Fotografia di Giulia Fosca Borelli

Fare cheerleading in Italia: racconto di uno sport oltre minigonne e pompon

Allenamenti durissimi, sacrifici e infortuni. Ma anche oggettificazione del corpo ed emancipazione della donna.

di Benedetta Pini
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04 agosto 2020, 4:00am

Fotografia di Giulia Fosca Borelli

Se vi diciamo “cheerleader”, cosa pensate? Tifoseria da bordo campo in minigonna, pompon alla mano, glitter sul viso, code di cavallo impomatate di lacca e sorrisi imperturbabili stampati su puliti volti adolescenziali. Il cheerleading è uno di quegli sport su cui gravano ancora moltissimi pregiudizi, strascichi di una mentalità sessista che non riesce proprio vedere delle atlete in un gruppo di ragazze truccate e poco vestite—sì, ancora nel 2020.

Pregiudizi che tendono a declassare questo sport ad attività ludica, a sessualizzare i corpi che lo praticano e a minimizzare la dura preparazione atletica che richiede ogni singola prestazione. Dimenticandosi, inoltre, che le squadre non sono composte esclusivamente da ragazze; e i pregiudizi non mancano ovviamente neanche sui cheerleader maschi, figli di una mascolinità tossica che non contempla per gli uomini tutine aderenti, acrobazie e ruoli di secondo piano.

Fotografie cheerleader Giulia Fosca Borelli

“I falsi miti sono tanti: pensare che sia uno sport all girl, ovvero praticato solo da ragazze—invece esistono i team misti, chiamati coed_—, che sia un’attività fatta solo di coreografie semplici e pompon svolazzanti, che ci siano delle figure che primeggiano nel team e che ci sia una competizione sfrenata all’interno delle squadre. Ma la realtà non ha niente a che vedere con tutto ciò. Questi stereotipi esistono per colpa delle rappresentazioni sbagliate che ci arrivano da molti film e serie tv, che negli anni hanno contribuito ad alimentare il falso mito delle cheerleader.” Così esordisce la fotografa Giulia Fosca Borelli in merito al suo progetto _Cheerleading, an American Dream, realizzato seguendo la preparazione del team All Girl Lady Jags di Canegrate per le gare di Rimini 2019.

Fotografie cheerleader Giulia Fosca Borelli

Negli ultimi anni, però, l’immaginario stereotipato perpetuato da canzoni, serie tv (One Tree Hill) e film (come il cult Ragazze nel pallone) che tematizzano il cheerleading sta iniziando a crollare, grazie ad altre canzoni, serie tv e film che prendono tutto quel pacchetto plastificato e lo smantellano pezzo dopo pezzo. Perché il problema centrale è quello della narrazione, di chi la veicola e di chi la controlla. Finché saranno uomini bianchi ciset a parlarci di cheerleading, e con la pretesa di restituire persino il contesto adolescenziale e scolastico in cui si inserisce, continueremo a vedere solo tutine e glitter a bordo campo e personalità da mean girl tra i corridoi, invece di vedere atlete e atleti agonistici a tutti gli effetti, che tra allenamenti e studio l’ultima cosa che possono permettersi è perdere tempo a fare le dive tra gli armadietti.

Fotografie cheerleader Giulia Fosca Borelli

Questo blocco di falsi miti, strettamente legati al contesto americano, è stato esportato anche al di fuori del paese, arrivando fino in Italia. Qui non ci sono sfilate in corridoio al cambio dell’ora, armadietti da sbattere, rigide gerarchie nei posti in mensa né squadre sportive interne al liceo, eppure quell’immaginario l’abbiamo introiettato nel profondo, e un po’ forse da piccole desideravamo viverlo—chi non ha mai sognato di avere gli armadietti a scuola? E di essere “la più popolare” del liceo? Ma si tratta di una narrazione che, pur partendo da un dato di realtà, lo distorce, esasperandone certi aspetti e silenziandone altri. Ed è proprio da questo meccanismo che si originano stereotipi e pregiudizi malsani.

