Fotografie di Arianna Todisco

Ho seguito i palloncini dei Caminanti di Noto per 4 mesi, scattandoli ogni giorno

Con "Ephemeral Freedom", Arianna Todisco ha esplorato la vita di questa comunità nomade di venditori di palloncini, fatta di gioco, leggerezza, malinconia e instabilità.

di Carolina Davalli
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14 luglio 2021, 10:30am

Fotografie di Arianna Todisco

Se per i bambini i palloncini richiamano la sfera del gioco, della leggerezza, della spensieratezza, per gli adulti spesso si inseriscono in un immaginario malinconico, pesante, tragico. Sarà perché iniziano ad apparire come eterei, volatili e quindi instabili, o forse perché l’eventualità che questi scivoleranno dalle mani per scomparire nel cielo si è rivelata una realtà. Qualunque sia il motivo, il palloncino è un’icona stratificata e densa di significati.

La portata metaforica del palloncino era chiara anche ad Arianna Todisco, fotografa pugliese d’adozione milanese—città dove vive da più di 15 anni—che da sempre si è sentita attratta da questo oggetto, protagonista delle feste patronali che frequenta fin da piccola. Ma dall’altro capo dei fili di quei palloncini possono essere attaccati personaggi bizzarri, figure che agli occhi dei bambini appaiono come mitologiche, che sprigionano meraviglie e una potenziale e gioia passeggera: i Caminanti.

“L’idea dietro al progetto è nata dall’immagine che avevo dei venditori di palloncini, persone che vedevo puntualmente a tutte le feste patronali pugliesi. Questi personaggi mi hanno sempre incuriosito e affascinato—agli occhi di una bambina fanno sempre un certo effetto. Poi, durante la pandemia, facendo delle ricerche personali, ho scoperto che si trattava di un vero e proprio popolo, quello dei Caminanti. Da lì ho deciso di partire per incontrarli,” ci racconta, parlandoci della gestazione del suo progetto fotografico più recente Ephemeral Freedom.

Arianna Todisco Ephemeral Freedom progetto caminanti di noto venditori di palloncini campagna libro fotografico selfself books

Arianna descrive la sua fotografia come un “reportage simbolico”, una pratica che incarna appieno tutte le sue ossessioni, unendo gli studi classici, il background accademico e pratico dell’Accademia e la voglia di vivere in prima persona i propri progetti. “Il mio ruolo è osservare e rielaborare, trovare le chiavi di lettura delle realtà in cui mi immergo, cercando di mettere in luce sia tematiche circoscritte ai luoghi in cui mi trovo sia la mia visione personale e soggettiva del progetto,” ci spiega.

“Avendo un retaggio accademico artistico, non riuscivo a capire fino a che punto il reportage potesse essere una valvola di sfogo creativa. Finché non mi sono resa conto che, anche con soli due soldi in tasca, volevo sempre viaggiare e entrare in contatto con le persone. Oggi la mia visione è ancora molto raw, ancora in divenire, ma sento di starmi avviando verso un tipo di fotografia più simbolica e metaforica,” continua, parlando di come questo ultimo progetto sia stato fondamentale nel tracciare una visione più lucida e cosciente della propria pratica.

Da qui e dalle ricerche effettuate durante il periodo della pandemia nasce Ephemeral Freedom, un viaggio nella cultura e nella quotidianità dei successori del popolo nomade degli Arberes’h, che dal XIV secolo si è inserito nel Sud Italia per stanziarsi successivamente e definitivamente a Noto. “Facendo delle ricerche, ho scoperto che i Caminanti sono riconosciuti come cittadini di Noto dagli anni ‘80, e uno dei primi sindaci di quegli anni faceva parte della loro comunità e ha veicolato il riconoscimento di molti loro diritti, per questo che molte delle famiglie si sono stanziate definitivamente lì,” ci racconta Arianna. “All’inizio, non ero sicura se fossero nomadi o meno, l’ho scoperto sul posto. I Caminanti si dividono in due, quelli ormai fermi a Noto e una piccola parte che si muove solo nella Sicilia Orientale,” conclude.

