dall'uganda all'italia, e viceversa: vi presentiamo il designer e artista red

Una nuova generazione di artisti si sta prendendo Milano grazie a idee nuove e straordinarie. Tra loro c'è Rediet, in arte Red.

di Giorgia Imbrenda
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19 luglio 2019, 1:48pm

Rediet Longo, in arte Red, è un giovane artista che ha fatto delle sue esperienze passate uno strumento di crescita personale e artistica. Trasferitosi durante l’infanzia dal'Etiopia in Italia, frequenta poi l’Accademia di Brera e intanto lavora in uno storico bar di Milano, il Jamaica. È il 2016, ed è l’anno in cui decide di trasformare il suo l’impulso creativo in qualcosa di più concreto, scommettendo su una carriera come artista multidisciplinare, a cavallo tra musica, graffiti, street art e moda. Sarà infine la passione per il fashion a conquistarlo, diventando un lavoro a tempo pieno: dopo una serie di collaborazioni con Tommy Hilfiger, Heron Preston e Nike, tanto per fare qualche nome. Ora Red ha deciso di fare il grande passo e lanciare il suo brand personale: COLOЯED.

Come spesso accade, io e Red ci siamo conosciuti prima virtualmente, e l'incontro di persona è avvenuto solo in un secondo momento. Fin dai primi messaggi che ci siamo scambiati, mi ha colpito la sua sensibilità, così rara nell'industria della moda contemporanea, e la sua determinazione nel rendere il fashion business più accogliente per tutti i giovani designer emergenti.

Al telefono Red mi ha parlato delle sue origini, dei graffiti che ha sempre fatto in giro per Milano e di come l’arte lo abbia aiutato a superare i suoi conflitti interiori, ma anche del ritorno alla sua terra d’origine, che lo ha fatto riflettere su quanto elevato sia il valore delle piccole cose.

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Ciao Red, iniziamo parlando un po’ di te. Chi sei? Cosa fai nella vita?
Mi chiamo Rediet Longo e sono un artista multidisciplinare. Tutto è iniziato quando al liceo ho fatto i primi graffiti, ma poi è arrivato il periodo dell’Expo e a Milano hanno ripulito praticamente qualunque muro della città, quindi ho dovuto smettere. Intanto, però, avevo iniziato a fare il modello per alcuni magazine di settore. Ricordo ancora il primo shooting, era per Fucking Young ed è stato un po' il mio ingresso nel mondo della moda.

Sempre in quel periodo, intanto, avevo conosciuto @zoow24, un writer di Milano famoso in tutto il mondo. All'epoca aveva appena lanciato un suo brand e insieme abbiamo sviluppato l'idea di unire arte e graffiti, iniziando a trasporre su capi d'abbigliamento le nostre due passioni comuni. La prima capsule che abbiamo fatto è andata al Pitti e da lì ho iniziato a girare tutte le fiere e gli eventi di settore, sia in Italia che poi a Parigi, Amsterdam e Berlino.

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Sul tuo Instagram compaiono a più riprese accenni alla tua infanzia. Ti va di raccontarci qualcosa in più e mettere in ordine gli avvenimenti per noi?
Sono nato in Etiopia, e all’età di sei anni i miei genitori sono venuti a mancare. Mi sono ritrovato in un orfanotrofio, dove sono stato adottato da una coppia italiana e insieme a mia sorella mi sono trasferito in Italia. Sebbene sia stata un'infanzia travagliata, ricordo con chiarezza di aver sempre avuto un estro creativo molto forte: mi piaceva giocare a calcio, così avevo creato una palla con i sacchi di plastica della spazzatura, ma adoravo anche le attività manuali e a un certo punto ho iniziato a dare forma a piccole statuette di creta rosse.

Immagino sia stato difficilissimo crescere in queste condizioni. Chi erano i tuoi punti di riferimento in quel periodo?
In quelle tre settimane ho fatto pace con me stesso e con i miei ricordi. Mentre eravamo nel villaggio dormivamo insieme ai ragazzi del volontariato nella guest house. Appena arrivato mi sono messo d’accordo con i professori delle scuole del luogo e gli ho chiesto di poter avere un’ora per insegnare ai bambini a dusare i colori, ovvero ciò con cui mi divertivo io: tele, pennelli e spray di ogni colore. Abbiamo dipinto insieme, e quei lavori saranno presto protagonisti di una mostra qui a Milano. L’idea era quella di comunicare il mio mondo a loro e far notare al "mondo/ambiente" di Milano che le piccole cose valgono più di mille altre cose e bisogna dare valore ai gesti. Questa esperienza mi ha veramente molto colpito ed è stata l'occasione per realizzare il mio primo drop del mio brand, COLOЯED.

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Ti sei appassionato d’arte fin da piccolo quindi. Come è successo?
Mi piaceva creare forme e piccole sculture con il fango e la creta, amavo i colori. Crescendo ho portato avanti questa passione e ho deciso di intraprendere un percorso d'istruzione legato al settore artistico, così da poter approfondire le mie conoscenze pratiche e teoriche. Ho fatto quattro anni di architettura al liceo artistico Giovanni XXIII a Milano e successivamente ho frequentato l’accademia di Brera seguendo il corso di Arti Figurative.

