abbiamo intervistato damir doma, il designer cosmopolita che a parigi ha preferito milano

In occasione della sua prima sfilata a Milano per la settimana delle moda femminile, Damir Doma ci racconta in esclusiva la sua nuova collezione, il motivo del suo trasferimento a Milano e il segreto per bruciare le tappe senza bruciarsi.

di Eloisa Reverie Vezzosi
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25 settembre 2015, 9:00am

Ho incontrato Damir Doma alla vigilia della sua prima sfilata a Milano durante la Settimana della Moda Donna e dopo il suo ufficiale trasferimento da Parigi. Mi ero preparata a entrare nel suo mondo monocromatico, a conoscere la sua sottile raffinatezza e poetica presenza. Ero pronta a incontrare il suo cuore sensibile che, come diceva Yves Saint Laurent, rappresenta il primo e unico indice di eleganza. È bastato uno sguardo, qualche cenno, poche delicate parole e tutte le mie attese sono state confermate. 

Nato nel 1981 a Virovitica, in Croazia, Damir Doma è cresciuto nel sud della Germania tra le stoffe della madre, prima di diplomarsi, iniziare a lavorare per Ann Demeulemeester e Raf Simons, viaggiare e creare senza più fermarsi. Nel 2006 ha aperto a Parigi la sua omonima maison, nel 2007 ha lanciato la sua collezione maschile e, evitando di elencare la lunga serie di tappe e date della sua storia, nel 2014 per la prima volta il suo show ha lasciato la Francia in occasione del fiorentino Pitti W. Nel 2015 ha sentito il bisogno di un cambiamento e ha deciso di spostare il suo headquarter a Milano in via Savona. Il motivo? L'ha rivelato nell'intervista.
Abbiamo parlato col giovane designer che si è fatto da solo e ha conquistato il mondo con la sua ricercatezza e raffinatezza dai colori monocromatici per conoscere in anteprima la collezione che presenterà il 27 settembre in passerella, il suo processo creativo e la sua definizione di bellezza.

Parlaci della città della tua vita e quello che hanno rappresentato.
Sono nato in Croazia e sono cresciuto prima in Germania, vicino a Monaco, poi mi sono spostato a Berlino, Anversa, Parigi e oggi a Milano. Penso che questa sia la storia di molte persone della mia età, la storia di molti "immigrati", di persone che lasciano le proprie case per spostarsi altrove. È la storia di un mondo moderno fatto di persone con una mentalità aperta. Penso che quando si è giovani bisogna viaggiare e spostarsi, ed è bellissimo che l'Europa ce lo permetta. Non ho mai avuto dubbi quando ho deciso di spostarmi da una città all'altra. Per me è sempre stato un passo facile e naturale. Per quanto riguarda il mio DNA, se qualcuno mi chiedesse qual è la mia nazionalità io risponderei che sono europeo. Ho vissuto poi in così tanti luoghi che non penso mai limitatamente a un solo stato, per me è quello che conta è il mix di culture diverse ed è questo che puoi vedere nel mio lavoro e nei miei riferimenti. Prendo ispirazione ovunque, non sono preoccupato o spaventato di scegliere e non voglio limitare me stesso.

Perché hai deciso di spostarti a Milano?
Milano è stata una scelta molto pragmatica. Ho cominciato tre anni fa a venire qui e nelle zone limitrofe dove ci sono aree di meravigliosi atelier e piccole fabbriche per realizzare le mie collezioni. Anche se vivevo a Parigi, in questi ultimi anni, venivo ogni due settimane. Quindi potete capire come per me non sia stato un salto nel buio. Ha rappresentato un piccolo passo, niente di completamente diverso. Quando sono arrivato qui avevo già il mio ambiente, amici, colleghi, fabbriche di riferimento. Noi siamo una realtà piccola, ci concentriamo sul prodotto e sulla creazione: questo è quello che vogliamo dare alle persone. Non siamo un grande marchio, preferiamo dedicarci a quello in cui siamo bravi e migliorare sempre di più Questo è il motivo per cui sono qui oggi. Dopo 8 anni a Parigi, mi sono sentito pronto per qualcosa di nuovo. Amo molto Milano e quando mi sono confrontato per capire in quale città spostarci, per me non c'erano altre opzioni. Era anche il momento giusto. Se qualcuno mi avesse chiesto di trasferirmi qua 5 anni fa, avrei detto di no. Sento che le cose stanno cambiando e ne sono felice.

Hai iniziato la tua carriera nel mondo della moda da giovanissimo. Hai rivelato che il segreto del tuo successo è stato quello di aver bruciato le tappe. Come bruciare la tappe senza bruciarsi? 
Sono cresciuto nella moda e circondato da abiti e vestiti. Non mi sono mai messo a pensare a quello che sarei voluto diventare da grande, è avvenuto tutto naturalmente. Sono andato a scuola, l'ho finita e poi ho cominciato da quello che conoscevo meglio anche perché era il campo in cui lavorava la mia famiglia e inoltre mia madre è una fashion designer. Era semplicemente qualcosa che conoscevo. Penso che molti bambini diventino quello che i loro genitor hanno fatto prima: perché vuol dire che non sei spaventato dalle cose che già consoci ed è facile per te anticipare quello che sarà e come sarà.

