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freitag e la rivoluzione sostenibile

Abbiamo parlato con uno dei fondatori del brand svizzero di sostenibilità e di F-ABRIC, il loro nuovo tessuto completamente biodegradabile.

di Chiara Galeazzi
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24 aprile 2015, 3:25pm

Foto di Lukas Wassmann per Freitag

Non c'è niente di più difficile di rendere una buona causa "cool". Non dovrebbe neanche essere necessario, una buona causa andrebbe seguita a prescindere, ma quando i temi critici sono troppi, spesso si seguono solo quelli di cui si parla di più nel momento. È qui che la moda può fare qualcosa. Il brand svizzero Freitag è da sempre la bandiera di una filosofia ecologica che riesce allo stesso tempo ad essere esteticamente attraente e anche fuori dalla velocità dell'industria della moda. I due fratelli Markus e Daniel Freitag durante l'università avevano bisogno di una borsa che fosse adatta per andare in giro in bici anche sotto la pioggia, e hanno pensato che i teloni dei camion potevano essere un ottimo materiale. Così è nata la borsa più usata dai bike messenger - e non - al mondo. Poi la collezione si è ampliata ad altri accessori, ma da fine 2014 è iniziato un nuovo capitolo per Freitag: i due fratelli sono riusciti a creare un tessuto completamente biodegradabile - davvero, lo potete buttare nel cestino dell'umido - con il minor impatto possibile sull'ambiente anche in termini di produzione. Si chiama F-ABRIC, e ci siamo fatti spiegare da Daniel Freitag come è fatto e in che modo questo tessuto - e la filosofia Freitag in generale - può cambiare il modo in cui ci approcciamo ai vestiti.

Come vi è venuta l'idea di F-ABRIC?
Più o meno nello stesso modo in cui abbiamo avuto l'idea di usate le coperture dei camion per delle borse. Vent'anni fa avevamo bisogno di borse da messenger, che non erano in vendita in Svizzera, così ce la siamo fatta noi riciclando teloni per camion. Il centro di tutto era un bisogno personale. Così è stato con F-ABRIC: la compagnia negli anni e cresciuta e siamo arrivati a 150 persone, e metà dei nostri lavoratori fanno lavori manuali. A loro diamo dei vestiti da lavoro, ma non ci sentivamo a nostro agio nell'usare dei capi che arrivavano dalla Cina o dal Bangladesh, va contro la nostra linea aziendale attenta alla sostenibilità. Ci sono molte aziende che producono eco-fashion, ma non trovavamo un tessuto che fosse in linea con noi. Così abbiamo pensato di farlo noi. È stato più difficile di quanto pensassimo.

Come mai?
Sono molto rare le aziende tessili che producono con questo approccio in Europa. Ci sono piccole aziende che fanno singoli passaggi, ma era difficile riprodurre un'intera filiera di produzione tessile. Abbiamo visto che la produzione "eco" di solito non lo è interamente - magari un tessuto ha tutti i loghi che certificano il fatto che quel cotone sia biologico, ma in realtà viene prodotto seguendo un processo globale. In Europa abbiamo sempre prodotto tessuti, abbiamo sempre cucito, quindi non poteva essere impossibile farlo, per questo sentivamo di poter trovare una soluzione in sintonia con il nostro modo di vedere le cose. 

La scelta di produrre tutto in Europa è legata a una questione ambientale più che economica?
Sì, esatto, economicamente è più difficile. Produrre in Svizzera costa decine di volte in più che produrre in Bangladesh, e i costi del trasporto sono molto bassi anche se è dall'altra parte del mondo - così lavora di solito l'industria tessile. Ma non è sostenibile a livello ecologico. I paesi europei coinvolti sono quattro: Svizzera per il design, Francia per la fibra, Italia per la tessitura e Polonia per il confezionamento. Sembrano tanti posti, ma in realtà il giro che fanno questi capi è minuscolo rispetto a quello che fanno gli abiti prodotti in Asia.

Quando avete deciso che questo tessuto poteva anche non essere usato solo dai vostri lavoratori?
In realtà ci pensavamo dall'inizio, perché se andava bene per noi, magari poteva andare bene anche per i nostri clienti. È un nuovo business, un nuovo lavoro da imparare, quindi è stato utile testarlo prima all'interno dell'azienda. Non è stato l'approccio del tipo, "l'azienda va bene, allora diversifichiamo, iniziamo a fare occhiali da sole e gioielli."

