wolfgang tillmans sull'imbarazzo di fotografare il nudo

Il poliedrico artista e pluripremiato fotografo riflette sull'ambiente politico europeo, sulla fotografia di nudo e sulle creazioni musicali che hanno definito la sua carriera negli ultimi 15 anni.

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giu 14 2017, 7:05am

Headlight (d), 2012.

Questo articolo è originariamente apparso sul numero di i-D The Family Values Issue, no. 347, 2017.

Wolfgang Tillmans è in piedi di fronte a una fotografia gigantesca che ritrae sin nei minimi dettagli le natiche e i testicoli di un uomo. Sta ridendo. Dopo numerose richieste di un'interpretazione dell'immagine, risponde ancora ridendo: "sono semplicemente le cose della vita." In sottofondo, uno dei suoi assistenti ascolta la colonna sonora di Indiana Jones e dalla stanza accanto arrivano le note di trionfanti violini che rendono surreale l'atmosfera del nostro incontro. Manca una settimana all'apertura della seconda retrospettiva su Tillmans al Tate Museum di Londra e tra i corridoi si vede il fotografo correre indaffarato mentre si occupa degli ultimi dettagli. Gli assistenti intanto lavorano metodicamente all'archiviazione e catalogazione degli scatoloni colmi di fotografie. Sul pavimento, altre fotografie aspettano di trovare la giusta collocazione. I progetti per la ripartizione delle stampe più piccole sono attaccati con lo scotch alle pareti. Una stanza è ancora piena di materiali da costruzione.

L'immagine che il fotografo osserva è nackt, 2 (nudo, 2) del 2014. Sul tappeto blu riposano pacificamente i due testicoli, le gambe leggermente aperto e il semicerchio di una natica a coprire la metà superiore dell'immagine. Scattata con la nitidezza cristallina e l'intensa chiarezza che definiscono i lavori più recenti dell'artista, nell'immagine è visibile ogni singolo pelo del soggetto. Wolfgang afferma che non è in esposizione per provocare lo spettatore, ma perché "è semplicemente chi siamo. È gratuita e non fa del male a nessuno. Guardare un culo e due attributi maschili da questo angolo non è pericoloso, ma è comunque scandaloso. È difficile fotografare la nudità in modo nuovo, ma questo gli garantisce un posto nell'esibizione, o così sembra."

The Cock (Kiss), 2002.

Potrebbe sorprendere scoprire che Wolfgang, nonostante le sue rappresentazioni di vita quotidiana, sesso, danze, amore e politica, è un fotografo che si imbarazza facilmente e deve superare la timidezza anche quando il soggetto della fotografia è completamente vestito. Per immagini come quella in questione, l'imbarazzo è ancora più forte. "È così imbarazzante, così tanto!" ammette lui stesso. "Questo è il motivo per cui non ci sono molti nudi esposti. Per la retrospettiva del 2003 alla Tate avevamo selezionato due peni, due su 350 fotografie complessive. Le recensioni di tre quotidiani hanno descritto la mostra come 'insozzata dai genitali,' ma io faccio raramente foto sessuali, o di nudo, perché mi imbarazzano troppo." Quindi è l'autoconsapevolezza a bloccarlo? "No, l'imbarazzo per me è una cosa positiva," afferma. "È una soglia che devi oltrepassare se vuoi scattare una certa immagine. La fotografia deve essere un processo quasi doloroso. La necessità di scattare quella foto deve superare l'imbarazzo che proverò nel farla."

