui brand che so essere più inclusivi.

È difficile che la gente si interessi a questi argomenti finche uno non prova difficoltà sulla propria pelle, sei d’accordo?
Questo è il motivo per cui ci sono sempre due obiettivi quando si vuole mandare un messaggio forte. Il primo è diretto alle persone senza disabilità, che possono utilizzare o aver bisogno delle stesse necessità di chi ha disabilità. Per esempio donne incinte, oppure chi trasporta un passeggino, se sei anziano, o se ti sei rotto per esempio una gamba. La seconda parte del messaggio è diretta alle persone disabili, per rassicurarle sul fatto che qualsiasi cosa vogliano fare o qualsiasi posto vogliano vedere, anche se sembra impossibile, sono solo prove che possono essere superate. Ci sono modi per valicare questo ostacoli.

1571390906157-__3_01145

Qual è la nazione che hai scoperto essere la più preparata alle necessità delle persone disabili, quella più forward-thinker ed evoluta?
Sono stata in Danimarca recentemente e ho visto che il loro sistema non è per nulla male. Dalle più piccole cose come salire su un bus, l’accesso alla metro o l’asfaltatura dei pavimenti. Vorrei poter dire che questo paese è il numero uno, anche se Londra mi ha molto stupito in positivo. In America sono stata diverse volte a Eugene in Oregon e loro sono davvero molto preparati. Non pensano ad un solo tipo di disabilità quando progettano le strutture della città, pensano davvero a tanti tipi di problematiche e sono molto attenti. NYC è l’inferno invece, anche se ci vivo ed è una città stupenda.

1571390943187-img086

Com’è stato lavorare con Rihanna? Ho visto il look che hai indossato, molto sexy!
È stato stupendo. Mi ha chiamato due giorni prima della sfilata, il giorno stesso abbiamo fatto almeno quattro prove. Era felice che fossi lì anche io con tutte le altre modelle e io ero tipo ‘sono io quella felice di essere qui!’. È stato troppo bello. Non posso immaginare un’altra città come NY che sia così inclusiva nel mondo delle modelle.

Raccontaci il look di Savage x Fenty che hai indossato...
Oddio, ero tutta in nero. Ho indossato un corsetto in pizzo attillatissimo, molto sexy, calze nere velate, guanti da sera e una mascherina con veletta, molto seducente.

Quali sono i tuoi piani futuri?
Uno dei miei sogni più grandi è creare un IGTV. Non voglio fare podcast perché sono una persona molto visiva. La mia idea è quella di presentare al mio pubblico le persone con disabilità che mi sono vicine e avere delle conversazioni regolari con loro, toccando qualsiasi argomento. Cibo, locali, vintage shops, sesso, body-positivity, insomma parlare di tutto tranne che di disabilità in modo diretto. Perchè il focus non dev’essere la disabilità, anzi, dev’essere la normalità. Voglio che sia un progetto educativo. Anche come modella voglio spingere un pò di più le barriere, per esempio nessuna persona con disabilità fa campagne per vestiti da sposa. Voglio presentarmi ovunque e soprattutto dove la diversità non è ancora normalizzata.

1571390981687-DSC_6869

Segui i-D su Instagram e Facebook

Un'altra paladina della body-positivity è Vita Bernik, ve la presentiamo qui:

Crediti

Testo di Gloria Maria Cappelletti
Fotografia di Rosario Rex di Salvo

Tagged:
HAITI
Features
Body Positivity
girlpower
Fenty
fashion stories
mama cax
interviste di cultura