attraverso il labirinto del padiglione italia alla biennale di venezia

Accettiamo "La sfida al Labirinto" proposta dal Padiglione Italia 2019, curato da Milovan Farronato. Le vie sono molteplici, e qui vi proponiamo le nostre.

di Matilde Cerruti Quara
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31 maggio 2019, 9:43am

Abbiamo accettato La sfida al Labirinto proposta dal Padiglione Italia 2019, curato da Milovan Farronato con i lavori di Enrico David, Chiara Fumai e Liliana Moro—una mostra che diventa rito di passaggio, le cui vie sono molteplici e dove non esistono scelte sbagliate.

Prologo

Ogni passione centellinata, torniamo ad incontrarci. Milovan guida tra le colline del piacentino. È la prima volta che ci metto piede e vengo catturata dalle morbide sfumature verde smeraldo, dall’umido profumo dell’ennesimo acquazzone primaverile. Sono felice di poterle vedere con i miei occhi e fantasticare su quello che rappresentino attraverso i suoi. Il riflesso della luce perfora pigramente gli annuvolamenti e i leggeri banchi di nebbia che si sono appollaiati qua e là, tra una valle e l’altra. In questa bolla, il ricordo di Venezia sembra lontanissimo, e più simile alla surreale nitidezza di un sogno lucido: memorie di momenti, istanti, sincronie e sincronismi possibili solo nella dimensione eterea della città che esiste sospesa sull’acqua.

La conversazione verte sulla metafora del labirinto di Né altra Né questa come luogo di passaggio. Coma lucido, stato di transito, viaggio extra-corporeo. Non sei ancora morto, ma non sei più vivo. Sei in divenire. In dormiveglia? Sei alla ricerca della dimensione assoluta. Sei al di là del bene e del male. Sei la pianista Tatyana Petrovna Nikolayeva che muore in scena a Santa Monica, l’anima che si libra oltre i limiti del corpo, il corpo che risponde alle intenzioni dell’anima scatenando un mistico innesto meccanico per il quale la memoria motoria prevale sulla biologia, la neuro-scienza compie il miracolo, le dita si muovono da sole e concludono preludio e fuga di Shostakovich prima che la grande musicista si accasci sul suo strumento. Sei il neon di Liliana Moro, né in cielo né in terra, luce fredda ma compassionevole che si interroga sulla zona d’ombra oltre la chimera dell’orizzonte, e anche riflette sulla condizione dei rifugiati. Sei Enrico David che si ritrae adolescente, intento in uno struscio intenzionato e incidentale, mettendosi in mostra nel diorama della sua camera di 15enne. Sei la terza via, l’atmosfera sospesa di un sogno interrotto, la ferma, ostinata, incorruttibile convinzione che la catarsi appartenga oltre, dopo, aldilà di te, forse nascosta dentro un’ultima frase di commiato, intraducibile, ermetica, eppure pregna di significato. Attraverso una fessura, in cammino, extra-vagante attraverso i lembi del tempo e dello spazio.

Il visual essay che accompagna il pezzo è stato scattato dall’artista e filmmaker Anna Franceschini, che per il Padiglione Italia realizzerà un documentario sperimentale. Speriamo così vi potrete immedesimare appieno nello stato di transito, immaginandovi fantasma, spirito o essenza che si muove, silenziosamente e con altrettanto scrupolo, tra gli angoli, le rientranze, le stanze segrete e l’anfiteatro del labirinto costruito nel Padiglione. Ridotti all’osso, e tuttavia esposti forse con esplicita rassegnazione, come gli esseri di Enrico David. Magari farete svolazzare le sinuose tende azzurro cobalto e carta da zucchero al vostro passaggio. Lasciando che lo sguardo avanzi e indietreggi, e il pensiero con lui, spostandosi e soffermandosi su dettagli, battiti di flash, spirali convolute, immaginari sipari che si aprono e chiudono, lasciando il palcoscenico ad una narrazione non lineare eppure non improvvisata. Alle tante storie che possono coesistere, parallele e complementari, vere o inventate, ad improvvisi lampi di memoria a cavallo tra vita vissuta, déjà-vu e allucinazione.

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Fotografia di Anna Franceschini
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Fotografia di Anna Franceschini
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Fotografia di Anna Franceschini

Si apre il sipario

Il messaggio è chiaro sin dal principio: Né altra Né questa non è un esercizio di retorica. Se accetti la sfida, la trasformazione è irrevocabile.

