tolleranti, uniti, combattivi: vi presentiamo i giovani queer americani

Lula Hyers ha una missione: aiutare il mondo a liberarsi dalla logica binaria. Per riuscirci ha deciso di fotografare giovani provenienti da tutta l'America e tutto lo spettro LGBTQ. Abbiamo passato un giorno con la fotografa sul set a New York.

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mag 2 2016, 11:10am

Lula Hyers, l'artista diciannovenne e star di Instagram, mi ha invitata a Chelsea per dare un'occhiata ai suoi ritratti dei giovani queer newyorchesi e io sono 37 minuti in ritardo.

Il mio ultimo barlume di speranza, quello che mi rassicura dicendomi che non sono poi così in ritardo, si dissolve quando l'addetto della sicurezza fuori dallo studio fotografico mi spiega che ragazzi (proprio come quelli fuori che aspettano con lunghi capelli intrecciati e skateboard) hanno passato tutta la mattina ad entrare e uscire dallo studio. Ciò che vedo oltrepassando un'imponente porta nera conferma ciò che mi è stato detto: il posto pullula di persone. Ci sono snack, svariate bibite, la musica di Kanye che fa vibrare gli amplificatori e una miriade di adolescenti raggruppati in un tripudio di felpe con il cappuccio.

I ragazzi queer nel corso della loro vita si trovano ad affrontare molte più difficoltà dei ragazzi etero, questo è certo. Ma basta dare un veloce sguardo alle cifre per capire che New York è il posto più queer del mondo: conta il maggior numero di omosessuali dichiarati rispetto a qualsiasi altra città americana e con una maggiore densità rispetto a Londra. Le statistiche implicano che New York rappresenta una sorta di oasi per tutti coloro che si definiscono queer, anche i più giovani: esistono anche moltissimi servizi pensati appositamente per loro e una comunità a dir poco caleidoscopica. Basti pensare a come l'annuale parata del Pride rimanga uno dei maggiori eventi culturali dell'anno. In questo periodo si sta alimentando il dibattito sul mondo queer, con un particolare interesse nel definire cosa significhi realmente essere queer nel 2016. Voci come Rowan Blanchard e Jazz Jennings incoraggiano tutti i giovani a definirsi secondo i propri termini, prendendosi tutto il tempo che vogliono. Parlando con i ragazzi che Lula immortala, inizio chiedendo loro se si identificano come queer e poi proseguo con altre domande. Quando hai fatto coming out? Hai mai subito episodi di discriminazione in quanto queer a New York?

Una ragazza di nome Jo con un'appariscente acconciatura afro mi saluta per prima, comunicandomi che ora Lula è impegnata, ma che mi parlerà in un secondo momento. (Sbircio attraverso i separè bianchi e vedo la coda di cavallo di Lula ondeggiare mentre scatta foto di due ragazzi che si prendono a colpi di rose che hanno precedentemente da terra per poi abbracciarsi.) Un ragazzo e una ragazza di nome Ben e Maria si avvicinano. Ben alterna tra pronomi diversi perché è un maschio gay non binario, mentre Maria è pansessuale. Hanno scoperto di essere queer in momenti diversi della loro vita: Ben si è preso una cotta per un ragazzo durante un campeggio estivo quando aveva poco più di dieci anni e Maria si è innamorata di un'amica quando ne aveva circa 14. I genitori di entrambi non sono riusciti ad accettare completamente l'identità dei loro figli, pur risiedendo a New York. La famiglia di Jo, formata da jamaicani cristiani conservativi, vuole che lei si curi. Sono dell'opinione che dovrebbe riuscirci da sola, cercando di estirpare questi demoni che la corrompono. Maria ci confessa che la madre americana di origini russe è tanto omofoba che probabilmente un giorno sposerà un uomo solo per avere una vita "più semplice e sicura." I genitori di Ben sono newyorkesi atei e non hanno particolari problemi con la sessualità del figlio finché s'inserisce nei ruoli binari e eteronormativi: "Ogni volta che parliamo di problematiche di genere, la tagliano corta dicendo cose come 'Questi milleniali non sanno più cosa inventarsi!', come se si trattasse di una moda."