Quindi non avremo un profumo della Freitag?
Chi lo sa! Magari un giorno ne avremo bisogno. [ride]

È interessante che abbiate usato la canapa per questi capi, è una fibra che a un certo punto è stata sempre meno utilizzata.
Il tessuto è un misto tra lino e canapa. C'è un problema di immagine per l'industria della canapa, che è una fibra meravigliosa, purtroppo è stata messa sotto una luce negativa. In realtà è una pianta semplice da coltivare - a differenza del lino, una pianta più delicata - e a noi piaceva molto la durezza della canapa.

Voi avete avuto l'idea delle borse riciclate per una questione molto pratica, così come l'idea di questo tessuto. Come si sposa il vostro approccio pratico con l'industria della moda, che è volubile e spesso non guarda alla praticità?
Dobbiamo ancora capirlo [ride]. È un'industria che va molto veloce, e F-ABRIC ha un approccio diverso, non abbiamo fatto neanche una collezione, ma pochi capi fatti bene. La moda cambia in fretta, e magari dovremo adattarci a questi bisogni dell'industria e dei clienti, ma penso che le cose buone durino più di una stagione. La risposta che abbiamo avuto va in questa direzione.

Pensi che nel 2015 l'ambiente sia il problema di cui tutti dovremmo occuparci?
Ultimamente "sostenibilità" è diventata una buzzword, tutti iniziano a dire che devono fare qualcosa di sostenibile, e io credo che non sia l'approccio giusto. Non può essere un modo per vendersi, ma un obbligo. Io spero che i consumatori inizino a vedere che il costo della fast fashion è molto più alto di quello che c'è sul cartellino, e se non lo pagheremo noi lo pagheranno i nostri figli.

Ed è possibile esserlo per tutti i passaggi?
Ti faccio un esempio: quando ci è arrivato il primo carico di abiti dalla Polonia, tutti i nostri bei pantaloni sostenibili e biodegradabili erano infilati in sacchetti di plastica. Non ci avevamo pensato, ma ovviamente un capo nuovo deve essere tenuto pulito e quindi viene messo in un sacchetto di plastica, ma questa cosa andava contro il nostro concetto di sostenibilità. Quindi abbiamo creato delle buste apposta. Dobbiamo stare attenti ad ogni dettaglio. Solo i bottoni non lo sono: ma quelli li puoi svitare e riciclare.

Sembra impossibile rendere il riciclare una cosa cool. Come si fa a far cambiare questa percezione?
In effetti, il compost non è considerato una cosa sexy. [ride] Bisogna essere aggiornati sul design, spesso la moda ecologica è vista come sempre uguale, quindi bisogna curare quell'aspetto. Poi bisogna anche avere una storia che sia divertente da raccontare, noi cerchiamo di fare così. Non vogliamo puntare il dito o fare terrorismo, vogliamo essere ironici e divertiti, non vogliamo essere troppo seri.

Cosa consiglieresti ai giovani che vogliono avvicinarsi a un approccio sostenibile?
Negli anni passati c'era l'idea che per essere sostenibili non dovevi muoverti, non dovevi consumare, tipo che morire è l'unico modo per non fare del male a nessuno. Invece la natura è vita, ed è fatta di cicli, quindi bisogna vivere, consumare, ma farlo pensando che tutto a un ciclo, e stando attenti ai passaggi. È più semplice di come si pensi.

Parlando di Zurigo, il vostro flagship store è diventato famoso come un monumento. C'è altro da vedere e fare?
In estate è bellissima, ci sono molti bar lungo il fiume, anche culturalmente è comoda per viaggiare perché si trova al centro dell'Europa. Pur essendo piccola, hai l'idea che puoi raggiungere molti posti in poco tempo. C'è una bella scena di designer, soprattutto per la grafica più che per la moda - gli stilisti di solito decidono di andare via.

Quindi non è stato facile per voi aprire un'azienda di moda in Svizzera?
Non molto, e ora con il cambio sfavorevole è un po' più difficile, soprattuto con progetti così complessi come F-ABRIC. Mantenere un'azienda in Svizzera è costoso, ma noi ci proviamo e finora è andata bene.

freitag.ch

Crediti


Testo Chiara Galeazzi