Post punk, inclusivo ed eco-sociale, vi presentiamo il brand emergente Atelier Florania

La sua missione è quella di offrirsi come spazio alternativo che sovverta i ritmi e processi del fashion biz.

di Giorgia Imbrenda
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24 settembre 2021, 9:49am

Rebel Label è la rubrica di i-D che incontra, intervista e qualche volta fotografa i brand emergenti (e non) in Italia. Oggi è il turno di Flora Angela, la mente creativa dietro al giovane brand indipendente 100% sostenibile Atelier Florania.

Dopo un percorso formativo all’interno sia di brand già affermati quanto nei team delle stelle nascenti del panorama della moda internazionale, la designer ha deciso di dedicarsi a un progetto proprio, che esprima tutte le visioni progettuali e ideali che contraddistinguono la sua pratica. Così ha preso forma un brand totalmente sostenibile, che attinge dalle teorie cyborg e femministe, dall’estetica post punk e da tutto lo spettro delle arti applicate per tracciare un ritratto contemporaneo e ottimista di un futuro della moda inclusivo, attento e sostenibile.

Così, incuriosite dall’immaginario del brand e dalla natura sovversiva, ribelle e woke del progetto, abbiamo intervistato la fondatrice per saperne di più sulla filosofia e gli obiettivi di Atelier Florania.

rebel label designer emergenti Florania moda

Ciao Flora! Il tuo è un brand inclusivo e super trasgressivo! Parlaci un po’ di te e che tipo di formazione hai avuto.
Ciao! Più che il ‘mio’ brand, Florania è un contenitore di talenti, un collettivo artistico in continua evoluzione. Io sono la fondatrice e il collante della community Florania. Sono nata a Mantova e provengo da un background in design e illustrazione, ho studiato Fashion Design allo IED di Milano e ho proseguito poi la mia formazione alla Central Saint Martins di Londra e all’Institut Français de la Couture a Parigi. Dopo 2 anni come designer da Miu Miu, ho spaziato tra altre grandi aziende e piccoli brand indipendenti. La mia esperienza è la forza motrice dietro al mio processo creativo, e mi spinge a voler creare un ambiente lavorativo underground ed etico, che valorizzi i talenti che fanno parte del brand.

Quanto del tuo stile personale c’è all’interno del tuo brand?
Penso che per molti designer e artisti, lo stile personale sia quasi una fatica aggiuntiva. A volte sembra quasi che pensare al proprio gusto e alla propria estetica distragga dal creare altri mondi immaginari. E forse c’è un motivo per cui molti artisti hanno adottato una specie di ‘divisa’—maglia a righe e occhiali per David Hockney, i vestiti tradizionali messicani per Frida Kahlo—forse per non doversi concentrare su altro che sulla loro arte. Se fosse per me, indosserei ogni giorno un maglione di cashmere di mio padre bucato dalle tarme e dei pantaloni tecnici.

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Che significato ha il nome Florania?
Florania è una crasi del mio nome e di quello di mia nonna. Non ho inserito il mio nome non per questioni di ego, ma perché voglio celebrare i riferimenti alla natura in fiore che contiene e associarlo al nome di mia nonna, che per me rappresenta tutte le nonne della moda. Con questo nome voglio esprimere il germoglio di una connessione tra artigianato ed eredità artistica.

Raccontaci il tuo processo creativo.
Il nostro è un processo sperimentale. Invece di partire da un disegno o da un modello, ci guardiamo attorno e recuperiamo ciò che l’industria abbandona, come capi vintage o rimanenze tessili. Poi drappeggiamo sul corpo questi materiali, restando fedeli ai nostri pilastri culturali ed estetici: l’estetica post punk, le lavorazioni giapponesi, la mitologia e le leggende che parlando di creature magiche. Quando non creiamo pezzi upcycled, scegliamo materiali che provengono da alghe, bamboo, cotone biologico o fibra di cocco riciclata. Ci confrontiamo costantemente seguendo un processo orizzontale, senza particolari gerarchie, e ci chiediamo cosa vogliamo comunicare attraverso i nostri capi .

