Pubblicità

i-Q: valerio sirna

Parliamo con l'artista multidisciplinare e flâneur contemporaneo di percorsi urbani e scoperte sublimi nel backstage di Gucci.

di Gloria Maria Cappelletti
|
31 maggio 2017, 4:25pm

Ci racconti da dove nasce la tua pratica artistica e cosa ti ispira ancora oggi?
Il teatro è un elemento presente nella mia vita fin dall'infanzia, ne ho sempre sentito il richiamo. Negli anni poi, cosa voglia dire "fare teatro" ha assunto molti significati diversi, contaminandosi con altri linguaggi e movimenti, dalla danza all'architettura, dall'antropologia, alle ricerche sociali, passando inevitabilmente per il cinema e la musica. Ho lavorato come interprete per diverse compagnie, coreografi e registi.

Uno dei temi intorno al quale si sta sviluppando la mia ricerca oggi è il rapporto tra reale e rappresentazione. La compagnia che ho fondato insieme a Leonardo Delogu nel 2014, DOM-, si occupa prevalentemente della relazione tra corpo e paesaggio. Lavoriamo spesso nello spazio urbano, utilizzando la pratica del camminare come strumento di conoscenza e di ascolto del circostante. La nostra ultima opera, L'uomo che cammina, realizzata insieme alla danzatrice Hélène Gautier, prende il titolo dal graphic novel di Jiro Taniguchi, ed è un viaggio a piedi di quattro ore per 15 spettatori alla volta. Il pubblico è invitato a seguire, mantenendo una certa distanza, un misterioso uomo di mezza età che percorre passeggiando la città, e senza dare spiegazioni, attraversa una varietà di spazi quali, ad esempio, un giardino, un campo incolto, una fabbrica abbandonata, una piscina pubblica, una cava, il letto di un fiume, un rettilario, una spiaggia affollata, un cimitero, un parcheggio desertico. La creazione del percorso e l'accostamento di alcuni luoghi è già di per sé drammaturgia, e sviluppa dunque una narrazione. La percezione che il pubblico ha dell'ambiente in cui si muove comincia ad essere alterata quando alcune figure o alcuni elementi appaiono nel paesaggio - un bambino, una presenza angelica, un corpo a terra, una macchina con una musica, una pistola - e senza alcuna spettacolarità inducono uno stato di attenzione tale da far dubitare di cosa sia vero e cosa finto. In una delle recensioni del lavoro si è parlato di un "über-spettacolo delle piccole cose" in cui il piano della realtà e quello della rappresentazione si slabbrano e sfiorano una fluidità incontrollata.

Come hai sviluppato il tuo linguaggio del corpo?
Dopo gli iniziali studi di recitazione e alcuni spettacoli di prosa, il mio interesse si è sempre più spostato verso il teatro di ricerca. Uno dei primi incontri fondamentali è stato il Teatro Valdoca, diretto da Cesare Ronconi e Mariangela Gualtieri. Da lì, l'interesse che si era acceso intorno allo studio del movimento è maturato grazie ad un corso biennale di formazione, Scritture per la danza contemporanea, diretto da Raffaella Giordano, fondatrice di una delle storiche compagnie di danza italiana, Sosta Palmizi. In seguito ho lavorato con un altro membro della Sosta Palmizi, Giorgio Rossi. E poi ancora un triennio di studi con la guida di Claude Coldy, uno dei fondatori della Danza Sensibile®: disciplina che lega le pratiche della danza al lavoro in natura e alle tecniche d'ascolto dell'osteopatia. Negli ultimi anni, un altro incontro importante è stato quello con la compagnia Habillè d'eau, diretta da Silvia Rampelli. Il lavoro sulla parola e sulla scrittura scenica invece, tutt'altro che marginale in questo percorso di studi piuttosto anarchico ed intuitivo, è stato mantenuto acceso e nutrito dallo studio e dalle collaborazioni con l'attrice Daria Deflorian. Devo molto a questi miei maestri.