I ragazzi che si erano presi a colpi di rose ora sono seduti a terra con le gambe incrociate e stanno mangiando. Sebastian e Jonas sono uomini gay cisgender che hanno una storia di coming out pressoché identica. Entrambi si sono dichiarati in quinta elementare, quando avere una "cotta" improvvisamente ha assunto un'importanza sociale. Esordisce Sebastian, "è una continuum. Non si finisce mai di fare coming out, o non si riduce mai a un unico momento perché si tratta di un processo fluido," Jonas aggiunge, "a dieci anni sapevo che mi piacevano di più i ragazzi in jeans skinny rispetto alle ragazze, ma non ho mai avuto un'epifania, quell'attimo del 'ora lo so'. Si è trattato di un processo graduale." La sessualità non è un cappello che decidi di indossare la mattina quando scendi dal letto: è un processo d'evoluzione naturale al quale ti avvicini crescendo, con l'età, che tu sia etero o queer. "Ogni volta che incontro persone nuove, però, danno sempre per scontato che tu sia etero. Questa è la norma." Così, nel corso della propria vita si è visto costretto a fare coming out ancora, ancora e ancora.

Jonas, con i suoi occhioni e guance morbide, da piccolo è stato preso in giro a causa della sua identità, nonostante le misure contro il bullismo che sono state prese dallo Stato. "Le nostre esperienze di crescita in quanto queer sono molto soggettive...però non so, ci sono un sacco di luoghi comuni sulla sessualità. La gente pensa che definisca il nostro carattere e i nostri interessi."

Dieci minuti dopo, Ben torna accompagnato da qualche amico per parlare di The Network, un gruppo che copre l'intera città e che su Facebook conta un seguito di un migliaio follower. L'evento offre ai giovani queer di New York l'opportunità di incontrare altri giovani queer. "Prima di tutto si tratta di una cosa inclusiva," racconta Ben. "I media ci propinano queste narrative rigide che non ci rispecchiano per nulla, fingendo che sia un preciso modo di essere queer. Come il classico cliché del miglior amico gay. Non fanno altro che alimentare stereotipi errati. Essere queer comprende tutto ciò che elude l'eterosessualità: i gay, le lesbiche, i transgender, i bisessuali. Siamo tutti uniti in questo." Gli incontri di The Network hanno luogo periodicamente nelle case dei genitori dei ragazzi che sono felici di accogliere più di sessanta adolescenti. "Stiamo iniziando ad essere in troppi," ammette Ben, "stiamo cercando un luogo in cui incontrarci."

C'è un grande bisogno di organizzazioni come The Newtwork perché la GSA (Gay Student Union o Gender Sexuality Alliance) non è abbastanza per le ragazze come McKenna, una liceale bisessuale carina almeno quanto Cher di Ragazze a Beverly Hills, preoccupata del dover fare coming out a scuola perché "sembra che le persone finiranno inevitabilmente per giudicarti." "Non ci sono così tante persone dichiarate," confessa McKenna, "L'ironia sta nel fatto che conosco moltissime persone queer, ma solo due di loro lo sono apertamente anche a scuola." Nel corso di Educazione Sanitaria non viene affrontata la varietà del mondo queer, costringendo i ragazzi a doversi informare direttamente in internet. Un altro ragazzo interviene, "Um, ora ho quindici anni? Ne avevo 13 quando ho fatto coming out e ciò che dico è, 'Se sei queer, vai su Tumblr', perché devo ancora capire."

In luoghi queer friendly come The Network o il set fotografico di Lula, i giovani possono parlare della loro complessità e delle loro sfide quotidiane, come quando si trovano ad affrontare persone che non credono la bisessualità esista. "Moltissima gente odia quando si parla di privilegi monosessuali, ovvero l'essere attratti da un solo sesso," mi confida una ragazza di nome Avery, spostando i suoi capelli azzurro cielo dietro all'orecchio. Sta ancora facendo i conti con la propria bisessualità e il modo in cui tutti la vedono a causa di essa. "Sento sempre come se stessi per fare una cazzata o ,oh cazzo!, cadere nel classico stereotipo bisessuale. Ho paura di dar voce alle mie paure perché voglio essere queer e esserne fiera." A volte i ragazzi etero la sminuiscono e feticizzano la sua identità, oppure, il che è anche peggio, altri queer l'accusano di essere poco onesta e sincera, perché "essere bisessuali significa che c'è sempre l'opzione del tradimento."

