Spring/summer 96 - Photographer David Sims (The Face) © David Sims

an alternative vision: come martine sitbon ha ridefinito la moda

In occasione della pubblicazione di una splendida monografia sui suoi lavori, abbiamo avuto l'onore di incontrare la stilista per parlare di tre decadi di moda, di nostalgia degli anni '90 e di modernità.

di Tess Lochanski
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13 ottobre 2016, 1:20pm

Spring/summer 96 - Photographer David Sims (The Face) © David Sims

Nel 1986, quando Martine Sitbon ha fondato il proprio brand, ha inventato una nuova audace silhouette. Riusciva ad essere sognante, tosta come il punk, di tendenza e sexy allo stesso tempo. Parka e tute, pizzo sovrapposto a spessi strati di cotone, capi oversize abbinati ad altri ultraderenti. È riuscita ad unire il tutto in modo calmo, sicuro e curioso.

Con la sua crew di cool kids (tra i quali Kate Moss, Nick Knight, David Sims, Craig McDean e Kirsten Owen) e suo marito, il direttore artistico Marc Ascoli (al suo fianco da ormai 30 anni), Martine Sitbon ha contribuito a inventare e ridefinire il modo di concepire la moda negli anni '90.

Ancor meglio, ha inventato l'idea di stile inteso come chimica. Ha incoraggiato migliaia di donne ad esprimersi, a mettere in mostra tutte le loro contraddizioni. Nel 2016, solo due anni dopo la fine del suo ultimo progetto, Rue du Mail, il suo lavoro è celebrato come mai prima d'ora da una giovane generazione che considera Martine Sitbon la propria regina. Questo ci fa auspicare giorni gloriosi per la moda. In occasione della pubblicazione della bellissima nuova monografia retrospettiva dedicata ai suoi lavori, abbiamo incontrato Martine per parlare di An Alternative Vision.

Perché pubblicare questo libro ora?
Questo libro è la storia della mia vita, beh, della mia vita personale, perlomeno. Volevo prendermi il tempo di immergermici. Ci sono così tante cose da organizzare, così tanti archivi da consultare, così tanto da editare, scegliere... copre quasi 30 anni di carriera, quindi si è trattato di un vero e proprio lavoro d'introspezione: ho dovuto capire cos'era importante per me e come rendere il tutto un insieme unitario. Ha richiesto molto tempo e Rizzoli me l'ha concesso. A loro interessava un approccio più personale. Al giorno d'oggi, nei libri di moda, alla base c'è sempre un fine pubblicitario. Rizzoli, però, mi ha permesso di presentare il mio lavoro in modo più personale, per aiutarmi a comprendere quali siano state le mie maggiori fonti d'ispirazione, che variavano con le cose delle quali mi occupavo, anche se, in fondo, ho notato che mi sento sempre attratta dalle stesse cose. Quindi ci siamo addentrati nel profondo delle cose, lavorando in un piccolo gruppo. Non mi sono limitata a dare il materiale a dei collaboratori affinché lo assemblassero da soli, ma lavoravo a casa con il mio team. Mi piacciono le cose solo se avvengono in modo organico.

Ti piace lavorare in modo 'organico', collaborando con le persone che ti stanno vicine. È un modo per essere più flessibili o per avere un maggior controllo sul processo?
In realtà un po' entrambe le cose. Più flessibilità, forse, perché non mi piace quando le cose sono rigide, perché questa staticità ti impedisce di migliorare, di arrivare ad un risultato più bilanciato. Dal prodotto finale non emerge tutto il lavoro che ha portato a quel risultato finale, quindi volevo avere la possibilità di addentrarmi più a fondo nel mio processo creativo, avere la libertà di farlo. Volevo mostrare le moodboard, i mock-up, il lavoro in studio; è un'antologia, è importante che mi rispecchi.

Hai scelto il titolo An Alternative Vision, perché?
Ho pensato al rock alternativo. Quando entro in un negozio di dischi di solito mi dirigo immediatamente in quel settore. Ma non è solo questo: ci tenevo ad avere un titolo. Non volevo si chiamasse semplicemente Martine Sitbon, oppure Nineties Fashion. Volevo qualcosa di più profondo. È vero che ho sempre lavorato nel mondo della moda, ma non mi sono mai limitata alle sue convenzioni. Cerco sempre di andare oltre il sistema, anche se ne faccio parte. Per questo ho scelto il termine alternativo.

