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perché fernando aiuti è il simbolo italiano della lotta all'aids

Era il 1991 quando baciò Rosaria Iardino, una ragazza sieropositiva di 25 anni, sconvolgendo l'opinione pubblica italiana e scuotendola dalla disinformazione.

di Benedetta Pini
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10 gennaio 2019, 2:46pm

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È il 1991 quando Fernando Aiuti, durante un congresso a Cagliari sulle cause del contagio dell’AIDS, bacia sulla bocca Rosaria Iardino, una ragazza sieropositiva di 25 anni. Decidono insieme di farsi fotografare così, a labbra unite, per dimostrare concretamente che l'AIDS non si trasmette con un semplice bacio, né attraverso uno scambio di saliva, una stretta di mano o qualche effusione. Un gesto forte, pensato per fare crollare i pregiudizi legati alla malattia e spingere l'opinione pubblica a parlare con più oggettività e meno luoghi comuni di un tema così sensibile. Sanno che è arrivato il momento di rompere silenzio ed essere il più espliciti possibile a riguardo. L’Italia, terrorizzata e ottusa, deve una volta per tutte fare i conti con questa complessa malattia, stigmatizzata dalla disinformazione e dai pregiudizi sul contagio.

Del resto, siamo a meno di un decennio dallo scoppio dell'epidemia e la disinformazione a riguardo dilaga; sono in pochi in Italia a credere che non sia la "peste bianca" di cui parlano giornali e tv. Un paio di anni prima, nel 1989, il Ministero della Sanità aveva lanciato la campagna AIDS, se lo conosci lo eviti, se lo conosci non ti uccide. Un inizio, ma non abbastanza: non sarà certo un'iniziativa ministeriale a cambiare le cose. Ma un bacio sì. La Iardino stessa, 26 anni dopo, sottolineerà l'importanza di quel momento, definendolo come "la più efficace campagna di comunicazione sull’Hiv in Italia," capace di incrinare un silenzio durato fin troppo. All'epoca, affrontare l'AIDS per ciò che è, senza stereotipi sociali né discriminazioni, sembra impossibile. Così si fa sempre più impellente, urgente e necessario un cambio radicale non solo nell’approccio all'AIDS, ma soprattutto nel modo in cui la collettività considera chi ne è affetto.

A livello medico, la svolta arriva solo nel 1996, grazie agli antiretrovirali, cocktail di farmaci che permettono ai "sopravvissuti", o long survivor, di convivere con l'AIDS e pensare al futuro, al di là della malattia. Ma il silenzio, i falsi moralismi e l’opposizione alla prevenzione della Chiesa continuano a creare mostri di paure e silenzi difficili da superare. In quell'Italia, insomma, farmaci e terapie non sono abbastanza. Serve un cambiamento di prospettiva, e quel bacio ha esattamente lo scopo di scuotere le coscienze.

Per tutti questi motivi, l'attivista, infettivologo e immunologo Fernando Aiuti deve diventare l'icona italiana della lotta all'AIDS. Ieri mattina è stato ritrovato senza vita al Policlinico Gemelli di Roma, dove era stato ricoverato per problemi cardiaci aggravatisi di recente. "La morte è sopravvenuta per le complicanze immediate di un trauma da caduta dalla rampa delle scale adiacente il reparto di degenza," recita il comunicato emesso dalla struttura ospedaliera, ma sono ancora in corso accertamenti sulle circostanze della morte e non si escludono le ipotesi di suicidio, omicidio o istigazione al suicidio. Aiuti aveva 83 anni e lascia in eredità un contributo importantissimo alla lotta contro l'AIDS, insieme a un semplice, ma rivoluzionario, insegnamento: parlare e informarsi, senza avere paura.


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Pioniere alla lotta contro l’AIDS e fondatore nel 1985 dell'Anlaids (Associazione Nazionale per la lotta contro l'AIDS), Aiuti ha dedicato gran parte della sua vita alla ricerca, prima come professore ordinario di Medicina Interna, direttore della Scuola di Specializzazione in Allergologia e Immunologia Clinica e coordinatore del Dottorato in Scienze delle Terapie Immunologiche presso La Sapienza di Roma, poi come esperto dell’OMS per le Immunodeficienze. Un’attività scientifica massiccia e innovativa, costituita da oltre 500 pubblicazioni, di cui circa 300 su riviste internazionali, che contribuirono alla sviluppare la ricerca sulle malattie autoimmuni.

E poi la sua più grande, coraggiosa e importante battaglia: quella contro l’AIDS, a cui si stava dedicando negli ultimi anni, occupandosi degli aspetti terapeutici e di prevenzione. La sua intuizione, che gli permise di imporsi all’attenzione dell’intera comunità scientifica e, soprattutto, dell’opinione pubblica, fu quella di puntare sulla parola, sul dialogo aperto e su un’informazione accessibile: conferenze (soprattutto rivolte ai giovani), dibattiti in televisione, articoli su giornali e riviste, il libro Sapere=Vivere rivolto alle scuole, il saggio Nessuna condanna e gesti dal forte impatto mediatico come la fotografia che immortalò il famoso bacio.

In Italia la speranza di vita per i sieropositivi è sempre più lunga, ma il silenzio che circonda la malattia è ancora massiccio e comporta conseguenze gravi: il bigottismo che impedisce di parlarne limita l’efficacia dell’educazione sessuale nelle scuole, dell’informazione sui metodi di prevenzione e sull’importanza del test. Oggi di AIDS non si muore più, è vero, ma la malattia esiste eccome e la diffusione è ancora attiva su scala mondiale. Aiuti se n’è andato, ma il suo insegnamento rimane: lui ci ha insegnato a parlarne, e allora parliamone, ancora oggi.

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Crediti


Testo di Benedetta Pini
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