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nobuyoshi araki: amico, amante e mentore

In occasione della mostra "Araki Amore" alla Galleria Carla Sozzani abbiamo incontrato il curatore Filippo Maggia per parlare del poliedrico fotografo giapponese e di com'è nata la sua ultima mostra .

di Giorgia Baschirotto
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01 dicembre 2016, 9:40am

Seduto ad un tavolo del Dug Jazz Cafe, nel cuore di Shinjuku, in un pomeriggio del 1995 Nobuyoshi Araki raccontava ad una Nan Goldin in veste di intervistatrice: "Il colore è la vita, il bianco e nero la morte. Un fantasma si nascondeva dietro l'invenzione della fotografia." E se per tanti anni Araki questo fantasma sembra averlo assecondato, entrando negli spazi della galleria di Corso Como 10 si ha la netta sensazione che il fotografo, all'età di 76 anni, abbia scelto di abbracciare la vita, investendo lo spettatore con un'esplosione di colore. Il rosso rilucente dei petali dei gigli, il giallo delle mimose, il blu intenso degli scatti su polaroid, il rosa tenue dei corpi delle bambole, e delle donne, protagoniste di alcuni degli scatti esposti, realizzati negli ultimi anni o riscoperti e messi in mostra per la prima volta in occasione di "Araki Amore". Il nome dell'esposizione, come ci racconta il curatore Filippo Maggia, che con l'artista collabora da oltre 20 anni, è un omaggio di Araki all'Italia e al suo amore per la fotografia. Questo titolo all'apparenza vivace, proprio come i colori degli oltre 80 scatti, in realtà nasconde un velo di malinconia, un senso di fragilità e di morte che per Araki permea tutte le cose. Eros e Thanatos, caducità e permanenza si compenetrano, completandosi nelle opere tanto sfaccettate quanto il suo artista.

i-D ha incontrato Maggia per parlare della sua amicizia col fotografo, dell'atmosfera che si respira sui suoi set e di ciò che lo rende sempre attuale.

Non è la prima mostra che cura su Araki. Quali aspetti del fotografo voleva far emergere questa volta?
Credo sia la sesta mostra di Araki che curo nei quasi 20 anni di reciproca conoscenza. I temi trattati da Araki sono sempre i medesimi, da quando lui ha iniziato la sua lunga carriera artistica, ormai più di mezzo secolo fa. Come tutti i grandi artisti Araki è però via via riuscito ad aggiornarli, rendendoli attuali e coincidenti allo scorrere quotidiano della sua vita. In questi ultimi anni il fotografo giapponese è divenuto più malinconico per quanto sempre solare e giocoso. Aspetti che nella mostra si colgono subito, proprio osservando le fotografie realizzate nell'ultimo anno.

Il nome della mostra alla Galleria Carla Sozzani è "Araki Amore". Perché questo titolo? Nella mostra ha voluto lasciare da parte l'elemento della morte, che da sempre nella fotografia di Araki compenetra l'amore?
Un giorno Araki ha visto in televisione un'intervista del giocatore di calcio giapponese Nagatomo, che milita nell'Internazionale di Milano. Nell'intervista Nagatomo, riferendosi alla sua fidanzata giapponese, di lei diceva in italiano "Mio Amore". Araki ha allora deciso di intitolare mostra e libro "Araki Amore", in omaggio all'Italia e al suo amore per la fotografia.

La morte è sempre presente nelle immagini di Araki, magari solo accennata o suggerita. Nella bellezza di un fiore o di un corpo è infatti implicita la sua caducità, la sua fragilità.

La mostra include un'ampia selezione degli scatti più recenti del fotografo eppure, visitando lo spazio, ho avuto la sensazione di poter collocare quelle foto nell'epoca attuale come nei decenni che ci hanno preceduto. Araki stesso, in un'intervista del 2010 per Trans-Asia Photography Review, aveva affermato: "Posso realizzare il futuro e il passato [...], posso creare il 2020 nel 2010. " Forse è proprio l'atemporalità degli scatti di Araki a renderlo così apprezzato - e controverso - ancora oggi?
Araki non si preoccupa del tempo che passa, un attimo e un'intera vita coincidono in lui e nella sua arte. È uno degli artisti più generosi che io abbia conosciuto, e questa generosità si avverte nei suoi lavori che viaggiano nel tempo. Recentemente ha recuperato immagini degli anni '80 rielaborandole: viste oggi sono di una contemporaneità sconcertante quanto a costruzione dell'immagine e contenuto.

Qual è l'atmosfera che si respira sui set di Araki, e qual è la cosa che l'ha più colpito assistendo alle sue sessioni fotografiche?
Sul set Araki si trasforma e diventa come uno dei pupazzi di gomma che riempiono le sue fotografie: un dinosauro onnivoro che si ciba di creatività e invenzione. Per questo spende tantissima energia coinvolgendo tutti gli assistenti e quanti collaborano con lui sul set, tecnici luci, truccatori, parrucchieri etc… Ciò che mi ha sempre colpito è la sua capacità di trasportare il soggetto ripreso in un mondo parallelo dove insieme si perdono, come se intorno a loro non ci fosse nessuno. Una vera magia.

Dei suoi incontri con l'artista qual è l'avvenimento che ricorda con più piacere?
Sono tanti... anche una settimana fa a Tokyo mi sono trovato su un set improvvisato in un locale a fargli da modello con mio figlio che lui conosce dalla nascita, 18 anni fa. La nostra è un'amicizia di lunga data, abbiamo condiviso mostre e libri, ma anche viaggi e soggiorni insieme. C'è stima e rispetto reciproco, ma anche vero e profondo affetto, ogni volta che ci troviamo è come se ci fossimo visti il giorno prima.

La mostra ospita anche 3 nuove opere del fotografo, composizioni di più di 100 polaroid ciascuna. Qual è il significato che sta dietro a questi lavori e secondo quale criterio sono stati assemblati gli scatti?
Si tratta di tre composizioni: fiori, nudi/cieli e ritratti ritoccati. Araki anche in passato ha realizzato delle composizioni polaroid o di piccoli formati in bianco e nero raggruppando immagini per soggetto. Sono storie che nascono sperimentando tecniche e manipolazioni dell'immagine, sicuramente in futuro ne verranno altre nuove.

Ha pubblicato per Skira un volume dedicato a Yasuzo Nojima, due su Daido Moriyama e due su Araki. Cosa lo affascina così tanto della fotografia giapponese?
Sì, e per la verità con quelli pubblicati con altri editori i volumi dedicati alla fotografia giapponese sono più di una dozzina. Fra poco uscirà, sempre con Skira, un nuovo importante libro sui nuovi autori giapponesi: New Trends in Japanese Photography. La fotografia giapponese ha una lunga tradizione ed è sempre stata un riferimento importante a livello internazionale, con grandi protagonisti nel passato come nel presente, basti pensare a Sugimoto, Morimura e Moriyama, oltre Araki. Imprescindibile per chi studia il linguaggio delle immagini.

Araki Amore sarà in mostra dal 18 novembre 2016 al 12 febbraio 2017 alla Galleria Carla Sozzani, Milano.

Crediti


Testo Giorgia Baschirotto
Foto su gentile concessione di Galleria Carla Sozzani