Da una delle possibili entrate, a ribadire l’invito a perdersi nel paradosso, riecheggia la voce di Chiara Fumai che recita Thunder, Perfect Mind, opera sonora e performance postuma tratta da un omonimo, frammentato poema risalente al 350 d.C. Io sono quella che si chiama Vita, e che voi avete chiamato Morte. […] Io, io sono senzadio, e io sono quella il cui Dio è grande. […] Io sono quella che è onorata, e che è lodata, e che è disprezzata con sdegno. Io sono la pace, e la guerra è venuta per causa mia. E io sono una straniera e una cittadina. […] Semi-nascoste lungo il muro della stanza vuota, una serie di screenshot che immortalano i volti arcigni e giudicanti degli spettatori del programma TV britannico Question Time. Catturati e condannati da Enrico David ad uno stato di stupor secolare, o forse per legge karmatica o del contrappasso. Io, io sono senza peccato, e la radice del peccato deriva da me. […] Io sono il nome del suono e il suono del nome. Perché io sono la sola che esiste, e io non ho nessuno che mi giudicherà.

Avanti. Il labirinto è scandito da improvvise virate, opzioni che si schiudono, cambio di rotta, aperture, archi e arcate di diverse misure che alternativamente sono effettivo camminamento, trompe l’oeil che ammicca ad elementi architettonici classici, o esoscheletro funzionale per le creature indignate e indisposte di David che vi si allungano e avviluppano, tendendosi a loro volta come un viscerale arcobaleno, offrendo al cielo le loro grazie. Imbronciata nel suo dipinto, una figura soffia via i semini volanti di un dente di leone. Si dice che fu proprio una dieta a base di taraxacum officinale prescritta a Teseo dalla dea Hecate (e quindi della Luna, dei portali, degli spiriti e della magia, dagli umori ambivalenti), a renderlo forte abbastanza da sconfiggere il Minotauro. Per contro da J.L. Borges sappiamo che, stanco della sua solitaria condizione, il mostro potrebbe non essersi mai difeso...

Avanti. Ancora. Avanti non significa diritto. Ancora un bivio. O un crocevia? Le superfici riflettenti sono molteplici, offrono un senso di liquidità astratta all’ambiente. Corpi che si rispecchiano vicendevolmente, colpi d’occhio, lo sfolgorante transito dello spirito nel mentre che universi paralleli si aprono tra pareti di specchi e gommapiuma gialla. La danza tra organico e inorganico. Il brivido misto a terrore e divertimento della casa degli specchi di un Luna Park. La velata quanto ineluttabile possibilità di rimanere soli sempre, soli in compagnia dei propri doppelgänger. Lo sguardo indignato degli esseri di Enrico David torna al mittente, mentre le creature si moltiplicano, guardinghe e osservanti. Una serie di specchietti retrovisori permettono allo sguardo di spaziare al di là della prigione della mente, e persino di ripercorrere i propri passi.

In una stanza a parte, celato da pesanti porte di legno massiccio, l'elemento specchio in Né altra Né questa diventa anche alleato fondamentale per tentare di decifrare uno dei lavori di Chiara Fumai: una serie di scritte che si arrampicano tra ricami e collage evocando la cronaca immaginaria dell’ultima performance di Vito Acconci, interrotta da un’estrosa ammiratrice. Ma soprattutto c’è il murale dell’artista, lavoro postumo mai rivelato, che come un filo di Arianna unifica visivamente e concettualmente il labirinto, trovando il suo naturale ecosistema lungo le pareti di un’altra misteriosa e recondita ala, quasi una loggia, ripetendosi poi ad intervalli nel corso del percorso espositivo. Tra stalattiti e stalagmiti, piani astrali, razionali e irrazionali, dedizione emotiva, e politica, identificazione di un sistema di credo, l’opera diventa una grotta mistica e misteriosa che ingloba e si attorciglia attorno a due tesori nascosti. Due sigilli, simboli magici capaci di scaturire la realizzazione di un’intenzione. This last line cannot be translated cela così il desiderio di sovvertire le gerarchie patriarcali e di raggiungere uno stadio più elevato di conoscenza, attraverso l’acquisizione del Necromicon, mitologico testo ermetico.

Torno sui miei passi, mi imbatto in un lampione appeso a testa in giù. Tra color che son sospesi. Nella Divina Commedia Virgilio così abita il limbo dove Beatrice scende per indurlo a salvare Dante dalla selva orrorifica in cui questi si è smarrito. Imparare a saper accettare e trascendere la propria condizione, mise-en-abyme, matrioska esistenziale, il continuo peregrinare, accettare che l’uscita dal limbo non sia altro che l’entrata di uno stadio differente. O che forse questo è il bello.