Catalogo autunno/inverno 97-98  Foto Craig McDean Modella Stella Tennant © Craig McDean

Alternativo, in questo senso, è un termine profondamente legato agli anni '90.
Sì, è intenzionale. Per molto tempo sembrava che la gente mi identificasse semplicemente con la moda anni '90. Non è proprio così, in fondo ho iniziato nel 1986 e due anni fa stavo ancora lavorando.

Dici di aver sempre messo in dubbio il fashion system; è una delle ragioni per le quali ti occupi di moda?
Alcune cose dovevano essere create e altre dovevano essere cambiate. La moda aveva bisogno di un nuovo sistema. I giornalisti spesso mi dicono "Martine, sei una visionaria." Io avevo bisogno di spianare una nuova strada, come hanno fatto Helmut Lang o Martin Margiela. Ognuno di noi ha disegnato dei sentieri nuovi a proprio modo. Certo, il mio era meno rigido e ripetitivo di quello di Martin - e quando dico 'ripetitivo' intendo in senso positivo. Lui era solito coprire i volti delle modelle. Per me era il contrario, ho sempre amato le ragazze, le modelle, il loro modo di interpretare la moda. Oggi queste figure sono un po' meno interessanti, meno stimolanti, tranne Kate Moss, ma con lei è tutta un'altra storia. Il periodo del quale parlo io è quello dopo la grande ondata di top model, adoravo queste ragazze così diverse tra loro che hanno finito per divenire il volto della moda del tempo. Erano donne alla quale ci si poteva ispirare, donne che raccontavano storie con i vestiti che indossavano. Ora il ragionamento che si fa è quasi opposto: gli stilisti non credono che le ragazze che sfilano siano importanti e credono che i vestiti dovrebbero essere al centro dell'attenzione.

Credi che sia più immediato per una donna ideare capi femminili? 
Proprio perché sono una donna so cosa sta bene addosso a una ragazza. Un capo deve prendere vita, come se fosse fatto di carne ed ossa. Puoi presentarlo e vederlo come un'opera d'arte, ma non è così che lo intendo io. Mi piace che faccia parte di un flusso vitale. Credo che sia un concetto che ha contribuito a cambiare l'industria della moda; lo stesso che ha reso possibile far sfilare una ragazza vestita solamente di una gonna e una t-shirt. Quando ho iniziato, una cosa simile sarebbe state impensabile. Per me una gonna è sempre una gonna, ciò che conta è chi la indossa, è la ragazza che dà carattere al capo. Per me le ragazze non sono mai state delle semplici modelle. Sono leader.

Foto Alasdair McLellan, Modella Kate Moss, 2014 © Alasdair McLellan / Art Partner Licensing © Alasdair McLellan, Art Partner licensing

Eri consapevole di fare qualcosa di rivoluzionario o agivi in modo totalmente istintivo? 
È accaduto tutto in modo spontaneo. Non facevamo street casting, mi limitavo a selezionare le ragazze che trovavo interessanti, quelle che avevano personalità. Donne con le quali avrei passato volentieri parte del mio tempo. Niente accadeva per caso. Il trench, per esempio - ora sembra un ragionamento stupido perché c'è il trench Burberry - ma quando ho disegnato un trench per una collazione, non riuscivo a venderne, le persone non cercavano quel tipo di alta moda. Per me era importante farlo comunque, come per le gonne. Erano capi pieni di carattere. Non era semplice. Mentre lo facevo, sapevo che stavo rischiando. Non si trattava di qualcosa di casuale. L'ho fatto e mi sono presa le mie responsabilità. 

Al giorno d'oggi tutti si vestono così. È diventata una cosa normale, persino banale. Nel libro, Fabrice Paineau dice che il lavoro dello stylist ormai è diventato riprodurre sempre la stessa identica silhouette.
Fabrice ha lavorato per me molto tempo fa, ecco perché mi conosce così bene. Era solito dire che lavoravo come se fossi una stylist. Forse perché, da giovane, non ho mai pensato di ideare vestiti, ma mi è sempre piaciuto creare dei look. Frequentavo i mercati delle pulci e adoravo abbinare look molto femminili con giacche militari e cose di quel genere. 

