arthur arbesser, un viennese a milano

Abbiamo chiacchierato con il designer austriaco che ha incantato Milano.

di i-D Team
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28 febbraio 2015, 5:55pm

Se Gustav von Aschenbach, il protagonista del romanzo di Thomas Mann "La morte a Venezia", avesse potuto descrivere Tadzio trentenne probabilmente non lo avrebbe trovato molto diverso da Arthur Arbesser. Già la scorsa stagione, il fashion designer di origini austriache è riuscito a catturare l'attenzione di Suzy Menkes con una collezione che è un sapiente mix di maschile e femminile, riferimenti colti e silhouette moderniste presentata nella casa dell'architetto Luca Cipelletti. Un "conversation piece" che ha lasciato molto impressionata la signora della moda.

Studi londinesi alla Central Saint Martins, quasi otto anni al seguito di Re Giorgio e infine una carriera da solista, iniziata con il premio vinto ex aequo all'edizione 2013 di Who is on Next, e che prosegue macinando risultati (tra gli ultimi in ordine di tempo, ha rappresentato l'Italia all'International Woolmark Prize 2014/15), prima della presentazione della sua nuova collezione primavera/estate 15 al Garage Sanremo a Milano Arthur ci ha raccontato di sé davanti a un caffè con crema "come solo le nonne viennesi possono bere".

Sei un viennese a Milano...
Ormai la considero la mia città, perché qui ho i miei amici. Forse non ha l'aura di altre capitali europee, ma devo dire che penso a Milano come a un posto molto reale, e molto adatto a me in questo momento. Trovo che nel secco di Milano ci sia sempre qualcosa che mi fa sognare.

Non tornerai a Vienna?
Dico sempre che sarà dopo i 65 anni. È il posto giusto per invecchiare.

A Milano la presentazione della collezione autunno/inverno 14 a casa dell'architetto Luca Cipelletti non era passata inosservata.
Volevo offrire un'esperienza diversa ai giornalisti in transito in città ed evitare le solite destinazioni glamour un po' scontate. Invece Milano è piena di appartamenti di vecchie zie, che magari trascorrono l'inverno a Cannes, ed ero alla ricerca di una location del genere.

È stato facile trovarla?
Ero a cena, una grande tavolata di amici, così ho chiesto se qualcuno avesse un appartamento vuoto da poter usare durante la settimana della moda, ma senza successo. A tavola c'era anche Luca (Cipelletti, n.d.r.), che è rimasto in disparte fino a fine serata e solo prima di andarsene mi ha allungato un indirizzo. Quando il giorno successivo mi sono presentato lì, ho scoperto che si trattava della sua abitazione, ed era assolutamente affine alla mia collezione.

Molta della tua ispirazione arriva dal design, è così?
È un grande mix di influenze diverse, ma uno dei momenti migliori per raccogliere le idee per me è il Salone del Mobile a Milano. Soprattutto per quel che riguarda i materiali, le superfici, i pattern. Amo allo stesso tempo i vecchi set di bicchieri in vetro colorato, le piastrelle, l'architettura industriale, Memphis...

E l'androginia delle silhouette che disegni da dove arriva?
È un'inclinazione naturale. Non ho mai amato le donne troppo femminili, tonde, sexy. Mi piacciono le donne che vestono con vezzi maschili perché nella mia esperienza le ho sempre associate a donne sicure e intelligenti. E non vuol dire che sotto grandi cappotti e pantaloni morbidi non siano sensuali.

Per esempio?
Cordula Reyer. È una modella austriaca degli anni '80-'90. Ero un suo grande fan e l'ho fermata per strada chiedendole un autografo quando avevo 12 anni. Ci siamo incontrati di nuovo 10 anni dopo a Milano e oggi, a distanza di 20 anni, sarà alla mia presentazione dove proietterò un video di Samantha Casolari con lei come protagonista. Ogni cosa che indossa si trasforma su di lei. Oggi è una cinquantenne che ama vivere pienamente la vita. Il suo volto segnato dal tempo è semplicemente stupendo. Credo che il fascino che certe persone emanano sia tutto per uno stilista, e non ho dubbi nel considerarla la mia musa.

Ce ne sono altre?
Rita Levi Montalcini, la scienziata. Amo i suoi colli e colletti castigati.

Sono le donne dunque che ti hanno ispirato?
Da una parte sono le donne, dall'altra la mia città. A Vienna c'è ancora un senso molto tradizionale del costume, basti pensare a come ci si veste quando è carnevale o quando si va ai balli. Rispettiamo ancora una precisa etichetta. In realtà il concetto di "uniforme", che è molto presente da quelle parti, ha sempre esercitato un grande fascino su di me ed è il leitmotif della nuova collezione primavera/estate 15: sono tutti capi iconici e pezzi workwear, rivisitati con materiali speciali e talvolta con effetti preziosi.

Ti piace la borghesia?
La odio e la amo. Non mi piace il fatto che la borghesia educata, intellettuale e open-minded vada a braccetto con il potere economico, la vorrei forse vedere più bohémienne. Però d'altra parte è depositaria di una tradizione dalla quale sono fortemente attratto, mi sento così "vecchio mondo", anche per il fatto di essere nato dove sono nato. Vienna vive totalmente nel passato.

Volevi fare il fashion designer da piccolo?
Penso di avere sempre amato tutto questo: il corpo e la persona sono al centro del mio interesse da che io ricordi. Però per un certo periodo ho pensato di voler diventare cantante lirico.

E poi?
Non avevo la voce (ride, n.d.r.). Ma la verità è che ad affascinarmi dell'Opera era tutto lo spettacolo che ci sta attorno. Da ragazzino, con un amico nerd come me, eravamo assidui frequentatori della Wiener Staatsoper. I posti standing costavano l'equivalente di un paio di euro oggi e noi passavamo il pomeriggio in coda pur di accaparrarci un biglietto.

Separi la vita dal lavoro?
Assolutamente no. Sono una cosa sola da quando ho una linea mia. Basti dire che le idee possono venire in qualsiasi momento e mi capita di ritrovare in casa, che so, degli scontrini con lo schizzo di una tasca sul retro.

Dimmi una qualità che vorresti avere.
Forse una mente più logica o una maggiore organizzazione. Ogni tanto penso a come sarebbe il mio lavoro se fosse organizzato in grossi folder divisi giorno per giorno. Ma la realtà è molto diversa.

Un'immagine che associ alla felicità?
Una tavola apparecchiata per tante persone.

Ti senti parte di una piccola ma distinta dinastia di designer austriaci, a cui appartiene anche, per dirne uno, Helmut Lang?
Per forza di cose appartengo a quel mondo, ma credo che dovremmo riferirci più in generale al mondo germanico (che comprende anche Jil Sander, per esempio). È quel che definisco "touch crucco": trovo che nella moda abbia sempre contato e sempre conterà.

arthurarbesser.com

Crediti


Testo Marta Galli
Foto Tassili Caltroni

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