morte allo streetwear, bentornato tailoring?

Lo si mormora da un po', così abbiamo analizzato cinque passerelle Uomo a/w 19 per capirci qualcosa in più.

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28 gennaio 2019, 11:51am

Fine gennaio, fine della prima Fashion Week dell'anno. Come spesso accade dopo un ciclo che si chiude, ci si ritrova a trarre conclusioni e redigere bilanci. Cosa ci è piaciuto, cosa meno? A mente fredda, quali sono i pezzi più belli delle sfilate appena concluse? Dalla Tour Eiffel al Duomo, questi sono gli show che più ci hanno colpito.

Celine by Hedi Slimane

Il 16 aprile 1998 Alain Robert saliva a mani nude e senza alcuna attrezzatura di sicurezza sull’obelisco di Luxor, al centro di Place de la Concorde a Parigi. Pochi mezzi, molta convinzione e la cocciutaggine di un ribelle mosso da un desiderio di trasgressione fine a se stesso, una bravata temeraria portata a termine per il gusto di farlo. Nient’altro. La metafora è pregnante perché sotto lo stesso obelisco ha sfilato, poco più di 20 anni dopo, la prima collezione uomo di Celine by Hedi Slimane. In una teca a vetri affacciata sugli Champs Élysées e illuminata da una sfera di neon nervosi, la gang di ragazzotti di Slimane è esattamente ciò che tutti si sarebbero aspettati, sicché il messaggio arriva forte e chiaro. Poco importa se la dedica sia alla gioventù londinese o alla trasgressione delle notti parigine perché gli addendi sono sempre gli stessi, così come la somma.

La prima uscita è un doppiopetto nero, impeccabile. Seguono cappotti cammello e chiodi in pelle, giacche Mao e bomber da Ivy League, trench e parka, montgomery e montoni classici. Un overcoat animalier e un soprabito di lurex destabilizzano l’atmosfera ma la conferma dell’intento è palese: era il suo Dior Homme, era il suo Saint Laurent, adesso è il suo Celine. Slimane costruisce da zero il guardaroba sartoriale di un uomo apparentemente sprovvisto di tutto, quasi fosse bisognoso dei basici. Come per il celebre arrampicatore la testardaggine c’è, forse quasi patologica, e la visione pure. Lo sguardo sembra essere rivolto più alla vendita che al gusto creativo, di conseguenza manca il guizzo ma per quello, si sa, sono tempi duri.

Louis Vuitton by Virgil Abloh

Dove sembra invece che non ci siano ostacoli di sorta è da Louis Vuitton. La seconda collezione disegnata da Virgil Abloh, guru di Off-White e oracolo dello streetwear di lusso, fila liscia come l’olio. In un bassofondo newyorkese ricostruito ad arte, dove le serrande sono chiuse a terra e il vento spazza via foglie secche e buste di plastica, un esercito di gentlemen di colore marcia molleggiato e apparentemente senza pensieri. È inclusione nella sua eco massima, è l’evoluzione non solo dello stile ma anche della capacitò di adattare abbigliamento ad età, quella proposta da Mr. Abloh. L’intento assume maggiore importanza della forma e l’operazione funziona. Dal tailoring plumbeo e quindi serissimo ai giubbotti declinati negli stessi tessuti, dai monopetto che in verità sono bomber ai maxi cappotti imbottiti e ai piumini in pelle logata.

La storia narrata è in realtà un racconto allegorico sulle evoluzioni di Michael Jackson, le cui reliquie - come guantini glitterati, calzini bianchi e mocassini - appaiono in passerella a confermare la reference. Come il Re del Pop, trasformista massimo spesso estremo nei suoi look, anche i capi della collezione cambiano a vista d’occhio. Dei maxi kilt plissé sbucano da sotto ai pull di mohair, ricami brillanti incrostano camicie di flanella e bomber delicati, sotto le felpe non ci sono tute acetate ma precisissimi pantaloni con pinces. La sartorialità è davvero arrivata ovunque e il lieto fine sembra essere dietro l’angolo. Se il tailoring sembra essere la naturale evoluzione dello sportswear ben venga, e Virgil Abloh non sembra avere nulla da ridire a riguardo.

