Per Götteson S/S20 Prototipo via Instagram (@kaffymcgee)

La moda post-pandemia potrebbe essere digitale, ok—ma come?

È il momento di iniziare a pensare alla moda virtuale come a un'estensione essenziale di quella fisica.

di Joshua James Small
|
13 aprile 2020, 8:29am

Per Götteson S/S20 Prototipo via Instagram (@kaffymcgee)

Con l'avvento della pandemia da coronavirus, siamo stati tutti forzati a rivolgerci al mondo virtuale. Stufi degli Instagram Live, i video di workout casalinghi e Houseparty? Per quanto temporanea, la quarantena sta avendo un impatto sulle nostre vite che avrà delle ripercussioni che andranno molto oltre queste settimane. E per quanto difficile, l'isolamento forzato sembra aver dato la spinta per far accettare finalmente il fatto che le infrastrutture digitali siano parte integrante della nostra vita. Ma cosa vuol dire tutto ciò per la moda?

Il colosso del retail multi brand Marks & Spencer ha rivelato che sono stati cancellati ordini per un valore di oltre 100 milioni di sterline a causa del coronavirus, mentre Burberry ha dichiarato di aspettarsi un crollo dell'80 percento nelle vendite dell'anno finanziario conclusosi a fine marzo. Insomma, il futuro prossimo della vendita di abbigliamento al dettaglio nel mondo reale sembra molto oscuro. Non serve una mente geniale per capire che poche persone passeranno il tempo in quarantena acquistando la nuove collezioni dei loro brand preferiti. (E anche se così fosse, non ci sarebbe assolutamente alcun problema!) Ma più distanti siamo dalle nostre vecchie abitudini sociali e da consumatori, più sembra possibile un futuro in cui la nostra dipendenza dal digitale possa cambiare, o totalmente rivoluzionare, il modo in cui consumiamo la moda.

In quanto consumatori del 21esimo secolo, l'integrazione digitale fa parte delle nostre abitudini d'acquisto in maniera consistente, a prescindere dal coronavirus. Le statistiche di Instagram, ad esempio, dimostrano che tra i 95 milioni di immagini che vengono condivise ogni giorno sulla piattaforma, in proporzione la moda è il settore con il maggior numero di account usati per promuovere un brand. Come ha dimostrato l'attuale pandemia, le abitudini dei consumatori cambiano tanto velocemente quanto facilmente, con un incremento registrato nella vendita dei marchi presenti su Amazon del 47 percento nella seconda metà di marzo.

moda virtuale digitale soluzioni esempi
Per Götteson A/W20. Fotografia di Mitchell Sams.

I cambiamenti innescati dalla crisi rinforzano il modo in cui trasliamo la moda nel contesto digitale, facendola diventare un sostituto di abiti "in carne ed ossa." I rendering disegnati su programmi di design, possono essere utilizzati non solo per creare prototipi che andranno poi a essere riprodotti fisicamente, ma anche per essere indossati virtualmente da avatar, o dai clienti stessi attraverso la realtà aumentata, ad esempio. "Da quando siamo entrati in questa nuova fase ho avuto l'impressione che le persone avessero bisogno esprimere il loro senso di identità," afferma il designer basato a Londra Per Götteson. "Credo che dopo questo momento tutti saranno più aperti all'idea di crearsi un armadio digitale."

Un cambiamento di questa portata incoraggerebbe ovviamente un ripensamento radicale su come i designer dovrebbero approcciare la loro pratica. Ci sarà un'enfasi molto più forte sui rendering in 3D, piuttosto che sulla modellistica tradizionale, che potrebbe far avanzare il design dove le possibilità della manifattura fisica non possono spingersi. "Trovo il consumo delle immagini molto intrigante, in questo momento: i designer non possono essere tattili attraverso i prototipi. Penso a tutte le possibilità, l'inclusione di un design della moda virtuale,” continua Per, suggerendo che non solo i cambiamenti di questo momento ci spingeranno ad avere un'altro approccio verso il consumo della moda, ma che in effetti modificheranno totalmente il modo in cui percepiremo i vestiti. " Saranno un'opportunità per pensare al di fuori dell'oggetto di design," il che fa pensare che, mentre ci muoviamo verso una società dipendente dalla comunicazione attraverso uno schermo, i vestiti potrebbero essere disegnati con in mente delle occasioni digitali. Potrebbe dunque esistere uno spazio per look specificatamente disegnati per un consumo virtuale, attraverso una webcam.