Fotografie cheerleader Giulia Fosca Borelli

“Il primo punto sul quale fare chiarezza è che il cheerleading, anche in Italia, è uno sport a tutti gli effetti: ha le sue federazioni, è riconosciuto a livello nazionale ed è in attesa di diventare uno sport olimpico. È praticato a livello agonistico e chi lo pratica è un atleta,” asserisce Giulia. “È un’esibizione atletica, formata da una parte coreografica (danza), una acrobatica (tumbling), una di sollevamenti e lanci (stunt) delle flyer, una di salti (jump) e infine una di piramidi. Alle gare ogni squadra si esibisce con una sua coreografia (routine) davanti a una giuria, che dà un punteggio sulla base dei parametri fissati dall'European Cheerleading Union (ECU). Quello che nasce dall’insieme di tutti questi fattori è uno sport incredibile.” Inoltre, l’ennesimo mito da sfatare è quello del “bordo campo”, precisa Giulia: il cheerleading è uno sport totalmente autonomo, che esiste di per sé e non solo in quanto supporto ad altri sport come il football o il basket, ed è infatti riconosciuto ufficialmente dal CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano).

Fotografie cheerleader Giulia Fosca Borelli

A permettere a Giulia di adottare uno sguardo lucido sul cheerleading è stata l’esperienza di scambio culturale con una high school del New Jersey, quando aveva 17 anni e frequentava il liceo linguistico. “Girando per i corridoi per passare da una lezione all’altra, notai una cosa in particolare: moltissimi alunni indossavano le divise delle diverse squadre sportive della scuola: football, baseball, softball, basket, lacrosse… e cheerleading.” L’importanza che lo sport rivestiva all’interno del tessuto scolastico colpì subito Giulia, e soprattutto una disciplina in particolare. Due anni fa, quando conobbe una ragazza che le disse di fare la cheerleader, tornarono a galla i ricordi del New Jersey e di quello sport che tanto le era rimasto impresso, senza però avere avuto allora la molla per approfondire la sua curiosità. Ecco che quella molla era scattata.

Fotografie cheerleader Giulia Fosca Borelli

“La differenza tra l’Italia e gli Stati Uniti è l’importanza attribuita a questa disciplina: oltreoceano è considerata una professione ed è il secondo sport più praticato in tutto il Paese. Ma è necessario fare subito una distinzione tra il cheerleading scolastico e il cheerleading come professione. Quest’ultimo si chiama Cheerleading All Star ed è praticato da squadre agonistiche altamente qualificate, che non sono legate a nessuna scuola e nascono con l’obiettivo di competere nelle gare. Le squadre di cheerleading delle scuole, invece, si chiamano Sideline Cheerleading e supportano altri sport dell’istituto, come il football o il basket, e solo a volte possono competere autonomamente,” ci spiega Giulia. “In Italia, dunque, esiste solo la prima tipologia, e nonostante se ne parli ben poco è uno sport molto praticato e ci sono team in tutto la Penisola,” come ha avuto modo di constatare quando si è trovata insieme alla All Girl Lady Jags all’evento italiano più importante del settore nel 2019: le gare Nazionali Italiane.

Fotografie cheerleader Giulia Fosca Borelli

Stando all’immaginario stereotipato del cheerleading, la competizione a cui ha assistito Giulia avrebbe dovuto prevedere una competizione sfrenata, e invece non è stato così: “I team erano tantissimi, e nonostante fossero tutti lì per competere avevano un atteggiamento molto amichevole tra loro. Non c’era aria di sfida, anzi, ciascuno apprezzava il lavoro degli altri e si facevano il tifo a vicenda. Credo di non aver mai visto niente del genere in altri sport.” E anche all’interno delle squadre si riscontra lo stesso atteggiamento: “Ciascun atleta ha un ruolo diverso ma parimenti importante nel team, anche chi apparentemente non è in primo piano, senza innescare rivalità malsane. Si incoraggiano e aiutano l’un l’altro per riuscire a dare il meglio e non cedere emotivamente. C’è un forte senso di solidarietà e sostegno tra atleti. Sono una famiglia, e ciò vuol dire anche momenti di incomprensione, ma che diventano motivo di confronto e di aiuto, non di rottura o di frustrazione,” ci racconta Giulia, che ha vissuto tutto questo in prima persona.