Credo che sia una cosa che accomuna molte stiliste donne, non credi?
Sì, è normale. Ci rivediamo nelle donne che vestiamo. Ciò non significa che vorrei indossare tutte le mie creazioni e, grazie a Dio, non ho mai dovuto farlo! Scherzo, ovviamente. Cerco sempre di immaginare una ragazza che mi piace che entra in una stanza, in un appartamento, o ovunque io mi trovi in quel momento, indossando qualcosa di bello. Immagino una silhouette, una silhouette piacevole. Non voglio che si trasformi in una donna che non mi piace. La sua silhouette è una fantasia studiata e precisa. Voglio essere sua amica. È questo il mio spirito. 

Primavera/estate 02. Foto Craig McDean Modella Nathalia Vodianova (W Magazine) © Craig McDean

Al momento non ci sono molte stiliste che creano abiti femminili. Credi che ci dovrebbero essere più donne coinvolte in questo? 
Sì, certamente, ma non era un aspetto che prendevo in considerazione. Volevo fare sfilate e non l'ho mai messo in dubbio. I miei modi erano estremi e le persone erano solite dire che i miei lavori erano tipicamente "inglesi", molto DIY. Non erano sempre facili da indossare. Le mie fantasie erano poetiche e non molto reali, anche se cercavo sempre il reale nei miei lavori. Il giorno in cui ho aperto il mio negozio ha marcato una svolta nella mia vita. Non faceva parte di una strategia, ma era un passo importantissimo dello sviluppo del mio universo e un qualcosa al quale le ragazze si potevano ispirare. A partire da quel momento, parti del mio lavoro erano destinate a sparire. Quando le ragazze entravano in negozio per provare dei capi e questi non stavan loro bene, ne soffrivo. Questo mi ha riportato alla realtà. Volevo che le donne stessero bene nei miei vestiti.

Si trattava di solidarietà femminile?
Sì. Mademoiselle Chanel una volta ha detto una frase del tipo: "Non disegnare abiti brutti, c'è il rischio che le persone li indossino davvero." Credo sia molto vero.

Ci sono due tipi di stilisti, quelli che vestono le persone e quelli che le travestono.
Comprendo lo stile concettuale, contemporaneo; capisco il messaggio. I vestiti sono diventati un modo i comunicare. Non ho nessuna critica da fare a riguardo. Capisco perché gli stilisti trasformino un concept, un messaggio in qualcosa di commerciale. È l'epoca in cui viviamo...

Nel corso della tua carriera hai sviluppato uno stile molto discreto, una visione complessa di femminilità...
Mi ha sempre attirato l'idea di equilibrio. Oggi per i designer è difficile pensare all'equilibrio. Ora devi assicurarti che le persone capiscano la tua visione in poche immagini, in frammenti di secondo.

Pensi che la moda sia complessa quanto lo era un tempo?
No. Ci sono ancora collezioni così, il che è fantastico. Se non fosse così staremmo tutti dormendo. Fortunatamente, la moda ci tocca ancora, ci mette alla prova, altrimenti sarebbe così noioso! Le sfilate sarebbero inutili e i brand si limiterebbero a vendere i propri vestiti e basta. Se fai in modo che persone si riuniscano per venire a vedere una sfilata, devi riuscire a stabilire una forma di comunicazione. Le mie erano diverse, volevano andare oltre il mondano. Ora è il banale che deve essere smantellato. Alla fine, è sempre la stesa intenzione, lo stesso concetto applicato ad epoche differenti.

Autunno/Iinverno 89-90. Foto Javier Vallhonrath Model Kirsten Owen © Javier Vallhonrath @ mfilomeno.com 

La tua visione della donna sembra sempre essere intrappolata tra due mondi. Due estremi. Come si è sviluppata?
Non saprei. Non ho mai capito da dove provenisse. È il risultato di tutto ciò che ho assimilato a partire da quando avevo 12, 13 anni. Ero molto curiosa e appassionata di musica e moda durante gli anni '70. La musica ricopre un ruolo fondamentale nella mia vita, fa parte della mia cultura personale, non mi è stata tramandata dalla mia famiglia. Poi ho iniziato a viaggiare avanti e indietro dall'Inghilterra, ho fatto le mie esperienze, non necessariamente quelle che loro hanno immaginato per me! Non avevano modo di controllare nulla di ciò che stavo facendo quindi andavo spesso nei locali quando avevo 14 o 15 anni. È diventata la mia cultura.