La seconda mostra alla Tate di Wolfgang, semplicemente intitolata 2017, non è una retrospettiva nel senso più specifico del termine, quanto più un esame del lavoro svolto dal fotografo dopo la sua prima personale alla Tate Britain, If one thing matters, everything matters, nel 2003. Quindi non ci sono immagini di Alex e Lutz, niente Concorde, zero Deer Hirsch e nessuna di quelle prime, pionieristiche immagini scattate per i-D che l'hanno reso famoso, ma esclusivamente i lavori degli ultimi 14 anni di quello che potrebbe essere il miglior artista-fotografo del mondo; astrazioni dalla bellezza intensa, fotocopie in bianco e nero ingrandite che rivelano la grana e i rumori, ritratti delicati e umanisti, nature morte lussuriosamente dettagliate. Wolfgang è, ovviamente, lodato e apprezzato per il suo lavoro. Nel 2000 è diventato il primo non inglese, il primo fotografo professionista e uno dei più giovani vincitori di sempre del Turner Prize. Oggi ha quasi 50 anni, eppure trasuda ancora lo charme da ragazzino e l'entusiasmo degli inizi, mentre il suo lavoro è ancora spinto da una genuina voglia di confrontarsi con il mondo circostante. 2017 appare quindi come il titolo giusto per la mostra. If one things matters, everything matters potrebbe essere il mantra per chi vuole entrare in contatto con la bellezza del lavoro di Wolfgang, definito dalla sua mancanza di gerarchia visuale e apertura. 2017 invece vuole mostrare Wolfgang "alla ricerca di un senso del qui e ora" e "scoperchiare la condizione in cui siamo." È il lavoro di un artista che scoperchia il mondo che lo circonda.

JAL, 1997.

La condizione in cui siamo, suggerisce Wolfgang, ha preso il via nel 2003 con la Guerra in Iraq e le proteste che sono seguite in tutto il mondo. In particolare, "l'aver deliberatamente ignorato l'evidenza" che ci ha portato ai conflitti bellici del nuovo millennio e "la disconnessione tra persone e politici," quando le proteste si sono rivelate insufficienti per evitare la guerra. Un evento che ha segnato la fine della luna di miele laburista in Gran Bretagna, trasformandosi in una pietra miliare della geopolitica contemporanea. "Sai della 'post-verità' in cui dovremmo vivere adesso?" mi chiede Wolfgang. "Allora, la post-verità era ciò che mi guidava e contemporaneamente mi preoccupava moltissimo. È così che è nato il progetto Truth Study Centre."

Il Truth Study Centre è una serie di lavori disposti su labirinti costruiti con tavoli sovrapposti. Presenta una costellazione di frammenti: ritagli di giornale, e-mail, immagini, frasi ed estratti selezionati dal 2005 a oggi. Il titolo del progetto è ovviamente ironico; la serie non vuole trovare il significato di un mondo confuso. Al contrario, l'epoca di fatti alternativi e finte news contro cui ci stiamo scontrando ha dato sollievo a questi lavori. In tutta risposta, Wolfgang ha creato un nuovo lavoro Truth Study Centre per la retrospettiva che esplora "il ritorno di fiamma" che è "l'effetto psicologico osservato in chi crede in qualcosa che non è sostenuto da prove concrete, e quando viene messo di fronte alla realtà non cambia idea, ma anzi si arrocca sulle sue posizioni."

Faltenwurf (skylight), 2009.

La politica non abbandona mai il lavoro di Wolfgang, come ha dimostrato la sua presa di posizione pro-EU durante la campagna elettorale che ha preceduto la Brexit. Il 2016 è anche stato l'anno in cui il fotografo si è schierato contro l'elezione di Trump, usando la sua posizione di personaggio pubblico per tentare di prevenire lo sconfinamento verso razzismo e nazionalismo che ora ci ritroviamo ad affrontare. Ma negli ultimi due anni Wolfgang si è anche immerso nel suo lavoro come musicista. Negli anni '80 faceva parte di un gruppo tedesco, ancor prima di prendere in mano la macchina fotografia, e recentemente è tornato a esprimersi attraverso la musica come frontman della band Fragile e in un progetto personale di elettronica; una delle tracce appare in coda al visual album di Frank Ocean, Endless. "Non mi sono imbarcato in tutti questi progetti perché la mia creatività era arrivata a un punto di stallo," spiega. "La musica era solo un modo diverso per esprimerla." Ma anche adesso, "tornato a concentrarsi sulla cosa principale che faccio," politica e musica rimangono fondamentali per Wolfgang. Nella mostra stessa, l'attenzione alla musica trova spazio in una sala dedicata al lavoro del gruppo d'avant-garde pop Colourbox. Vuole che questo genere musicale venga considerato una forma d'arte a tutti gli effetti, e lo fa grazie allo spazio Between Bridges di Berlino. Ma la musica è presente in gran parte dei suoi lavori, compresi ritratti di rockstar di ieri e di oggi, da Morrissey a Frank Ocean, e immagini di clubber persi nella passione.