Perché oggi ti definisci il "ragazzo rosso"?
La storia del "ragazzo rosso" nasce nel pieno della mia adolescenza quando, come tutti i miei coetanei, cercavo la mia identità e il mio scopo nel mondo. É stato un periodo difficile e i miei traumi non hanno aiutato; disprezzavo le mie origini africane, ma al tempo stesso rifiutavo quelle italiane. In quel periodo mi stavo avvicinando al mondo dei graffiti, dove per la prima volta mi sono sentito libero di creare un nuovo personaggio a mia misura. Con il passare degli anni, però, il percorso di ricerca della mia identità non si è fatto più semplice, anzi, si è complicato, soprattutto a causa dei continui episodi di razzismo.

Quando ero più piccolo giocavo a calcio nei pulcini dell’Inter e durante le partite spesso il colore della mia pelle diventava motivo di scherno da parte degli altri bambini, ma per difendermi finivo sempre nelle risse. Nel tempo ho imparato a controllarmi, perché il razzismo non se n'è mai andato dalla mia quotidianità. Poi, improvvisamente, una mattina di qualche anno fa un sogno mi ha fatto capire che non dovevo essere né nero né bianco, ma rosso/red come il colore della mia tanto amata terra africana. Da quando sono tornato nel continente Africano ho accettato la mia parte africana. Ho perso i genitori lì quindi non l’ho mai ricordato come un bel posto, non lo accettavo, mentre adesso sono più tranquillo.

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Il ragazzo rosso, ovviamente, ha anche un logo rosso. Come è nato questo tuo simbolo?
Ero in un periodo un po’ depresso, non avevo molto da fare perché con l’Expo era impossibile continuare con i graffiti, ma la mia necessità di comunicare qualcosa mi faceva prudere le mani, e l’adrenalina era a mille. Dovevo fare qualcosa e non ero abituato a stare fermo, così mentre ero seduto in un bar pensai che dalla mia tag potevo arrivare a un logo logo.

In quel momento pensai che, nonostante appunto tutto quello che ho passato, sono un ragazzo fortunato, vivo e in salute. Mi sono detto: "Wow, sono morto in Africa e rinato in Italia, sono stato salvato e ho avuto una seconda possibilità." Così ho disegnato tre puntini che simboleggiavano il mio stupore e ho aggiunto i capelli, come se fosse un mio ritratto stilizzato.

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Sei un artista multitasking, capace di ricoprire più ruoli contemporaneamente. Come ci riesci?
La definizione di artista, per quanto generica, mi è sempre stata stretta, perché mi piace fare più cose e sperimentare in più campi. Ho sempre amato dipingere sia con tele e pennelli, sia con spray e marker. Sono entrato nel mondo della moda lavorando come modello per diversi brand, ma non ero interessato né a intraprendere quel tipo di carriera né tantomeno a diventare un influencer. La mia passione più grande è sempre stata l’arte ed era su quella volevo lavorare.

Spronato da uno dei writer più forti della scena, @zoow24, che è stato un po' il mio mentore in tutti questi anni, ho scoperto una nuova dimensione capace di unire l’arte e la moda. La prima capsule collection che ho fatto è stata per il mio amico Bad Deal, successivamente con Victor Victoria, poi altre collaborazioni con Valentino, Roberto Cavalli e Nike per Heron Preston.

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Di recente hai fatto un viaggio in Uganda, cosa ti ha spinto a lanciarti in questa avventura? L’esperienza in Uganda è stata una delle più magiche della mia vita. Tutto ha avuto inizio in un bar di Porta Venezia dove ho incontrato una ragazza, Mireille, che mi ha raccontato del viaggio che stava facendo il padre in Uganda come volontario. Ho sempre voluto riconciliarmi con la mia terra nativa, riscoprire tutti i ricordi che avevo archiviato dentro di me. Così, affascinato dai racconti su suo padre, decisi di partire, lasciando da parte lavoro e tutto il resto. Sono partito con due miei amici, di cui uno fotografo, @younggoats, che ha documentato tutta questa mia avventura per tre settimane. Alla partenza ero molto agitato, perché non ero più tornato da quando sono stato adottato.

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Facciamo un balzo in avanti di qualche anno: cosa c'è nel tuo futuro? Hai un piano preciso che sei determinato a seguire?
Non avrei mai pensato di finire a fare ciò che faccio, né tantomeno di poterlo chiamare lavoro. Ma se sono qui oggi è perché non ho mai smesso di dedicarmi a ciò che amavo. Mi rendo conto di avere ancora tantissimo da imparare: ho iniziato come modello e ora sto aprendo il mio brand personale, COLOЯED.

Ma non solo, sto imparando a suonare come DJ e ho imparato inoltre a saldare in modo da creare delle sculture in ferro. Non mi piace stare fermo, per questo mi definisco un creativo a 360 gradi: designer, artista, scultore e musicista. Posso affermare che ho fatto del mio passato un’arma e credo che non bisogna mai farsi demoralizzare.

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Il tuo motto?
Depressed kids are better at art. Questa frase l’ho scritta nel 2016 fuori da Palazzo Parigi, in quel periodo lavoravo presso il Bar Jamaica di Brera come cameriere. Il proprietario ha voluto investire nel mio brand, vedeva ogni volta che disegnavo sui taccuini delle prenotazioni il mio logo, di cui ha pagato le spese di copyright.

Ci credevo davvero quando ho scritto quella frase, e poi un'influencer mi ha taggato nelle sue storie fotografando proprio quella scritta, e da quel momento il mio Instagram ha letteralmente preso il volo :)

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Crediti


Intervista Giorgia imbrenda
Immagini su gentile concessione di @ЯED

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