Che emozioni vuoi suscitare nel pubblico?
Non credo che emozionare sia esattamente l'obiettivo del mio lavoro. L'emozione, se arriva, è il risultato della riconfigurazione percettiva che l'opera suscita in chi guarda. Interpreto il teatro come la possibilità di offrire una visione. Questo atto ha a che fare con il coraggio di esporsi, con la vertigine e la responsabilità di essere in luce di fronte ad un pubblico per tentare di rendere manifesta una visione del mondo attraverso la creazione di un immaginario. Piuttosto che imporre la propria presenza, si tratta di lasciarsi guardare, o di creare le condizioni per cui l'opera si lasci guardare, e di rendersi un canale comunicativo per qualcosa che, nel migliore dei casi, è al di là di noi e della nostra volontà. Un processo che va accostato con delicatezza e con una sorta di pudore, perché spinge sulla soglia dell'incerto.

Che cosa significa per te Bellezza? E cosa la rende contemporanea?
La bellezza per me sta nel paradosso. Per esemplificare, torniamo a parlare del tema dei luoghi. Trovo che siano belli quegli spazi irrisolti e non rassicuranti in cui le cose non tornano e in cui emerge il rapporto complesso tra la nostra specie umana e il suo abitare la Terra. In anni di perlustrazioni ho collezionato e campionato una gran quantità di posti del genere: spiagge inquinate, fabbriche abbandonate che il tempo trasforma in giardini, autostrade e cavalcavia, cantieri, pozzi petroliferi immersi in foreste secolari, centri commerciali e aeroporti, caseggiati popolari giganteschi, strutture incompiute. Mi sono spinto spesso in quegli spazi paradossali in cui bellezza e distruzione, selvatichezza e addomesticamento, natura e artificio, sono fusi e confusi. È da quel nodo, da quella contraddizione, che riesco a guardare il mondo.

Qual e' stata la tua prima reazione quando Alessandro Michele ti ha chiesto di sfilare per Gucci?
Ho saltellato dappertutto e fatto un giro in bicicletta andando velocissimo.

Tra backstage e passerella, hai qualche aneddoto divertente da raccontarci?
Tra la grande stanza affollatissima in cui le modelle e i modelli si preparavano e l'ingresso in passerella c'era un altro ambiente, diviso da pannelli divisori, uno spazio soprannaturale in cui tutta la collezione riposava ordinatamente sugli stender in attesa di mostrarsi al mondo. Sopra ogni look c'erano un numero, il nome e la foto della persona che l'avrebbe indossato. La densità energetica di quella sala era altissima. Qualcosa mi ha fatto pensare di essere in un cimitero. Finalmente trovo il mio look in un angolo a destra, e per un istante ho avuto la sensazione di essere di fronte alla mia tomba - una tomba fighissima. Non so, è abbastanza divertente questo aneddoto?

Progetti futuri?
Questa estate riprenderà il ciclo di esplorazioni urbane MAMMA ROMA, dedicato ad alcuni quartieri periferici nel nord della città. La partecipazione è aperta a tutti previa prenotazione. Poi in ottobre allestiremo L'uomo che cammina a Cagliari con la produzione del Teatro Stabile di Sardegna, e nel 2018 a Roma, forse a Milano e poi Marsiglia e New York. Parallelamente, un altro progetto per il palcoscenico di cui sono autore insieme ad Elisa Pol, I giardini di Kensington, è finalista al premio Scenario, un importante riconoscimento nazionale agli autori under 35; le finali si terranno al Festival di Santarcangelo dal 10 al 12 luglio, un bellissimo festival di arti performative che consiglio di visitare. Forse arriverà anche un film, ma non posso ancora dire nulla.

Crediti


Testo Gloria Maria Cappelletti
Foto Guglielmo Profeti
Un ringraziamento speciale a Gucci e Alessandro Michele

Tagged:
Gucci
Performance
teatro
intervista
alessandro michele
i-q
valerio sirna