Helno. 

negli anni '80 i punk di parigi avevano già capito tutto

A spiegarci come e perché è LauL, vero punk francese, membro della band Lucrate Milk e vicino ai Bérurier Noir.

di Micha Barban Dangerfield
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22 febbraio 2017, 12:10pm

Helno. 

Nel 2017 il mondo sogna ancora il punk, anche perché la situazione politica e culturale attuale ricorda molto i tormenti di fine anni Settanta - il conservatorismo liberale e la schizofrenia di quegli anni, la sacralità del capitalismo e l'enorme divario tra le classi sociali sono ben presenti ancora oggi. Si parla spesso di punk britannico, ma anche la Francia ha avuto la sua buona dose di creste e borchie, clamore e look esagerati. Il problema è che il punk francese non ha saputo costruirsi una narrazione degna del suo passato. Digitando "punk" su Google è molto più difficile trovare foto di punk francesi della prima generazione che scatti di ragazzi di Kings Road a Londra. Facendo una ricerca più approfondita si possono però trovare veri tesori nascosti. Tesori tanto preziosi quanto gli scatti e le fototessere che alcuni vecchi punk francesi hanno raccolto in un album su Facebook. Quando queste foto sono capitate tra le mani di i-D, un brivido d'eccitazione si è fatto largo per tutta la redazione, perché quei ragazzi ci hanno ricordato i primi giorni di i-D, gli anni d'oro del punk, le band che hanno fatto della strada il loro campo di battaglia, del loro look un chiaro messaggio rivolto al resto del mondo e della musica una valvola di sfogo. Se i-D è nato in Francia proprio negli anni Ottanta, lo si deve in parte alle band punk dell'epoca. Mentre cercavamo di rintracciare i componenti di questo movimento ci siamo imbattuti in LauL, che ci ha guidato attraverso gli scatti che ritraevano i suoi amici, raccontandoci le loro storie e parlandoci della sua esperienza punk, della sua visione del mondo e degli anni Ottanta. 

Masto

LauL, di cosa ti occupi oggi?
Sono principalmente uno scultore, ma all'epoca disegnavo per i Bérurier Noir. Non mi sono mai sentito un vero disegnatore, ma ero completamente immerso nella scena punk; dovevamo costruirci la nostra immagine partendo da zero: le copertine degli album, i tagli di capelli, gli abiti. Diciamo che disegnavo meglio e più volentieri degli altri, quindi mi arrabattavo per creare qualcosa che ci rispecchiasse. Avevo iniziato a frequentare la scuola di arti decorative, ma l'ho abbandonata poco dopo.

La scuola non faceva per te?
Ero un punk, quello non era il mio posto. Era una scuola per fighetti, mi annoiavo da morire. Quando è nato il movimento punk la figura dominante era quella del beatnik; l'imperativo era evadere, non guardare in faccia la realtà, fare una musica escapista con degli strumenti elettronici. Noi volevamo opporci a questa tendenza con degli ideali non violenti.

Secondo te questi ideali non erano realistici?
Ricordavano quelli degli anni Trenta, della liberazione sessuale, ma ad un certo punto ci siamo ritrovati sfasati rispetto alla realtà che ci circondava. Il contesto era simile a quello attuale, anche se oggi è forse ancora più esacerbato. Noi abbiamo avuto la lucidità di vedere il futuro che ci stava aspettando. Avevamo percepito l'arrivo delle esagerazioni tipiche della globalizzazione e del consumismo. 

 Francis Campiglia

Ricordi la prima volta in cui ti sei sentito punk?
Sì, era il 1976 o il 1977. Stavo guardando la televisione, non ricordo di preciso cosa, forse Les enfants du rock, un programma in cui facevano vedere i Sex Pistols, i Damned e altri gruppi simili. Guardandolo mi sono detto, "porca miseria, quello che fanno è semplice ma funziona, lo capisco!" Con il punk è tutto immediato e al tempo stesso profondo, quei tizi in televisione non avevano paura, non c'era armonia, ma la rabbia che esprimevano era reale. Non c'era nessun bisogno di capire l'inglese per capire quanto fossero incazzati.