Prada

In casa Prada, invece, il tailoring ha sempre vissuto in un'utopica armonia con lo streetwear modaiolo. Eppure, questa volta l’accordo borghese d’abitudine è disturbato, messo in discussione. Può la brutalità convivere con il sentimento? Secondo la signora Prada evidentemente sì. In una collezione che affonda le radici nella letteratura inglese romantica, quella della creatura del dottor Frankenstein, moderno Prometeo nato dalla penna di Mary Shelley, gli estremi di rozzezza e eleganza viaggiano vicinissimi e si sfiorano. Così come il mostro del romanzo, sfida ai benpensanti, era il frutto di esperimenti illeciti e eticamente discutibili, anche l’uomo Prada si costruisce a mani nude un guardaroba artificioso e sconvolgente. In senso quasi titanico assembla e smembra capi e corpi per ottenerne di nuovi, accoppia e disunisce, plasma.

Maglioni a girocollo con attaccate maniche di bomber in nylon, cinture multiple strettissime in vita, spalline di pelo color sangue, rozzi cuori di tricot infilzati addosso, colbacchi sforbiciati e goffe scarpacce dentate. La violenza c’è, il sentimento anche, quindi il gioco dei contrasti non è sterile. A fare da contrappunto sono i completi con revers altissimi, i cappotti doppiopetto, i cardigan portati sopra i blazer e i capi militari, severi e giustamente impeccabili. Nota di merito: a chiusura due pezzi di maglieria, ruvidi e rammendati quasi alla buona come cicatrici aperte, elettrizzano il finale a suon di fulmini.

Dior Men by Kim Jones

L’horror non dimora in casa Dior. Kim Jones non ha paura della commistione tra Couture e abbigliamento maschile. Dagli atelier della maison Dior tira fuori quanto riesce per arricchire la forma e questo gli basta. Il compendio è quindi una dichiarazione d’intenti piuttosto chiara: conosce gli archivi e non ha paura di farlo vedere. La processione è quindi equilibrata: i pezzi sartoriali in nero, grigio e ghiaccio ricordano l’età dell’oro del tailoring e insieme quella di Monsieur Dior. Il rigore più che l’eccesso, la precisione prima dell’estro.

Ci sono i drappeggi a manichino che escono dalle giacche e dai cappotti e scorrono sinuosi intorno al corpo, l’asimmetria dominante, una sobrietà di toni generale. Mai un eccesso, mai una caduta. Una collezione più facile da descrivere per sottrazione perchè non è difficile né sopra le righe, non è offensiva né rivoluzionaria. I capi ribaltati con le fodere lucide all’esterno, le tshirt di pelliccia rasata e stampata, i ricami all over e gli stivaletti a ghetta. Tutto ha senso e nell’ingranaggio si incastra alla perfezione, quasi troppo impeccabile per poter trovare uno spunto di discussione e quindi, forse volutamente, generico.

Marni

Chi invece odia prendersi sul serio è Francesco Risso. L’area gioco firmata Marni è ancora una volta una sala d’aspetto da neuro deliri, infantile e spaventosa al tempo stesso, dove la terapia di gruppo piace a volume assordante.

In un caos giocondo da rave allucinato, la gang di fanciulli scollegati firmati Marni si butta addosso giacche su altre giacche, anorak masticati senza forme, camiciotti stampati a scarabocchi anni settanta, cappotti sintetici animalier e finti pigiami in maglia. E ancora piumini smanicati, sciarponi sfilacciati, blazer in cavallino e trench in pelle. L’ambaradan è un accumulo maniacale di pezzi da thrift shop di seconda categoria, un guazzabuglio barcollante dove l’intuito c’è e la fiamma anche. Un po’ Juliette Binoche e Denis Lavant sul Pont Noeuf di Leos Carax, anche la banda Marni è mossa in primis dalla spontaneità e dalla follia adolescenziale. È un inno all’anticonformismo e allo sfogo pubescente? Forse. Qualunque cosa sia di sicuro acchiappa, e il messaggio è chiaro.

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E invece l'Haute Couture? Qui una nostra riflessione a riguardo:

Crediti


Testo di Federico Rocco
Immagini via Instagram