Fotografie cheerleader Giulia Fosca Borelli

“Stando a stretto contatto con le All Girl Lady Jags durante gli allenamenti, ho percepito che sono due gli elementi fondamentali su cui si basa il cheerleading: sintonia e fiducia; tanto in se stesse quanto nelle compagne di squadra. È uno sport che ti mette a dura prova, costringendoti a confrontarti con le tue debolezze e insicurezze. Le rare volte in cui mi è capitato di assistere a momenti di tensione, sia le compagne che la coach hanno risposto con amore e comprensione, aiutando chi era in difficoltà,” ci racconta con ammirazione Giulia. “Se infatti uno di questi due fattori viene a mancare, le possibilità che qualcosa vada storto aumentano, non solo a livello di performance ma anche a livello fisico, mettendo a rischio la salute delle atlete.” Il cheerleading è infatti uno degli sport più pericolosi al mondo, in cui l’imprevisto è sempre presente, e la concentrazione e la collaborazione devono sempre essere al massimo.

Fotografie cheerleader Giulia Fosca Borelli

Questa pressione, sommata a quel casino di emotività e confusione che chiamiamo adolescenza, fa emergere il lato più oscuro del cheerleading, che Giulia ci spiega essere presente specialmente in America. Molte ragazze tendono infatti a scegliere il cheerleading durante le superiori come materia sportiva extrascolastica, ma, almeno nella sua esperienza in New Jersey, il concetto di popolarità, esclusività e celebrità è del tutto inesistente, e sembra un costrutto aggiunto dalle narrazioni mediatiche. Ciò che interessa a chi pratica il cheerleading, come qualsiasi altra disciplina, è infatti raggiungere i propri obiettivi sportivi, anche pensando all’accesso al college. Tre allenamenti a settimana per tre ore è un ritmo intenso, che necessariamente influisce sulla loro vita, come qualsiasi altro sport agonistico; e lo stesso vale in Italia, anche se non è inserito in un contesto scolastico.

Fotografie cheerleader Giulia Fosca Borelli

Ma i falsi miti da sfatare sono anche su questi lati oscuri, che seppur presenti non vanno generalizzati. Secondo l’esperienza di Giulia, fenomeni come il blocco delle mestruazioni e altre forme di abusi fisici sono singoli casi da condannare, conseguenze che si presentano quando il corpo viene stressato in modo eccessivo. “La coach delle Lady Jags mi disse che per lei era molto importante insegnare alle sue ragazze l’importanza di ascoltare il proprio corpo e di non spingersi oltre certi limiti, come quelli oggettivi del dolore, e allo stesso tempo di superare quei limiti mentali che permettono di superare le difficoltà, come la paura di non farcela.” Una figura cruciale nel cheerleading è infatti quella dell’allenatore o allenatrice della squadra, un vero e proprio punto di riferimento per gli atleti. “Il rapporto profondo, quasi materno, che c’è tra coach e atleta mi ha colpito tantissimo, credo di non averlo mai visto in altri sport. Nel caso delle Lady Jags, la coach Anna J è decisa e sa come portare avanti la sua squadra. Si prende cura delle sue ragazze, le motiva e le sprona a fare sempre di meglio, ma sa anche coccolarle nel momento del bisogno.” Ma non succede sempre mantenere questo equilibrio, come dimostrano i molti casi di abusi di potere denunciati in America.

