pane project è cibo per la mente

PANE project è un artist run project a cura di Lucia Leuci che parte da Milano e nasce dall'unione di numerosi ingredienti, primo tra tutti l'arte. E il secondo? Sicuramente l'effetto sorpresa.

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feb 2 2016, 11:30am

Quintessa-Matranga

Pane azzimo, pane bigio, pane arabo, pane di segale, pane giallo, pane di riso, pane integrale, pane semi integrale, pane agli 8 cereali, pane toscano, pane di Altamura, pane valdostano, pane a lievitazione naturale, pan focaccia, pan pepato, baguette, ciabatte, grissini, friselle, tigelle, piadine, rosette, taralli... "Varietà di pane" dà su Google 818.000 risultati in 0,95 secondi.
Ma data una rosa di scelte, esiste sempre l'eccezione che rivoluziona la regola. Così mentre l'elenco dei vari tipi di pane è legato a siti di cucina, di personal training, ricette e consigli light zone, PANE project è un artist run project a cura di Lucia Leuci che parte da Milano e nasce dall'unione di numerosi ingredienti, primo tra tutti l'arte. E il secondo? Sicuramente l'effetto sorpresa.

Mentre il mondo sempre più dominato dai social media e la cultura che si sta trasformando sempre più in digital art ed esperienze virtuali, è interessante vedere come il primo spazio in cui PANE project ha voluto esporre le opere dei propri artisti è stato fisicamente reale e presente. Situato in Via del Pellegrino Rossi a Milano, il "Kelly Bar" infatti non è un "semplice" sito o una realtà virtuale e, tantomeno, non è il solito caffè cinese. "It's a dream come true, the starting point to rewrite a NEW and EXCITING story". E se l'aver realizzato una mostra collettiva in un bar è a mio avviso indice di una sensibilità volta a evidenziare contrasti nascosti, scoprire luoghi e zone lontane dalla comune concezione artistica, provocare lasciando lo spettatore spiazzato, posso dire allora con certezza che Lucia Leuci e i suoi collaboratori ci sono riusciti davvero. Così tra l'odore deciso del detersivo disinfettante che abbatta i pregiudizi, il profumo ideale di opere e farina e il rumore di lingue diverse che si uniscono, ho chiesto a Lucia Leuci l'origine di questo progetto e se come affermava Feuerbach l'uomo è veramente ciò che mangia. 

"PANE is bread, PANE is primary, PANE feeds, PANE crumbles, PANE is an artists run project based in Milan". Partiamo dal principio, come nasce PANE e perché questo nome?
Desideravo un nome italiano, fortemente rappresentativo e genuino, intrinseco di rimandi simbolici ed essenziali; la parola PANE, così semplice e pulita, sembra riassumerne le caratteristiche. Dal boom economico degli anni '60 ad oggi le tipologie di pane e le farine utilizzate si sono moltiplicate a dismisura fino ad arrivare ad alienarsi dalle forme originarie che si riassumevano al massimo in una decina di tipologie.
Il pane oggi lo si trova negli scaffali degli ipermercati, sempre addizionato ad altri alimenti che lo allontanano dall'idea originaria, decontestualizzato dal laboratorio di produzione e dal luogo geografico che ne ha racchiuso l'identità. È davvero straniante mangiare una fetta di pane d'Altamura, nella nuova versione low-carb, in via Pellegrino Rossi a Milano.
PANE quindi rappresenta l'esigenza di oltrepassare la mia ricerca artistica, la necessità di aprirmi alla relazione con altri artisti, condividendone i processi produttivi, le scelte e talvolta le sfide. Attraverso la discussione ed il confronto può accadere che naturalmente e seguendo un flusso organico di pensiero, vengano individuate le opere e i contenuti da esporre. Tutto il processo rimane quindi fortemente fedele all'autenticità artistica sempre ricercata da noi tutti.

Nell'era digitale e nell'epoca del dominio indiscusso dei social media, l'arte resta un bisogno primario come il cibo?
Forse ancora più del cibo. Se c'è qualcosa di cui oggi v'è sovrabbondanza, quello è senza dubbio il cibo. Al contrario, il medesimo principio non si può affermare per la produzione culturale.

