Corpi queer, football e l'America più struggente negli scatti di Catherine Opie

In occasione dell'uscita della sua ultima monografia, la fotografa statunitense ci ha raccontato il dietro le quinte di alcune delle sue opere più famose.

di Alex Merola
|
08 giugno 2021, 4:00am

La prima volta che Catherine Opie ha puntato l’obiettivo su di sé aveva esattamente nove anni. In quella fotografia si mostra con i bicipiti gonfi e un paio di occhiali con la montatura grossa davanti a casa sua, in Ohio. Dopo quella prima esperienza, ha continuato a fotografarsi in altre situazioni, manipolando il proprio corpo nei modi più sperimentali: con la scritta “PERVERT” incisa sul petto, con donne stilizzate che si tengono per mano incise sulla schiena e mentre allattava il suo bambino. Ma oltre a fotografare se stessa, non ha mai smesso di rivolgere il proprio obiettivo anche al mondo esterno, scattando autostrade, mini centri commerciali, marce, calciatori delle scuole superiori, feste sadomaso, oggetti di Elizabeth Taylor, ghiacciaie dei pescatori, surfisti e paludi. Dunque, cosa accomuna tutti questi soggetti nell’universo creativo di Catherine? “Il mio lavoro è sempre vicino a casa”, afferma, “e tratta di come si formano le comunità e di come le persone si trasformano.”

All'inizio degli anni '90, il mantra di Catherine “identità=comunità” ha dato forma agli iconici ritratti della sua “famiglia” di leather dyke a Los Angeles. Poste davanti a fondali brillanti e monocromatici, con enfatica frontalità e sguardi brucianti, urlavano: “Siamo qui, siamo queer.” Ci racconta la fotografa: “I miei amici stavano morendo di AIDS. Così ho sentito l’impellenza di produrre un lavoro che nobilitasse il corpo queer. Non ne avevo mai visti prima. Si rappresentavano sempre attraverso piercing, vibratori anali.. io, invece, volevo immortalarli a un livello umano.”

30 anni più tardi, Catherine rimane salda nella sua fede nel potere della comunità e della macchina fotografica. “Credo nella testimonianza e nel documento semplice che è la fotografia,” afferma, “ne sono convinta: l’unico modo in cui spesso possiamo comprenderci realmente è guardandoci. Sono stata un’attivista per la mia comunità sin da quando mi sono trasferita a San Francisco nel 1982, e la lotta delle persone che protestano mi commuove ancora oggi.” Durante il tutto quel ribaltamento sociale che il 2020 ha innescato, Catherine ha acquistato un camper e si è messa in viaggio con l’obiettivo di documentare il suo percorso attraverso scatti di monumenti diroccati e paesaggi astratti—un modo per fare i conti con gli orrori della storia americana. “La politica ha sempre fatto parte del mio lavoro,” afferma. “Abitando il mio corpo e osservando la società in cui ancora oggi viviamo, considero anche solo vivere in questo mondo è un atto politico. Per le donne, soprattutto, è difficile prendersi degli spazi. E io sono una donna che ha deciso di prendersi il proprio spazio.”

In occasione della sua tanto attesa monografia, la celebre reporter dell'America contemporanea ha guardato al suo lavoro fino ad oggi, scegliendo otto delle sue fotografie più rilevanti e raccontandole ad i-D.

Self Portrait, 1970

“Autoritratto”, 1970: 8 delle foto più memorabili di Catherine Opie
'SELF PORTRAIT', Catherine Opie, 1970. Foto courtesy dell'artista e della galleria Regen Projects, Los Angeles; di Lehmann Maupin, New York/Hong Kong/Seoul/Londra, della galleria Thomas Dane, Londra e Napoli e della galleria Peter Lund, Oslo.

Da bambina, avevo scritto un libro su un fotografo americano di nome Lewis Hine, le cui foto di bambini nelle fabbriche aiutarono a cambiare le leggi sul lavoro minorile. Ho detto hai miei genitori che volevo diventare una fotografa documentarista e per il mio nono compleanno ho chiesto in regalo una macchina fotografica. La cosa interessante di questa foto è che non ricordo di averla preparata. Ha iniziato a piacermi solo anni dopo, quando entrando nei miei archivi ho scoperto i negativi dei miei primi rullini. Continua ad essere una foto molto importante per me, soprattutto per il suo humour. Si tratta chiaramente del ritratto di una baby lesbica: pantaloni floreali, la cerniera aperta a metà, io che faccio i muscoli per mostrare la mia forza. Ancora oggi parla alla persona che sono diventata.