In uno spazio digitale, il nostro focus potrebbe slittare oltre i vestiti convenzionali. La collaboratrice di Per, Kathy McGee, fondatrice del progetto di rendering 3D Digitoile, parla di come lo spazio digitale sia un'estensione di quello fisico, enfatizzando come questo possa facilitare le idee relative al design e alle collaborazioni in modi diversi. “Durante questo periodo di distanziamento sociale abbiamo l'opportunità di riguardare e riflettere sui mezzi di design che possediamo e i loro utilizzi possibili," propone. “L'impatto dovrebbe essere sostanziale, spingendoci a interrogarci sul perché effettivamente stiamo creando questi oggetti, e per chi.” È vitale il fatto che designer come McGee si stiano ponendo queste domande, creando con questo obiettivo in mente, invece che produrre oggetti vendibili solo per il gusto di farlo. Il design digitale rende le scelte più consapevoli, innescando una serie di decisioni prima che il design venga effettivamente prodotto. Come spiega Kathy: “Forse in alcuni casi il prodotto o l'idea necessita di essere solamente virtuale, e nel caso lo si voglia far esistere fisicamente, quel processo è forse sartoriale in una maniera drasticamente diversa dalla versione digitale.”

Forse l'argomentazione più convincente a favore della moda digitale sono le sue credenziali ecosostenibili: in un'epoca di consumismo sfrenato, ci permette di consumare la moda senza contribuire all'assurdo numero di vestiti—circa 100 miliardi—prodotti annualmente. Sono questi ragionamenti che hanno portato il giovane designer Aaron Esh ad incorporare il design digitale nel suo lavoro. Creando prima i rendering digitali, è capace di "ridurre lo spreco di tessuto che richiede il fare molteplici teline, e finalizzare i pezzi in metà del tempo." È un sentimento condiviso anche da Kathy, che è convinta niente sia come il digitale nell'"offrire un altro modo di comunicare idee e visioni."

Tutti e tre i designer condividono il pensiero che la moda digitale sia una buona estensione di quella reale, più che un sostituto. Ma come percepiscono tutto ciò altri creativi, che potrebbero sperimentare una sovrapposizione con i look creati in pixel? Una modella, per esempio, potrebbe essere preoccupata del fatto che potrebbe essere rimpiazzata da una controparte digitale, come la "supermodella digitale" Shudu Gram, una donna di colore che non esiste e che -- per complicare ancora di più le cose -- è la creazione di un uomo bianco, il graphic designer Cameron-James Wilson. I designer affermati potrebbero anche essere preoccupati da questo cambiamento verso il digitale, poiché comporterebbe l'acquisizione di altre abilità verso l'approccio della loro pratica.

Perché la moda digitale prenda il sopravvento sul mercato, sarebbe necessario che un'ondata di giovani designer lavorasse esclusivamente sul vestiario digitale, così da arrivare a modificare le abitudini dei consumatori. La retail e marketing strategist Karinna Nobbs, afferma a questo proposito: "Anche se l'adozione di un vestiario digitale è un concetto che funziona molto bene idealmente, più che praticamente, negli ultimi tempi si notano comunque molti più brand sperimentare con nuove forme di disseminazione, convinti che la moda digitale possa essere veramente un flusso di profitto. Certo è un settore di nicchia, molto complesso da approcciare, ma sembra che il sistema moda ci stia provando." Ma non è tutto. Secondo Karinna: "In futuro ci saranno degli individui che decideranno di vivere interamente immersi nella realtà virtuale, e per loro la moda digitale rappresenterà almeno l'80 percento delle loro spese in vestiti”. Per alcuni, questo futuro sembra ancora lontano, ma in realtà non è così lontano come si crede. Il 69 percento degli oltre 250 millioni di utenti del videogioco Fortnite spendono una media di 85 sterline in materiale virtuale. Nel 2019, un design digitale della casa di alta moda The Fabricant è stato venduto per 9.500. dollari C'è un vero appetito per questo tipo di prodotti.

Le restrizioni che viviamo oggi non hanno precedenti, ma è probabile che la nostra vita quotidiana tornerà come prima, nel mondo post-pandemia. Detto questo, senza ancora nessuna data certa sul futuro prossimo, ci sono tutte le probabilità che le nostre routine quotidiane possano intanto abituarsi ad una componente digitale imprescindibile. Diamoci un paio di settimane: i vestiti che prima indossavamo su The Sims e Fortnite potrebbero arrivare anche nei nostri armadi virtuali.

Segui i-D su Instagram e Facebook

Parlando di moda virtuale:

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK

Tagged:
opinioni
Coronavirus
think piece
per gottesson
The Fabricant
quarantena
shudu gram
moda digitale
moda virtuale