Come descriveresti la città di Milano? E cosa pensi del rapporto tra le diverse culture e i diversi mondi che qui coesistono?
Non a caso il nostro primo evento è stato ambientato in via Pellegrino Rossi. Infatti, ci piacerebbe parlare di Milano attraverso la dimensione spaziale del quartiere che ci permette un approccio più sentito e carico di umanità. Ad esempio, Dergano nasce come zona suburbana che solo grazie all'apertura di una stazione metropolitana diventa parte integrante di Milano. Bastano infatti poco più di 10 minuti di metro per raggiungere il Duomo o tagliare in due questa metropoli così accogliente quanto spaesante. La metamorfosi da piccolo satellite autosufficiente a periferia estrema ha provocato sicuramente disorientamento negli abitanti ormai radicati da generazioni in quel luogo circoscritto. Lo stesso sentimento di confusione sentito, in seguito, dalle famiglie di extracomunitari, attratte dal costo economico delle abitazioni in affitto, quando con una mappa sgualcita tra le mani cercavano altre possibilità.
Le trasformazioni strutturali che un territorio subisce, i processi di cambiamento che si sono succeduti non sono differenti dal vivere quotidiano di una persona sradicata dal proprio paese di origine che si ritrova in un tumulto di novità da affrontare con consapevolezza e determinazione. PANE diventa quindi anche strumento per decifrare la città, e ancor più nel caso in cui non avendo una sede fissa, si costringe ad attivare una riflessione artistica itinerante su tutto il tessuto urbano.

Il Kelly Bar non è il solito caffè cinese. Qual è la sua corretta definizione?
Il bar è gestito da Kelly Hu, originaria della provincia dello Zhejiang e da suo marito Gjovalin Prendi (Gianni), di origine albanese. Entrambi hanno raggiunto l'Italia da adolescenti ed il loro comune sentimento di estraniazione verso un luogo spesso ostile si è trasformato nel desiderio di raggiungere un benessere condiviso. Vetrate e pavimenti lindi, le sedie poste in ordine sotto i tavoli e su ognuno di esso un portatovaglioli affiancato da un contenitore per le bustine monodose di zucchero. Un trionfale lampadario di cristallo ricorda, suo malgrado, l'assenza di draghi, fenici e pagode, immagini di una Cina caratterizzata da riti e simboli sempre più distanti dalle persone che emigrano dal suo suolo. L'odore deciso del detersivo disinfettante abbatte, insieme ai microbi, uno dei pregiudizi più frequenti che vede il popolo cinese non troppo attento all'igiene.

Chi è il "tipico" cliente del Kelly Bar?
Vi è sempre un piccolo via vai di amici di origine cinese. Di mattina, la Caffetteria al 5 è frequentata da mamme, che dopo aver accompagnato i propri figli a scuola, si concedono una colazione ristoratrice e qualche chiacchiera tra amiche. A mezzogiorno i negozianti e i portinai della zona, in pausa pranzo, possono scegliere tra svariate proposte che vanno dalla cassoeula milanese alla trippa con polenta. La sera il locale si riempie di una clientela multietnica che si ritrova nell'ora dell'aperitivo. Trovo questo melting pot, un quadro perfetto per tratteggiare cosa sia Milano oggi. Vi è una classe di "nuovi" italiani, talvolta molto più legati alle tradizioni del territorio, di quanto non lo siano i "veri" nativi.

Se doveste organizzare una prossima esposizione collettiva, che luogo scegliereste?
Stiamo lavorando ad una nuovo progetto da presentare sempre da Kelly, ma in futuro non escludiamo l'elaborazione di altri format in nuovi ed inconsueti luoghi di Milano.

"CIAO CIAO Chinatown": dacci la chiave di lettura.
Letta così, isolata dal resto del testo che accompagnava la mostra, questa frase potrebbe sembrare un abbandono o, magari, un allontanamento, una presa di distanza. Invece volevo sottolineare l'esatto contrario: oggi il concetto di appartenenza alla città, anche per gli abitanti dei quartieri così detti "etnici", è molto più radicato di quanto non si possa pensare. Corso Buenos Aires o piazza Duomo diventano dei non luoghi spersonalizzati, frequentati da un magma variopinto di gente che proviene da zone abbastanza distanti dal centro storico. Quindi, paradossalmente, potremmo dire che oggi la periferia più estrema di Milano è la galleria Vittorio Emanuele.

"L'uomo è ciò che mangia"?
Sì, assolutamente. Ancora di più in questo momento storico, un tempo la medesima cosa si poteva affermare attraverso l'utilizzo ostentato degli abiti, oggi mangiare è diventato un atto politico e sociale, molto più di un taglio di capelli alla moda o dell'adesione ad un movimento politico. 

Crediti


Testo Eloisa Reverie Vezzosi
Foto tramite PANE project