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"la casa di jack" è il film più brutale e autoironico al cinema in questi giorni

Le versioni censurate sono addirittura due, entrambe vietate ai minori di 18 anni. Ma vale davvero la pena vederlo.

di Benedetta Pini
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04 marzo 2019, 11:49am

screen dal trailer La casa di Jack

Cinefili e non, avrete sicuramente sentito parlare della conferenza stampa del film Melancholia al Festival di Cannes del 2001. Circondato da un cast pietrificato dalla vergogna, con Kirsten Dunst che voleva solo sotterrarsi e Charlotte Gainsbourg che rimpiangeva i tempi di Antichrist, Lars von Trier si è incastrato in una serie di battute oltre ogni concezione del politicamente scorretto: prima uno sproloquio sulle sue presunte radici ebraiche, poi varie dichiarazioni in favore di Hitler e del suo ministro Albert Speer, passando per la definizione dello stato di Israele come di “una rottura di scatole”, e infine l’indimenticabile gag sulla distribuzione del film («Noi nazisti siamo piuttosto bravi a fare le cose su larga scala»). Il giorno dopo, spinto dai produttori, chiederà scusa, ma il danno ormai era fatto. Venne espulso immediatamente dal festival e fu bollato come “persona non grata”.

Nel maggio 2018 le porte del più importante festival internazionale di cinema si riaprono per von Trier, ma durante i sette anni trascorsi il regista non ha mancato di catalizzare nuovamente l’attenzione mediatica su di sé con Nymphomaniac (2013). Film erotico brutale ed esplicito, lascia la parola a una narratrice in prima persona per ripercorrere le tappe della nascita, della scoperta e dell’evoluzione di una sessualità patologica che progressivamente trascina al collasso la vita personale, sociale e lavorativa della ragazza, inesorabilmente subordinata a questo suo ipererotismo morboso.

È da questi due punti che Lars von Trier parte per il suo ultimo, controverso film: La casa di Jack ( The House that Jack Built). Presentato fuori concorso al Festival di Cannes del 2018, segna il grande ritorno del regista alla manifestazione che l’aveva malamente cacciato e sembra essere un’implicita risposta cinematografica a quelle sue dichiarazioni travisate nel 2011. Come Speer, Jack – interpretato magistralmente da Matt Dillon – è un architetto visionario e perfezionista; come il modus operandi nazista, l’agire di Jack è guidato da megalomania e deliri di onnipotenza. Ma von Trier si spinge oltre, si addentra nei meandri della mente disturbata di Jack e la viviseziona pezzo per pezzo, con lucidità chirurgica e totale assenza di giudizio nello sguardo: l’orrore irrazionale che fu il nazismo può essere, se non spiegato, almeno indagato, proprio come la mente di un serial killer affetto dal disturbo ossessivo compulsivo.

Ecco allora l’aggancio con Nymphomaniac: La casa di Jack ne emula la struttura narrativa antologica, raccontando i “5 incidenti” – un cinico eufemismo – in cui si imbatte Jack, e ne riprende il taglio da indagine antropologica sul protagonista. Approfondimenti storici, filosofici, sociologici con un piglio ironico, autoironico, grottesco e autoreferenziale spiegano i meccanismi soggiacenti a una mente malata che – ancora come in Nymphomaniac – si racconta a un interlocutore interno alla narrazione e complice del protagonista, il recentemente compianto Bruno Ganz nei panni di un Virgilio (chiamato appunto Verge) completamente spogliato di quel moralismo cristiano di cui l’aveva vestito Dante a posteriori. Il punto di vista è infatti solipsisticamente solo quello di Jack, di un uomo misantropo che odia in particolare le donne ed è convinto che in qualche modo abbiano chiesto loro il suo "aiuto", con tanto di frecciatina al #MeToo. Dietro a Jack c’è Lars e dietro a Verge c’è sempre Lars: un dialogo schizofrenico tra il sé perverso, ossessivo, sadico e il sé debole, fragile, tormentato, tra Es e Super-Io. Un dialogo che si fa autoanalisi sincera e onesta, di un uomo tragicamente consapevole di essere destinato a perseguire un piano artistico perverso e deviato, contro ogni morale socialmente accettabile, ma di non poter fare altrimenti.

Ecco la risposta sardonica – e anche un po’ furba, ma che male c’è? – alle accuse di apologia del nazismo di otto anni fa: di fronte ai benpensanti che gridavano – e gridano ancora oggi – allo scandalo di fronte alle sue provocazioni, von Trier rinuncia sia all’attacco che alla difesa: espone tutte le sue ossessioni e le analizza con intelligente autoironia, mette in gioco i suoi patimenti, i suoi istinti incontrollabili, le sue disillusioni di redenzione e tutta la sua autocommiserazione, finché non rimane completamente nudo di fronte allo specchio della propria coscienza.

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