 In tema col nostro "The coming of age issue", che consiglio daresti ai giovani che sognano il mondo della moda?Dopo aver fatto questo per 8 anni, posso dire che non è facile creare e portare avanti un'azienda. Tanti sono infatti i problemi che ci si trova ad affrontare. Sono sicuro però che la cosa più importare sia cercare di rimanere se stessi sempre. Dico "cercare" perché so che non è facile. Ci sono così tante persone che provano a influenzarti, dare la loro opinione ed è  facile distrarti. Essere quindi fedeli a se stessi è fondamentale insieme al fatto di imparare a non avere rimpianti. Vorrei suggerire a tutti di lavorare il più duramente possibile. Se hai la possibilità o l'occasione di fare qualcosa e non dai il tuo 100%, potresti pentirtene. E la cosa peggiore nella vita è guardarsi indietro e avere rimpianti.

Damir Doma è riconosciuto come marchio intellettuale, poetico, minimalista che rappresenta la "new elite of luxury designers". Tu come lo descriveresti?
È divertente perché questi aggettivi mi sono stati dati sin dall'inizio e non ho mai capito come mai! (sorride).
Prendo ispirazione dalla cultura e dall'arte. Il mio lavoro è concettuale e non potrei mai immaginare di essere ispirato da quello che vedo per strada. Ok, puoi camminare e rimanere colpito da qualche particolare ma io non potrei mai costruire un'intera collezione semplicemente da quello che vedo per strada. Sento il bisogno di mettere tutto insiemesecondo un ordine che mi permetta di costruire qualcosa che parta dall'ispirazione di base. 

Facendo attenzione alle tue fonti di ispirazione dai moodboard delle tue collezioni passate fino all'"Architecture Series" del tuo account Instagram, mi viene spontaneo chiedere il tuo parere sul rapporto arte-moda, architettura-scultura... In poche parole: che forma ha lo stile Damir Doma? 
Più conosco l'arte e più resto sorpreso da quanto sia interconnessa. Si è pensato per lungo tempo che gli artisti volevano collaborare con la moda per paura che le loro opere non avessero il giusto risalto. Ma in realtà gli artisti sono meno spaventati da questa industria. Sostengo infatti che nel mondo di oggi le cose siano cambiate: è avvenuta una naturale transizione dalla moda all'arte. Alcuni artisti infatti sono diventati ancor più commerciali di molti designer. Oggi l'arte è sempre più guidata dal marketing, così come accade nella moda ma, allo stesso tempo, esistono designer che fanno solo quello che vogliono e quello in cui credono senza limiti.

Se Giorgio Armani, Romeo Gigli, Raf Simons, Ann Demeulemeester, Rick Owens sono i tuoi modelli di riferimento per il mondo della moda, parlando d'arte e architettura cos'è che ti ispira?
In generale, amo tutto ciò che si avvicina alla mia estetica. Mi piacciono le cose semplici, naturalistiche, belle. Amo la bellezza, come molti designer. 

Raccontaci dell'ispirazione per la prossima collezione femminile che presenterai per la prima volta a Milano domenica 27 settembre.
Fondamentale nel mio lavoro è il dialogo tra maschile e femminile.
Quando ho cominciato con l'uomo ero molto ispirato dalla donna, e quando ho cominciato con la collezione femminile questa è nata dall'uomo. Sin dall'inizio c'è quindi stato un grande scambio tra i due mondi. I miei capi nascono da forme e costruzioni. Per questa collezione si basa sullo scambio tra i due, sulle sfumature di colore e non sui contrasti, sulla sobrietà. 

La location scelta è in Via della Zecca Vecchia, un doppio garage che apparentemente sembrerebbe opporsi alla tua linea tanto poetica e raffinata. Si può parlare di un vero e proprio contrasto tra abiti e spazio?
Damir Doma ha sulle spalle 8 anni di storia. Ogni volta che il mio team ed io cerchiamo una location teniamo sempre ben presente il nostro passato. Ci impegnamo a trovare uno spazio che rappresenti una continuazione con quello che facevamo a Parigi. Guardiamo soprattutto alla semplicità, all'onesta del luogo e al suo non essere pretenzioso ed eccessivo. Quest'anno abbiamo trovato due meravigliosi garage che siamo riusciti a unire in un unico spazio. Penso sarà uno show bellissimo. Abbiamo aggiunto solo qualche luce e pochi dettagli per mantenere la naturalezza da creare una certa fluidità con la collezione. Il garage ha per definizione quel tocco urban e moderno che ben si lega alla donna che io ho deciso di rappresentare: forte, che lavora, che guadagna i suoi soldi, che indossa scarpe basse e non tacchi, che guida la sua macchina e che porta la sua borsa.

Cosa rappresenta per te il momento della performance nel tuo processo creativo? 
La sfilata è un momento dell'intera stagione.
Tutto inizia dalle parole chiave, a cui poi seguono le immagini, i colori, le stoffe... fino a che non arriviamo al prodotto. Immediatamente dopo il mood, nasce la musica, l'odore e i sentimenti da cui crei l'intero progetto. Quando parliamo della collezione cerchiamo di tradurre il mio moodboard nella location. Non è sempre facile ma ritengo che questa volta ci siamo riusciti al meglio. Abbiamo un modo estremamente metodico di lavorare. 

Qual è la tua definizione di bellezza?
Non voglio sembrare sdolcinato, ma per me la bellezza è tutto ciò che è vicino al tuo cuore e che ti tocca profondamente. La bellezza è purezza. Non mi piace l'eccesso, preferisco la semplicità. 

damirdoma.com

Crediti


Testo Eloisa Reverie Vezzosi
Foto Pascal Gambarte

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