Autunno/inverno 99-00. Foto Andres Serrano Model Kirsten Owen (Mixte) © Andres Serrano

La tua sembra una fantasia underground inglese unita a un'educazione parigina di stampo classico. Avresti potuto rinunciare a una delle due?Quando mi sono avvicinata al lato inglese, ho rifiutato quello parigino. Dopo un po', sono riuscita a raggiungere un equilibrio. Adoro Parigi. Ho desiderato vivere a Londra o New York per qualche tempo, perché ero attratta dalla ricchezza culturale in termini di musica, arte e moda. Adoravo i Velvet Undergroud, che hanno ispirato lo spirito warholiano della mia prima collezione, che aveva un tocco alla Edie Sedgwick: il vestito con i tre buchi - che non era necessariamente popolare quando l'ho disegnato, ma lo è diventato solo una quindicina di anni dopo. Ero consapevole di ciò che stavo creando. Con il tempo le mie creazioni sono diventate sempre più raffinate, ovviamente. Credo che quando sei un adolescente tendi naturalmente a fantasticare e a vedere le cose più belle di come siano in realtà. Da adulta non ho mai provato nulla di simile: ecco perché lo vedo ancora come una cosa straordinaria. Era un periodo piuttosto buio, distruttivo. Però, quando ero giovane, questo mi nutriva. Ho studiato anche in una scuola di moda: Le Studio Berçot. Adoravo Marie Rucki, la direttrice. È stata la mia sorella maggiore che mi ha davvero spinta ad occuparmi di moda.

Con Chloé, sei stata una delle prime a dare un nuovo volto a una casa di moda. Poi hai lanciato il tuo brand e, infine, Rue du Mail... Dove ti sentivi più a tuo agio? 
Nella mia casa di moda, che porta il mio nome. Ho lavorato da Cholé mentre mi occupavo delle mie collezioni. Adoravo stare lì e ci ho lavorato per circa cinque anni. Ho imparato molto sull'artigianato e persino sulla cultura. Sono una persona molto curiosa e mi sono subito interessata in ciò che stava accadendo. Allo stesso tempo, però, la donna di Chloé non era la "mia" donna. Forse questo mi ha aiutato a definire con una precisione ancora maggiore la donna Chloé. Non volevo che le due collezioni risultassero simili. Per il mio brand, ciò mi ha spinta verso una realtà cool, verso le ragazze che amo.

Primavera/estate 97. Foto Craig McDean, Modella Guinevere Van Seemus (Harper's Bazaar) © Craig McDean

Oggi il mondo fantastica sugli anni '90, è un'era che fa ancora tendenza. In quanto simbolo di quell'epoca, come ti senti a riguardo?
Mi piace. Gli anni '90 non erano solo vestiti, erano carattere. Il carattere è qualcosa che manca all'industria della moda degli ultimi anni. Era un'epoca molto creativa, anticonformista. Il grunge era vivo e reale, meno opulento e appariscente. Era estetica pura.

Cosa ne pensi dei giovani designer francesi di oggi?
Parigi non è poi molto diversa da com'era negli anni '90, il grunge è tornato e le cose non sono cambiate molto. Non ho mai visto "l'American Style" conquistare Parigi e le ragazze parigine. Alcune case di moda francesi hanno sviluppato uno stile simile, ma l'hannp fatto principalmente per un fattore commerciale. Non vendevano quegli abiti, vendevano altro, era una questione di mercato di massa; un mercato di massa avvolto nel lusso. Quindi sì, mi sento simile ai giovani designer di oggi e mi riconosco in loro. Però ammiro molto Miuccia Prada, non ha mai smesso di fare ricerca. Non sono molto classica, mi piace l'inventiva. 

Ti manca il processo creativo?
No, ho smesso di creare solo due anni fa e la mia vita non si limita a quello. Ho usato al meglio il tempo che avevo a disposizione, ho viaggiato molto. Ho sempre amato molto viaggiare e ho finito per farlo esclusivamente per lavoro. Anche il libro ha occupato molto del mio tempo. Ho aiutato Marc... Quindi, alla fine, non mi sono mai seduta a casa pensando "ecco, è finita." Per il momento il libro è la mia priorità, poi vedremo.

Polaroid di Martine Sitbon by Ezra Petronio (Self Service Magazine) © Ezra Petronio

Crediti


Testo Tess Lochanski
Fotografia su gentile concessione di Rizzoli

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