"In un certo modo, mi vedo come un amplificatore," spiega Wolfgang. "Non è l'unico ruolo che ho, ma la fotografia si presta ad amplificare le cose perché è un mezzo di moltiplicazione meccanica. Sin dall'inizio della mia carriera mi sono accorto di poter creare uno spazio fisico in cui inserire le mie idee. È su questo che si concentravano i miei primi lavori, in particolare quelli per i-D. Volevo usare la fotografia per dare spazio a ciò che amavo, come i movimenti pacifisti. O, per esempio, adesso siamo seduti di fronte a un ritratto di Patti Smith, un ritratto piuttosto inusuale perché è ritratta su uno schermo digitale di 15 metri durante il festival di Glastonbury. Mettere qui questa fotografia significa dare alla cantante lo spazio che merita, darlo a Glastonbury e a ciò che questo festival rappresenta per la collettività. O la foto accanto, che penso sposterò prima dell'inizio della mostra, che ritrae sei o sette persone intente a conversare animatamente in un bar di San Pietroburgo. Si tratta di dare spazio all'atto estremamente umano di parlare gli uni con gli altri, invece che all'atto di comprare borse d'alta moda."

Nackt, 2 (nude, 2), 2014.

Nonostante le lunghe analisi politiche, musicali e spaziali delle sue opere, è facile perdersi nell'immaginario estetico creato da Wolfgang—anche se lui insiste "la bellezza è solo un concetto, una definizione, qualcosa di diverso per persone diverse." In particolare quando su larga scala, come i lavori fotografici estremamente dettagliati che ha creato negli ultimi anni. Wolfgang ha iniziato a usare una macchina fotografica digitale nel 2009, e nel 2012 ha smesso di scattare in analogico. Un'immagine che spicca tra quelle dell'ultimo periodo è il semplice scatto di un ciuffo d'erba tra il cemento in alta risoluzione. Il dettaglio che catturano queste immagini regala loro una qualità vicina al 3D per il modo in cui amalgamano senso di profondità e piatto. Un'altra immagine, quasi interamente bianca e dal titolo In A Cloud, è stata scattata attraverso il finestrino di un aereo mentre attraversava una nuvola. "Ogni fotografia è un esperimento," continua Wolfgang, sia che si tratti di una persona, di un oggetto, di un paesaggio o del bianco di una nuvola. "Era un esperimento per capire se sarei riuscito a fotografarla o no. Le persone sono spaventate dall'uso dei soggetti più comuni—che è anche la critica che ricevo spesso—ma si tratta davvero di capire se posso scattare una fotografia che sappia catturare la natura di quello che ho davanti, e contemporaneamente le precise sensazioni di quell'istante, di quel posto, di quel momento." Ed è questo a ridere soggetti così semplici portatori di emozioni così profonde e di una bellezza così complessa.

È difficile descrivere cosa rende unica l'estetica di Wolfgang, la sua Wolfgangitudine potremmo dire. In qualche modo, i suoi lavori si riconoscono immediatamente, anche a chilometri di distanza. L'umanità e la semplicità in cui cattura le persone attraverso l'obiettivo. Non ci sono artifici, nessun concept appariscente, solo un'immagine che immortala l'anima del soggetto. Una fotografica, di un artista di nome Philip, è particolarmente memorabile, ancor più se osservata accanto ai ritratti di nomi famosi. E potremmo discutere di tutti i personaggi pubblici che ha fotografato nel corso degli anni, ma è questa l'immagine che più sembra lui, la sua umiltà, apertura e puzza. Vestito in modo casual, con un'ampia t-shirt e jeans, Philip fissa l'obiettivo mentre giocherella con le sue mani.