Chicken, 1991

“Chicken”, 1970: 8 delle foto più memorabili di Catherine Opie
'CHICKEN', Cathrine Opie, 1991. Foto courtesy dell'artista e della galleria Regen Projects, Los Angeles; di Lehmann Maupin, New York/Hong Kong/Seoul/Londra, della galleria Thomas Dane, Londra e Napoli e della galleria Peter Lund, Oslo.

Nella Los Angeles degli anni ‘80 non c’era ancora una “butch culture”. Quindi, le mie amiche e io ci mettevamo i baffi finti circa sette giorni su sette, guidavamo le nostre motociclette e sedevamo in chaps fuori dall'unico bar lesbico della città, il Palms. Chiedevamo alle donne se volessero essere accompagnate a casa da noi, ma ovviamente rifiutavano. Il progetto Being and Having (1991) segna la prima volta che sono entrata in uno studio fotografico. Volevo allontanarmi dal modello documentaristico a cui mi ero aggrappato durante i miei studi, quindi ho usato lo sfondo giallo come un mezzo per parlare delle idee di performatività e genere. Solitamente, le donne ritratte nelle foto posavano guardando lontano con aria assente. Anche allora, era molto insolito incontrare questo tipo di sguardo “maschile”, in cui le donne guardavano dritto verso la telecamera, assumendo il controllo della scena.

Self-portrait/cutting, 1993

“Self-portrait/cutting”, 1970: 8 delle foto più memorabili di Catherine Opie
'SELF-PORTRAIT/CUTTING', Catherine Opie, 1993. Foto courtesy dell'artista e della galleria Regen Projects, Los Angeles; di Lehmann Maupin, New York/Hong Kong/Seoul/Londra, della galleria Thomas Dane, Londra e Napoli e della galleria Peter Lund, Oslo.

Questa è una foto molto pregna di significato per me. Stavo cercando di creare qualcosa che racchiudesse sia un momento storico che qualcosa di profondamente personale. La mia prima relazione che aveva assunto una dimensione domestica era finita e, per un anno intero, ho continuato a scarabocchiare questa immagine stilizzata sul taccuino, accanto al telefono. È qualcosa che i bambini disegnano all’asilo quando vogliono raffigurare la loro famiglia. Così, ho deciso di incidermelo sulla schiena. Pensavo al sangue in relazione all'epidemia di HIV/AIDS, ma c'è anche una forma di speranza in quel sole che emerge dalla nuvola. Credo che questo tipo di immagini racconti una storia non solo attraverso l’espressione di un desiderio di una dimensione famigliare, ma anche evidenziando cosa significhi incarnarla per davvero.

Alistair Fate, 1994

“Alistaire Fate”, 1970: 8 delle foto più memorabili di Catherine Opie
'Alistaire Fate', Catherine Opie, 1994. Foto courtesy dell'artista e della galleria Regen Projects, Los Angeles; di Lehmann Maupin, New York/Hong Kong/Seoul/Londra, della galleria Thomas Dane, Londra e Napoli e della galleria Peter Lund, Oslo.

Alistair Fate era già stata fotografata molte volte, essendo apparsa con Julie Tolentino in Sex (1992) di Madonna, libro che ho sempre trovato abbastanza strumentalizzante e che aveva poco a che fare con la mia comunità. Quando ho fotografato Alistair, si era appena laureata al San Francisco Art Institute e lavorava come tattoo artist. Anche se durante la scuola d’arte non l’avevo mai incrociata, condividevamo quest’esperienza. Adoro come il suo corpo si è ripiegato su sé stesso mentre sedeva sulla sedia e anche l’elemento della benda sulla sua mano. Per me, è semplicemente un ritratto molto profondo di qualcuno che mi è piaciuto davvero, davvero tanto.

Untitled #8 (Surfers), 2003

“UNTITLED #8 (SURFERS)”, 1970: 8 delle foto più memorabili di Catherine Opie
'UNTITLED #8 (SURFERS)', Catherine Opie, 2003. Foto courtesy dell'artista e della galleria Regen Projects, Los Angeles; di Lehmann Maupin, New York/Hong Kong/Seoul/Londra, della galleria Thomas Dane, Londra e Napoli e della galleria Peter Lund, Oslo.

La serie con i surfisti è uscita dopo che avevo realizzato Icehouses (2001). Mi piaceva l'idea di queste comunità di pescatori del Minnesota che costruivano ghiacciaie sul lago solo per pochi mesi all'anno prima che il ghiaccio si sciogliesse. Quando sono tornata in California, ho ricominciato a pensare a quelle comunità temporanee, ma anche alla nozione di “iconico” della fotografia paesaggistica. Con Surfers, volevo smantellare il cliché del ragazzo biondo che cavalca un'onda enorme. Si trattava di guardare e aspettare. Quando hai questi corpi in bilico sull'oceano, quando la superficie delle onde è piatta, c'è questa strana quiete. È una sorta di luogo condiviso di contemplazione a cui continuo a tornare.