Cos'ha rappresentato il movimento punk per te?
Ho ricevuto un'educazione piuttosto rigida. Per me il punk è stato una boccata d'aria fresca, con il suo arrivo ho avuto l'impressione di essere catapultato in un mondo che mi rappresentava e mi capiva. Mi vestivo in modo eccentrico perché volevo scoprire chi ero davvero. All'inizio, il punk non era solo un'uniforme in pelle e stampa scozzese con una cresta. Era un mondo creativo che ognuno poteva interpretare a suo modo.

In che modo l'hai interpretato tu? Come ti vestivi?
Prendevo i vestiti di mio padre e di mio nonno e poi li modificavo. Ricordo un gilet su cui portavo un orologio da taschino completamente smontato, con tutti i meccanismi a penzoloni. Usavo anche fette di salame come orecchini, le fette di prosciutto al posto delle spille, gli stracci diventavano cravatte. Più che le Doc Martens, portavamo ciabatte da spiaggia. Volevo far vedere alla gente che ero quasi come loro, ma sempre con un dettaglio fuori posto, una sorta di specchio deformante, una caricatura della classe media. Prendevo la metro da Massy a Parigi e ogni volta rischiavo di prenderle da qualche skinhead, rocker o teddy boy. Cercavamo quasi di spacciarci per le vittime della società, volevamo essere la "gente di colore", gli indesiderabili. Però amavamo alla follia mettere in mostra la nostra diversità. Fondamentalmente, accettavamo di essere trattati come dei rifiuti sociali per divertimento. 

LauL

Al tempo eri anche un musicista, esatto?
Ho fatto parte di diversi gruppi. All'inizio suonavo nei Lucrate Milk, una band inclassificabile, decadente. Eravamo tutti artisti a modo nostro: c'erano Masto e Gaboni, che ufficialmente facevano i fotografi, Nina era una pittrice, io una sorta di grafico e tutti insieme avevamo deciso di fare musica così, per stare insieme. Ma non volevamo piacere alla gente; i nostri video erano pensati per non essere passati in televisione. Spesso i punk avevano capelli neri e idee pacifiste, ma noi eravamo quattro biondini con gli occhi blu che cantavano "Vive la guerre et à bas les pacifistes" - viva la guerra, abbasso i pacifisti. Lanciavamo provocazioni solo per il puro gusto di farlo. Poi ci siamo divisi per non diventare famosi e sfatare il mito per cui i punk stavano iniziando a essere apprezzati da tutti, anche dai jazzisti. La nostra cantante era anche particolarmente capricciosa, a volte diceva cose come "giovedì niente concerto, c'è Dallas." È una donna geniale, ancora oggi fa la pittrice ed è molto stimata nell'ambiente.

Poco fa hai detto "viva la guerra." Pensavi ci sarebbe voluta davvero, una guerra?
No, era solo un modo come un altro per provocare l'opinione pubblica. Non volevamo essere amati, facevamo pezzi brevissimi (il più corto dura 36 secondi) e i nostri concerti finivano dopo appena 20 minuti. Volevamo solo liberarci dai dogmi prestabiliti, non scrivere lettere d'amore infinite. E poi, a quei tempi eravamo davvero dei ragazzi.

Ti senti ancora un punk?
Sì, senza dubbio. Non posso cambiare chi sono, non è una scelta contemplata. Certo ci sono stati compromessi, la mia vita è stata un susseguirsi di coincidenze e non voglio cercarci un significato scientifico.

Nina Childress 

Parlami del tuo lavoro coi Bérus Noirs.
I Bérus Noirs non avevano particolari dogmi morali, erano più concentrati sull'agire. Il nostro impegno era schierato contro la psichiatria, la violenza, il Front National, contro ogni forma di oppressione; insomma, contro tutto e tutti. Apprezzavo molto questa deriva nichilista del nostro pensiero. Al tempo, stava per essere pubblicato un libro che raccoglieva i primi testi di François Béru, Un Jeune Homme Éventré, scritti quando lui aveva 16 o 17 anni. Mi aveva mandato il manoscritto, e in quel nichilismo così duro avevo trovato un conforto inaspettato.

E come si rappresenta visivamente il nichilismo?
È come fare musica, il risultato deve essere semplice ed efficace. Bianco e nero, niente sfumature. Non voglio paragonarmi a Willem, ma apprezzo molto il suo lavoro. Ogni disegno è un pugno allo stomaco, e io certo non sono al suo livello, ma i suoi lavori sono un esempio a cui mi rifaccio costantemente a livello grafico.