Fotografie cheerleader Giulia Fosca Borelli

A questo proposito, Amanda Mull, nella sua recensione della docu-serie Netflix Cheer sull’Atlantic, afferma che nel cheerleading sembra esserci una specifica mentalità che glorifica il dolore e premia dell’abnegazione assoluta. La serie ha sicuramente il merito di abbattere molti stereotipi su questo sport e di portare alla luce tante oscurità finora nascoste, ma al contempo ne perpetua degli altri. L’esperienza di Giulia, infatti, è stata del tutto diversa. Come ci ha raccontato, ha sempre percepito molta cura e attenzione nei confronti delle atlete da parte dei coach, e da parte delle atlete verso loro stesse, come ha avuto modo di constatare quando ha assistito ad alcuni infortuni e brutte cadute durante gli allenamenti delle Lady Jags, a pochi giorni dalla gara. Avversità che la squadra ha affrontato “con una tenacia e una voglia di andare avanti davvero ammirevoli. Tornate a casa, nella loro palestra, hanno continuato ad allenarsi, più forti di prima.”

Fotografie cheerleader Giulia Fosca Borelli

Si tratta di un confine molto labile, quello tra desiderio di realizzarsi e di non deludere le aspettative, e per questo parlare di cheerleading è anche una questione femminista. Pensiamo ad esempio alle denunce di documentari come A Woman’s Work: The NFL’s Cheerleader Problem o Daughters of Sexual Revolution: The Untold Story of the Dallas Cowboys Cheerleaders. Quindi, sfruttamento del lavoro, contratti al limite della legalità, discriminazioni di genere, trascuratezza degli infortuni, allenamenti massacranti, assenza di sicurezza nel futuro, limitata assistenza medica, abusi di potere e la conseguente paura di parlare per il terrore di venire escluse dal team. Come ci spiega Giulia, si tratta di questioni reali nel settore professionistico americano, e comprovate dalle numerose cause aperte contro la NFL (National Football League). “Nulla di nuovo, la lotta delle cheerleader per la parità di genere, contro le ingiustizie di un’industria potente e sessista che considera una cheerleader come una persona capace solo di ballare e apparire carina, è una battaglia che le donne lavoratrici affrontano tutti i giorni.” Sono molte le lotte che ancora oggi le cheerleader portano avanti per poter essere tutelate al pari di qualsiasi altro atleta professionista. “Ci sono manuali di comportamento che le cheerleader devono rispettare, anche nella loro vita privata, che includono come apparire sui social, cosa indossare, chi frequentare, come reagire di fronte agli atleti o ai fan. Se queste regole non vengono rispettate, si viene buttate fuori dalla squadra,” ci spiega Giulia. “La paga di una cheerleader spesso è sotto la soglia del salario minimo. Non hanno alcun sostegno economico per le spese degli allenamenti, delle divise e delle cure estetiche per apparire sempre al meglio.”

Fotografie cheerleader Giulia Fosca Borelli

Negli anni ‘70, in un momento di grandi cambiamenti sociali successivi al ‘68 e culminati con la storica sentenza che riconobbe il diritto all’aborto nel 1973, le cheerleader, in particolare le Dallas Cowgirls Cheerleader, aprirono un dibattito ancora oggi irrisolto: simbolo e pioniere della liberazione o vittime e complici dello sfruttamento del corpo femminile? All’epoca, infatti, le donne che sceglievano di diventare cheerleader venivano etichettate da certe frange del movimento femminista di prima ondata come “Barbie Doll”, accusate di farsi sfruttare, di vendere se stesse e di strumentalizzare il proprio corpo come un oggetto sessuale. Ma questa critica entrava in conflitto con le idee del femminismo stesso, ovvero che una donna dovesse essere libera di scegliere del proprio corpo e del proprio futuro. “Le Dallas Cowgirls Cheerleader,” afferma Giulia, “facevano esattamente questo, andando contro le famiglie, la società e gli schemi entro cui veniva inquadrata la donna tradizionale, per una paga misera di 15 dollari a partita senza rimborsi spese. Ma lo facevano ugualmente, e ne andavano fiere.” Tutt’oggi negli USA le cheerleader sono soggetto di continui dibattiti e discussioni: “Molte persone hanno la percezione che sia una pratica sempre e comunque sessualizzata, ma non è così. Le ragazze che scelgono di intraprendere questa professione lo fanno per passione, non per intrattenere gli uomini.”

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Crediti

Testo di Benedetta Pini
Fotografie di Giulia Fosca Borelli

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