Nel mezzo del cammino, da qualche parte tra le due monumentali navate che compongono il Padiglione Italia, incontro una Wunderkammer di oggetti straordinari: vetrine-scrigni trasparenti che racchiudono e illuminano una collezione di meraviglie tra le più disparate, sacre, profane, di interesse zoologico, poteri intrinsechi o estrinsechi, più o meno effettivamente funzionali. L’intervento è firmato da Enrico David, e molti tra questi minuti tesori vengono direttamente dal suo studio di Londra. Ma ci sono anche gli oggetti di scena di Chiara Fumai, un presepe di Liliana Moro e una piramide egizia che, vengo a conoscenza, racchiude un contenuto piuttosto interessante.

In Né altra Né questa la dimensione del tempo è dilatata, l’atmosfera onirica. Non sono certa che il climax sia uguale per tutti eppure non ho la sensazione di essere io a determinarlo. In tedesco, il sogno si indica con la parola di derivazione greca TRAUM: inteso come alterazione di uno stato pre-esistente, non necessariamente in negativo, semplicemente una variazione di stato, magari risolutiva. Per Italo Calvino il trauma non ha carattere accidentale, ma “è una condizione fuor della quale [...] non c’è storia né scienza né poesia.” Il trauma sembra essere anche la condicio sine qua non degli esseri creati da Enrico David: illuminazione, ribellione, la vetrina del senso comune che si frantuma in mille pezzi.

Avanti! Una sfida nella sfida: una spada nella roccia o meglio nel vetro. Il paradosso del potere, mai trasparente, e del ghiaccio che tanto pare duro e impenetrabile quanto si scioglie al primo raggio di sole. In lontananza, suonano le note di un tango, struggente, di Astor Piazzolla. Due materassi singoli avvinghiatissimi da cinte soffocanti. La fine di un amore ossessivo fronteggia, forte della sua debolezza, la meschina dimostrazione di machismo di un potere mai cristallino.

Il labirinto di Né altra Né questa è vasto e ricchissimo, rimane elegante senza sforzo, minimale ma barocco, razionale ma viscerale, equilibrato eppure in espansione, affollato ma mai soffocante, tutto ad un tratto si annichilisce, lasciando spazio ad un grande vuoto, ma non risulta mai deserto. I volumi del nulla sono importanti tanto quelli dei pieni, le opere respirano, sono organicamente connesse a questo rizoma di cartongesso, prendono confidenza, gli strisciano attorno, si spiano vicendevolmente, si accoccolano nelle sue nicchie, si stiracchiano come travi tra un muro e l’altro, si distanziano per poi ritrovarsi all’improvviso, girato l’angolo. Il labirinto è per sua natura archetipo di un paradosso, la più sublime manifestazione dell’ingegno umano che da solo orchestra un sistema arzigogolato il cui scopo è trovare una via d’uscita, forse per poter fantasticare che essa esista. Ma come dicono i saggi, quello che conta è il cammino.

E quindi ancora, avanti. Cerco il centro. In lontananza riecheggia Bella Ciao, la canzone di cui Liliana Moro ha scelto quindici versioni, le cui note giungono ad animare la sua personale interpretazione delle quattro stagioni, fatte di tavoli disertati e ombrelloni colorati. Un inno e richiamo alla libertà, degli oppressi contro oppressioni e oppressori. Dedicato forse a smuovere quelle file di pattini d’argento incatenati tra loro, destinati all’eterno ritorno sui loro stessi passi.

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Fotografia di Anna Franceschini
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Fotografia di Anna Franceschini

Intravedo l’uscita, alla fine di un sottile corridoio. Lontana ma non troppo. Da fuori filtra splendente la luce, del sole, candida e calda.

La seguo e vado oltre, senza più voltarmi. Tanti sarebbero ancora i percorsi possibili. Ma oggi ho scelto questo. Sono pacificata.

Domani…

Il sipario si chiude

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Fotografia di Anna Franceschini

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Qui trovate invece il nostro profilo di Milovan Farronato, curatore del Padiglione Italia 2019 e animo arcaico che Matilde Cerruti Quara ha cercato di raccontarci:

Crediti


Testo e direzione creativa di Matilde Cerruti Quara
Fotografia di Anna Franceschini

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