Philip Wiegard, 2011.

"Questa è la cosa più affascinante della fotografia, o no? Che puoi capire subito chi l'ha scattata," dire Wolfgang ridendo. Non che ci sia una regola nel modo in cui lavora, perché ogni ritratto "devo sentirlo come qualcosa di nuovo, ogni volta." E questo ritratto di Philip, in tutta la sua apparente semplicità, ha richiesto un lungo lavoro. "Lo osservavo da un po' e volevo fotografarlo già da anni, quindi l'idea del suo ritratto è maturata nella mia testa a lungo. Ma ero imbarazzato, quindi non ero mai riuscito a chiedergli di posare per me. Poi l'ho fotografato nel backstage di Meadham Kirchhoff durante la Settimana della Moda di Londra, il set più improbabile che si possa immaginare per un ritratto così intimo. Ci ho messo letteralmente cinque minuti, ma allo stesso tempo mi ci sono voluti anni per scattare questa fotografia. Questo è il bello dell'arte fotografica, che può condensare anni di riflessioni in un singolo istante."

Wolfgang non è un fotografo che scatta continuamene. "Non esco tutti i giorni con la macchina fotografica in mano e mi metto a camminare per la città," spiega davanti all'enorme ritratto di un giovane ragazzo dall'aria anonima che indossa un abito color magenta di fronte a un'auto dello stesso colore a Jeddah, città dell'Arabia Saudita. Qualcosa nell'espressione dell'uomo lo rende simile a una sfinge, è intrigante. "L'imbarazzo spesso mi attanaglia, ma questo significa che nei rari momenti in cui riesco a superarla vedo con una chiarezza unica quello che mi circonda, significa che posso finalmente scattare una fotografia. In quel momento, nella parte vecchia di Jedda, ero in un frangente di lucidità. Vedevo tutto con questo tipo di chiarezza. E ho sentito di dover assolutamente scattare alcune immagini."

Young man, Jeddah, (a), 2012.

"Pensavo che l'Arabia Saudita fosse il posto peggiore del mondo in cui andare per una persona gay," continua. "Poi, quando mi sono trovato lì, ho capito che a Jeddah vivono cinque milioni di persone, e tutte quelle che ho incontrato, ovviamente, sono state molto gentili con me. Dovunque io sia andato, questa è sempre stata l'impressione che ho ricevuto. Le persone sono persone, come dicono anche i Depeche Mode. Questa demonizzazione dell'altro non funziona quando si è faccia a faccia, gli uni vicini agli altri." E potrebbe essere il motto di questa mostra, così come del lavoro di Wolfgang e del suo approccio alla fotografia. Si tratta solo di trovare l'umanità e il centro emotivo di tutti noi.

Mentre mi allontano da Wolfgang e dalle sue scatole, dai suoi assistenti e dai suoi progetti, lui mi sembra eccezionalmente calmo. Ma questo è solo un ripetersi per lui: a pochi è riservato l'onore di avere due retrospettive alla Tate. Ancor meno, quando si è ancora in vita. Quindi se non sembra particolarmente nervoso, magari è perché ha davvero fiducia nel suo lavoro, ancora una volta in mostra a disposizione di tutti noi. Prima di andarsene mi indica un'enorme, bellissima stampa dal soggetto astratto. "Molte persone vogliono sapere cosa significhi quest'opera. Vogliono un manuale per leggerla correttamente, ma si tratta solo di accettare e affrontare quello che troviamo di fronte a noi. L'irrazionalità e l'assurdità della vita sono così potenti che a volte non possiamo fare altro che lasciare che siano loro a guidarci. 

Crediti


Testo Felix Petty
Fotografia Wolfgang Tillmans