LauL

Parliamo della collezione di fototessere che hai messo insieme con altri punk.
È una forma d'arte popolare, accessibile a tutti; in città c'è sempre una cabina per fototessere nelle vicinanze. È una piccolezza, un battito d'ali effimero che ci ricorda la brevità della nostra vita e che al contempo lascia una traccia del nostro passaggio, come una sorta di tag odierno. In più, le fototessere lasciano molto spazio all'immaginazione: ci sono le pose, le smorfie, il provare a starci tutti dentro quello spazio microscopico. Abbiamo anche usato degli effetti speciali; quando la foto non era ancora del tutto asciutta la piegavamo a metà per creare una sovraesposizione. Recuperavamo anche le foto abbandonate, quelle venute male e dimenticate accanto alla macchinetta. Eravamo molto, molto creativi. Ricreativi. E volevamo immortalarlo. 

Cosa rappresentano i volti di quelle fototessere per te?
Sono come dei cugini, la famiglia che mi sono scelto. Ciascuno ha il suo album di famiglia, e questo è il mio. Una sorta di contenitore in cui si possono trovare foto fatte lo stesso giorno e negli stessi luoghi, ma scattate da diversi membri della band. Ce le scambiavamo come facevamo da bambini con le figurine dei calciatori. Non ci fermavamo. Sono dei ricordi veri, dei fari luminosi nel buio del nostro passato.

Cosa ricordi di quel periodo?
Era una ricerca d'estasi, una parentesi infantile. Non volevamo davvero diventare baluardi di un'epoca. Non ci pensavamo, ci arrampicavamo dove non dovevamo, andavamo in luoghi abbandonati, nei cimiteri, negli ospedali, nelle catacombe. Luoghi fotogenici, dove non c'era nessuno a parte noi e dove potevamo fare quello che ci pareva. Un po' come i videogiochi di oggi, ma noi lo facevamo sul serio. Ci intrufolavamo nel cimitero di Père Lachaise con una scala cercando di arrivare il più lontano possibile senza scendere dai tetti dei mausolei; saltavamo di tomba in tomba, di cripta in cripta come Super Mario con i suoi funghetti. Era divertente, ma un po' pericoloso. L'adrenalina è la droga più potente ed economica che ci sia.

Cosa diresti oggi al ragazzo che eri allora?
Non rimpiango niente e mi assumo la responsabilità delle mie azioni di allora. Anche delle stupidaggini più grosse. Ho sempre agito in buona fede.

È possibile essere punk nel 2017?
Ci pensavo proprio questa mattina, il punk non è svanito nella nostra società, ma l'ha plasmata. Tutto è stato influenzato dal punk: la musica, il design, la pubblicità e la moda soprattutto. Tutti siamo stati influenzati dal punk. Tutto il mondo prima o poi sarà punk, perché al giorno d'oggi essere punk significa interessarsi all'ambiente, essere vegetariani, comprare bio. Il punk è una presa di coscienza, non un movimento che costringe chi ne fa parte a fare questo o quello. Ognuno sceglie la propria soluzione. Non bisogna dare troppo ascolto agli altri, bisogna essere attivi, anche reattivi. Chi oggi non è punk, è un idiota. E non è una battuta. Noi dicevamo "no future", voi oggi dite "no present".

Quindi il punk non è morto?
Alcuni suoi elementi sì. Come dico in uno dei miei disegni, il punk che ancora oggi sopravvive è un buffone, una macchietta. Se fossimo davvero rimasti fedeli ai nostri ideali di allora, be', oggi saremmo tutti morti. Però va bene così. Il mio lavoro per i Bérus Noir era un po' come camminare sui trampoli con il pavimento ricoperto da bucce di banana, ma non ho mai rischiato davvero la vita… è una scommessa. 

Fototessere Divisions Maurituri, F.J Ossang

LauL

Les Lucrate Milk 

Nina, Masto, Gaboni, Laul, Helno e Raya

Les Lucrate Milk

Nina e Masto 

Koja

Helno 

Masto

Crediti


Testo: Barban-Micha Dangerfield
Scansioni: Jerome Lefdup
Foto / Archivi: dal DVD The Three Pieces Postumo Lucrate latte, DVD 'Lucrate Milk' - Archives de la Zone Mondiale et de la collection personnelle de LauL
Grazie Raya per essere esistito !!!

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