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Quali figure ti hanno influenzato maggiormente e hanno contribuito a formare il tuo stile e il tuo marchio?
Le figure che mi hanno maggiormente spinto a perseguire questo sogno sono persone reali, che mi hanno accompagnato nella mia vita fino a questo momento. Carlotta, Matilde, tutte le persone che hanno creduto in me molto prima che ci credessi io: Fabio, Roberta, Francesca. Oltre alle persone, ha giocato un ruolo fondamentale anche l’attivismo ambientalista e rigeneratore della mia famiglia, che è diventato per me una vera e propria missione. Altri idoli sono senza dubbio Donna Haraway, caposcuola della teoria cyborg e teorizzatrice della filosofia Solar Punk—una sottocultura direttamente legata a un’attitudine post punk ma con un’accezione ottimista verso il futuro. E altri, in ordine sparso, sono Vivienne Westwood, Jean Paul Gaultier, Miyazaki, Manara, Margiela, Sergio Toppi, Brecht Evens, Charles Freger.

Il tuo brand parla di espressione di genere e inclusività. Secondo te, quanto la società di oggi deve ancora allinearsi rispetto a questo discorso?
Essendo il nostro brand una nicchia di outsider, per noi la diversità e l’inclusività sono concetti assolutamente naturali. Ancora ci stupiamo quando sentiamo storie di discriminazione, nascoste sotto le versi di sguardi, commenti, fotografie. Questi comportamenti sono inaccettabili e li ho vissuti anche io sulla mia pelle nel mondo della moda. Nel nostro brand non c’è distinzione tra generi e i capi che creiamo sono indossabili dalle tipologie di corpi più diverse. Per esempio, in occasione dello shooting per la collezione S/S 22, lo street casting di modelli sono venuti in studio, hanno scelto il look che più gli piaceva e li rappresentava e sono stati scattati con quello indosso. Poi, se ne andavano con uno o più capi e con in mano. Non sarà ortodosso, ma ci piace essere noi a dettare le regole dei nostri progetti.

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Parlando di sostenibilità, in che modo un brand può ridurre il suo impatto ambientale?
La sostenibilità è divisa in pilastri: sostenibilità ambientale ma anche sociale, culturale, economica. La trasparenza nella qualità dei materiali va di pari passo alla produzione e alla sicurezza e remunerazione lavorativa. Idealmente un brand dovrebbe avvalersi di fornitori sul territorio, e anche la produzione e tutti i processi dovrebbero essere locali. Inoltre, bisogna ingegnarsi per inventare nuove tecniche di riutilizzo degli scarti. Quando si taglia un modello e si ricava una forma precisa, tutto il resto del tessuto è spazzatura. Noi abbiamo creato una tecnica di riutilizzo del jersey e stiamo sperimentando nuove tecniche di patchwork, ispirandoci a tecniche già esistenti come il Boro Boro giapponese o i quilt americani.

Quali sono gli ostacoli che hai affrontato e che affronti tutt’ora nel portare avanti un progetto indipendente in Italia?
È molto difficile farsi rispettare come piccolo brand emergente in Italia. Ci sono molte aziende che ritardano i loro tempi di consegna, mettendoci in difficoltà. Cerchiamo di dare la priorità al nostro circondario, e cerchiamo di essere molto pazienti e precisi: la transizione per diventare un’azienda totalmente sostenibile è spesso molto lunga. Anche recuperare scarti tessili è difficile e abbiamo incontrato molte difficoltà nel reperirli dalle aziende, semplicemente perché per loro è più comodo farli smaltire e non donarli. Vorrei che il sistema della moda capisca che la sostenibilità e la valorizzazione di talenti giovani è un investimento per il futuro.

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Cosa puoi anticiparci dei tuoi progetti lavorativi futuri?
Ora che abbiamo creato la nostra identità, che è perlopiù conseguenza della nostra missione eco—sociale, stiamo coinvolgendo sempre più talenti che con le loro collaborazioni danno spessore al nostro brand. Non vediamo l’ora di continuare a coinvolgere mondi e pratiche artistiche diverse: illustrazione, documentario, performance, opere 3D, persino un’industria cinematografica molto particolare. La nostra ambizione è quella di restare fedeli a noi stessi e creare un clima etico, creativo, onesto, una continua evoluzione della nostra filosofia post punk ottimista.

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Crediti

Testo di Giorgia Imbrenda
Fotografie su gentile concessione dell’ufficio stampa di Atelier Florania

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