Football Landscape #12 (Alice VS. W.B. Ray, Corpus Christi, TX), 2008

“FOOTBALL LANDSCAPE #12 (ALICE VS. W.B. RAY, CORPUS CHRISTI, TX)”, 1970: 8 delle foto più memorabili di Catherine Opie
'FOOTBALL LANDSCAPE #12 (ALICE VS. W.B. RAY, CORPUS CHRISTI, TX)', Catherine Opie, 2008. Foto courtesy dell'artista e della galleria Regen Projects, Los Angeles; di Lehmann Maupin, New York/Hong Kong/Seoul/Londra, della galleria Thomas Dane, Londra e Napoli e della galleria Peter Lund, Oslo.

I paesaggi dei campi da football sono arrivati durante una vacanza di famiglia in Louisiana, luogo da dove viene mia moglie, mentre tentavo di trovare qualcosa da fare. Quindi ho chiesto ai miei nipoti, che giocano tutti a football americano, se potessi assistere ai loro allenamenti. Non ero interessata al concetto di mascolinità quando ho cominciato il progetto, ma sono stata colpita dalla vulnerabilità di questi ragazzi. In quel periodo eravamo in guerra e avevamo perso un gran numero di giovani uomini. Questa foto è stata scattata in Texas, che generalmente è uno stato conosciuto per la fede, le pistole e il football. Mi piace sempre frugare nelle varie sfaccettature dell’identità, specie l’identità americana. Per me, questi paesaggi di football sono la quintessenza dei paesaggi americani. 

Mirros #4 (The Modernist), 2016

“MIRROR #4 (THE MODERNIST)”, 1970: 8 delle foto più memorabili di Catherine Opie
'MIRROR #4 (THE MODERNIST)', Catherine Opie, 2016. Foto courtesy dell'artista e della galleria Regen Projects, Los Angeles; di Lehmann Maupin, New York/Hong Kong/Seoul/Londra, della galleria Thomas Dane, Londra e Napoli e della galleria Peter Lund, Oslo.

The Modernist è stato il mio primo film e ha visto la partecipazione di Pig Pen con cui ho collaborato per tutti gli anni ‘90. Qui, interpreta un* fint* artista con l’ossessione per gli scatti di Julius Shulman di iconiche case moderniste. Così incomincia ad appenderle al muro e incollarle alla parete, come si vede nel riflesso dello specchio dell’immagine, e infine le brucia (Disclaimer: nessuna casa d’architettura moderna è stata danneggiata nella realizzazione di questo film). Mi sono ispirata al film di fantascienza di Chris Marker La Jetée (1962), anch'esso raccontato attraverso una serie di fotogrammi. E se Marker rifletteva su guerra nucleare e memoria, io ho provato a giocare con le idee del sogno utopico tipiche del modernismo e della distopia in cui sembra viviamo ora.

Untitled #1 (Swamps), 2019

“UNTITLED #1 (SWAMPS)
'UNTITLED #1 (SWAMPS)', Catherine Opie, 2019. Foto courtesy dell'artista e della galleria Regen Projects, Los Angeles; di Lehmann Maupin, New York/Hong Kong/Seoul/Londra, della galleria Thomas Dane, Londra e Napoli e della galleria Peter Lund, Oslo.

Il Sud rappresenta tanto della psiche del nostro paese. Mentre insegnavo in Florida, ho iniziato a pensare alle paludi in relazione alla retorica trumpiana, incarnata dall’espressione “drenare la palude” e al linguaggio che permea il clima politico attuale. Le paludi non si prosciugheranno, anzi, si allagheranno sempre più con il tempo. Ero su un battello turistico sull'Okefenokee, luogo famoso per aver fatto da set ad una serie sconfinata di B-movie, ed ero lì per scattare quelle che considero le mie foto amatoriali del National Geographic. Ho visto un gufo appollaiato su di un ramo, che mi guardava dritto negli occhi. È stato uno di quei momenti in cui ogni dettaglio era in perfetta armonia l’uno con l’altro.

Il libro monografico ‘Catherine Opie’, che contiene saggi di Hilton Als, Douglas Fogle, Helen Molesworth ed Elizabeth A.T. Smith e un'intervista di Charlotte Cotton, è pubblicato da Phaidon.

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK.

Crediti

Foto courtesy di Catherine Opie e Regen Projects, Los Angeles; Lehmann Maupin, New York/HongKong/Seoul/Londra; Thomas Dane Gallery, Londra e Napoli; e Peder Lund, Oslo

Leggi anche:

Tagged:
america
queer
LGBTQ
Foto
Catherine Opie