È pericoloso affermare che esiste una categoria di queer privilegiata rispetto ad altre, perché tutti, in qualche modo, si trovano ad affrontare la discriminazione, come mi viene costantemente ricordato. Però mi viene anche ripetuto come i ragazzi queer di colore si trovino a combattere una battaglia più grande rispetto ai bianchi. Arahi è un'amica di Avery e Ben e fa parte di The Network. Anche lei è bisessuale. "Odio farmi fotografare," afferma, incurvando le spalle, "ma ho notato che Devon (una lesbica che non sa ancora identificare la propria identità di genere) spesso è l'unica asiatica che si fa vedere (agli eventi queer). Ho molti amici bianchi e queer che vengono accettati dalle loro famiglie. Io, però, quando parlo a mamma che è giapponese, mi sento dire continuamente che si tratta solo di una fase. Quando torno a Tokyo mi sento alienata. Sono la ragazza che si è data alla pazza gioia in America e si è conformata alle abitudini dei bianchi." Secondo Arahi, in Giappone è essenziale conformarsi alla norma e siccome essere queer è sinonimo di diversità diventa un taboo persino parlarne. "I miei amici in Giappone non mi invitano neanche a casa loro."

Lulu si aggrega alla conversazione mentre tutti iniziano ad elencare tutte le caratteristiche che li rendono ciò che sono: alcuni sono artisti, attori, e produttori musicali. Ben sta frequentando una scuola specialistica e non vede l'ora di andare al college in autunno. Avery scherza, "Io so solo far ridere."

Lula, come Maria, s'identifica in quanto pansessuale. Quando ha fatto coming out al liceo (una professoressa ha incoraggiato chiunque non fosse etero a farsi avanti e Lula l'ha fatto) si è definita bisessuale, ma poi "ho sentito che era una definizione errata perché abbraccia solo due generi. Il termine pansessuale mi si addice di più perché, ora come ora, sono potenzialmente attratta da tutti i tipi di persona." Come in questo evento, si tratta di liberarsi dalla concezione esclusivamente eteronormativa e binaria e del modo in cui le identità queer vogliono essere per forza costrette in delle definizioni predefinite: gay, lesbica, bisessuale.

Lula ha pagato da sola l'affitto dello studio, chiedendo ai soggetti di portare cibo da condividere. Le tavole erano stracolme di piatti. Per lei, l'essere queer è un'identità che la rende parte di un movimento. 

"L'eteronormatività è una piaga," afferma. "A volte sono privilegiata perché cammino per strada e vengo scambiata per una donna eteronormativa, e non venir molestata... ma i ragazzi queer sono spesso vittima di violenze." La bellezza dell'essere queer secondo Lula, risiede nel sostengo reciproco attraverso tutte queste ingiustizie.

"Il fatto che i ragazzi accettino la loro identità in età sempre più giovane è una cosa bellissima (odia il termine coming out the closet perché implica che ci sia qualcosa da cui nascodersi, di cui vergognarsi). Possono trovare una comunità in cui essere se stessi perché il movimento sta guadagnando sempre più forza." Questo è il concetto predominante dietro a questi scatti.

Nonostante sia la Mecca delle culture queer, i ragazzi si vedono intrappolati in un labirinto di potenziali trappole adolescenziali e una spirale di vergogna a causa della propria identità: il bullismo, la queerfobia e il giudizio dei coetanei. Aveva paura che le persone la chiamassero queer anche se era ciò che era. Se la lezione di Educazione Sanitaria fosse stata inclusiva e più aperta al mondo queer e quella di letteratura inglese inserisse lo studio di libri con dei caratteri che esulano dalle definizioni eteronormative, forse sarebbe riuscita ad accettarsi, ad amarsi.

"Questo progetto è stato pensato per i giovani queer." spiega Lula. "È vero, potrebbe aiutare le persone a capire cosa significa essere queer, ma a dire il vero si tratta più che altro di una celebrazione. Una celebrazione di noi stessi, per noi stessi."

Crediti


Testo Kristin Huggins
Foto Lula Hyers