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Quella dei Caminanti è una realtà paradossale, che vive in un limbo tra una tensione al viaggio, alla scoperta, all’infinito e la tragicità di una realtà che li emargina, eppure non si scompone di fronte alla loro presenza. “Sono riconosciuti a livello burocratico, ma nella realtà vivono in una condizione di emarginazione, i bambini non vanno a scuola e restano senza formazione e vittime di discriminazioni,” racconta Arianna, parlando della consapevolezza che via via si faceva strada nella sua percezione di quella realtà, una volta entrata in contatto con loro ed essere stata accettata come parte integrante della comunità.

“Non solo ho partecipato alla loro quotidianità, empatizzando con loro e approfondendo gli elementi sociali e antropologici che li contraddistinguono, ma sono anche riuscita a veicolare tutto questo attraverso un simbolo, quello del palloncino, che è la chiave di lettura dell’intero progetto. Non mi bastava documentare la loro vita, volevo trovare un icona che incarnasse la loro condizione,” ci spiega. Ed ecco il perché del palloncino, lo stendardo di un’identità fratturata e scomposta, che oscilla tra l’ideale di una vita nomade che non ha mai realmente conosciuto ma che sa essere esistita e possibile e la realtà delle nuove generazioni, ormai legate a un posto che non sentono loro, e che vivono in un limbo simile a quello dei palloncini, stretti nelle mani di un bambino inconsapevole ma pronti a scivolargli tra le mani alla prima occasione.

“Prima erano giocattolai, arrotini, uomini e donne di fiducia, aggiustatutto e poi sono diventati i venditori di palloncini, venendo inevitabilmente associati a quella determinata professione,” racconta Arianna. “Il palloncino è diventato per me un elemento ansiogeno e tragico del loro quotidiano, anche lo stesso oggetto è tragico di per sé—nasce dall’idea di qualcosa di giocoso ma in realtà è plastica, è inquinante,” riflette la fotografa.

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“Vivere con loro mi ha portato a compiere degli adattamenti mentali che non ho mai provato da nessuna parte. Si è creato un legame fortissimo, famigliare, un affetto concreto. E le mie scelte progettuali si sono scontrare con quell’affetto, creando uno scarto che rende Ephemeral Freedom ancora più importante per me. Una volta che ho visto la metafora del palloncino ho capito quando fosse profondo il progetto, e di quanto sarebbe stato difficile per me guardarlo in maniera oggettiva,” ci confida Arianna, rispondendo alla domanda su quale sia stata la parte più difficile di quei quattro lunghi mesi a contatto con i Caminanti.

Alla domanda invece su quale sarà il passo successivo della sua ricerca, la fotografa risponde subito e con coraggio: “Mi piacerebbe esplorare le radici Arberes’h in Italia, le origini dei Caminanti, approfondendo la loro realtà e ricostruendo la loro storia attraversando la loro esperienza nel contemporaneo. Voglio proseguire la linea dei Caminanti.” Esattamente come il palloncino—gioco noioso per definizione, finché non ti scappa di mano—l’esistenza dei Caminanti è un sopravvivere con un groppo in gola, quello che li spinge all’infinito, lo stesso che scandisce la differenza tra la loro esistenza e quella degli altri. Quella di Arianna è una missione, un’azione di conquista di un’identità persa in una quotidianità soffocante, noiosa, costretta, ma che non per questo merita di scomparire.

Sostieni la pubblicazione di “Ephemeral Freedom” di Arianna Todisco attraverso il corwdfunding organizzato da SelfSelf, la piattaforma che supporta i fotografi emergenti nella pubblicazione dei propri libri fotografici.

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Crediti

Testo: Carolina Davalli
Fotografie: Arianna Todisco
Produzione di Ephemeral Freedom: Waamoz
Curatela di Ephemeral Freedom: Maatrice
Per la campagna: Selfself Books

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