haiku, hotel e humour con devendra banhart

i-D ha incontrato a Milano l'artista poliedrico in occasione dell'uscita del suo nuovo abum, Ape in Pink Marble, per parlare del suo processo creativo e di un Giappone immaginario.

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19 settembre 2016, 8:45am

"Da oggi il sarcasmo è illegale in Corea del Nord, lo sapevi? Era sul giornale stamattina!" Saluta così Devendra Banhart al termine della nostra intervista, lasciando il lounge bar dell'hotel dopo un caloroso abbraccio. Eclettico e a tratti criptico come le sue creazioni, Devendra si muove con agilità sul confine tra arte visiva e musica, giocando ponderatamente con generi, correnti, simboli e tradizioni di terre lontane, fondendo a tratti le due discipline quando si trova immerso nel processo creativo. Me ne parla in occasione dell'uscita del suo ultimo album, Ape in Pink Marble, il nono dall'inizio della sua prolifica carriera. Il disco è nato come una fantasia filmica che mi racconta con passione in ogni particolare, trasportandomi in un altro hotel, quello di un sobborgo decandente di Tokyo di un'epoca non ben definita, il quale ha ispirato le 13 tracce sognanti e malinconiche. Ascoltandole, Devendra ci invita a dare vita a nostra volta a nuove immagini, nuove scene e nuovi mondi, a ritrovare nella musica qualche pezzo della nostra storia tra un flash-back e un flash-forward.     

So che tutte le cover dei tuoi album sono realizzate da te. Cosa rappresenta quella che hai disegnato per il nuovo disco?
Trovo molto più interessante sapere cosa rappresenta per te! È simbolica, figurativa, e credo contenga abbastanza informazioni per immaginare la storia che potrebbe esserci dietro. Qual è la tua interpretazione?

Mi ricorda un qualcosa che potrebbe essere apparso in un sogno. Per un qualche motivo mi ricorda l'India, ma non saprei dire perché. 
Per il nuovo album ci siamo molto ispirati alle fantasie sull'Oriente, la proiezione romantica del misterioso ed esotico Est, in particolare però il Giappone. Abbiamo cercato di evocare quell'immaginario utilizzando un koto, un antico strumento musicale giapponese; è molto difficile da suonare, abbiamo passato gran parte del tempo ad accordarlo e a riprodurre le parti di chitarra con questo strumento. Ci è voluta un'eternità, lacrime, grida e grida di gioia per avercela fatta! Abbiamo registrato in un luogo molto intimo, una capanna nel bel mezzo di un parco, cercando di evocare un Giappone immaginario e lontano. Ciò che ci siamo immaginati è stato un hotel fatiscente in una tetra area suburbana di Tokyo, con una vecchia signora giapponese di nome Jakie che fuma una sigaretta stretta nella sua giacca in pelle dietro il bancone, mentre in un angolo della hall siede un uomo d'affari completamente ubriaco. L'atmosfera trasuda malinconia, la carta da parati è coperta di ragnatele, i tappeti impolverati; quel posto non è frequentato da nessuno da secoli. E ci siamo posti questa domanda: c'è della musica in questo hotel immaginario? La risposta è stata sì, e per evocare questa fantasia abbiamo scelto strumenti come il koto e synth sul punto di scaricarsi perché quando le batterie stanno per finire emettono un suono particolare, quasi un rantolo...Hey volete qualcosa da bere?

Comunque sì, questa è l'estetica che sta dietro all'album. La storia che racconta invece è fatta di un insieme di cose. Ci sono due canzoni che si distaccano dal mood generale dell'album, un pezzo italo disco e un altro più allegro, ma per il resto abbiamo cercato di creare un'opera coerente.

Potremmo dire quindi che quando scrivi musica la parte visiva viene prima di quella sonora?
Si, prima immagino la storia, creo la parte visiva, come hai detto tu. Solo dopo penso ad un modo per dare vita alla storia, alla musica che la potrebbe accompagnare. È così che scegli il genere, e scegliamo sempre un genere che ci stimola, che ci interessa. C'è una canzone ad esempio, Fig in Leather, che parla di una uomo di mezza età che cerca di impressionare un giovane con delle tecnologie obsolete, ma fallisce nel suo intento. Per questo pezzo abbiamo scelto l'italo disco. Abbiamo subito pensato fosse orribile, ma era il modo perfetto per raccontare quell'episodio che avevamo immaginato! 

Tornando al Giappone, ho letto in una tua intervista che ti piace molto questo paese e che sei un appassionato di haiku. 
A chi non piacciono gli haiku dopotutto? Basho è uno dei miei poeti preferiti. Io non scrivo haiku, richiedono troppa disciplina, ma quando sono scritti bene - e anche quando non lo sono - li apprezzo moltissimo, è stupendo come riescano a dire molto con poche parole. Solo qualche termine scelto con cura e riescono a raccontare al posto tuo un'intera storia. C'è un alto grado di empatia in queste poesie, e tanta generosità. 

Cerchi di essere empatico anche tu quando scrivi i tuoi testi?
Non so se lo faccio coscientemente, forse è semplicemente una conseguenza dello scrivere con onestà, con il cuore. Non puoi creare empatia se ciò che fai è costruito, se non è spontaneo. E non parlo solo del mio lavoro ma in generale, vorrei riuscire ad entrare in empatia con chiunque. Forse è l'unico modo per aiutare questo mondo: ti amo perché amo me stesso, ti rispetto perché rispetto me stesso, voglio la pace perché sono in pace; bisogna sempre partire da se stessi, in questo modo ciò che sei viene trasmesso agli altri. Essere se stessi è la prima cosa che ho imparato crescendo, e la seconda è che non è essere se stessi ad essere difficile, è essere qualcun altro. Siamo l'unica specie sulla Terra che si ripete "Sii te stesso!" Gli uccelli non se ne vanno in giro dicendo agli altri simili, "Hey sii un uccello! Ricordatelo, è importate! Ce la puoi fare!". Ci vuole molto lavoro e disciplina per imparare ad accettarsi.

Tempo fa hai parlato di come essere un artista interdisciplinare sia considerato ancora oggi uno stigma. Come pensi possiamo superarlo? 
Dovresti guardare Heart of a Dog di Laurie Anderson, è un capolavoro interdisciplinare. Troverai la risposta! Ancora oggi purtroppo continua ad esistere questo tabù, e lo trovo assurdo. Alle istituzioni non piace che un artista si dedichi a qualcos'altro oltre a ciò che loro stessi supportano. Eppure questo si contrappone totalmente a ciò che l'arte dovrebbe essere e al fatto che agli artisti venga naturale esprimersi in modi sempre diversi.

Ape in Pink Marble di Devendra Banhart uscirà il 23 settembre su Nonesuch.

Crediti


Testo Giorgia Baschirotto
Foto Dave Masotti