tutto l'erotismo dei giovani hippie negli scatti del regista james herbert

"Mi interessa quella sorta di tenerezza che diventa quasi tristezza," dice l'artista delle sue immagini in bianco e nero.

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ott 10 2017, 2:30pm

James Herbert non è un fotografo come gli altri. Le sue sensuali immagini di nudo sono legate ai suoi film: nel 1989, ha proiettato diversi cortometraggi su un muro, analizzandoli sistematicamente uno a uno, fotogramma per fotogramma. Poi ha ri-fotografato e allargato alcune immagini in stampe 16x20, e tra queste ha infine selezionato gli scatti per il suo libro Stills. Herbert ha girato circa quaranta corti e quattro produzioni indipendenti, tutte incentrate sulla nudità e recitate da attori non professionisti. Un approccio da spirito libero, quello che Herbert ha inseguito per anni, sin da quando frequentava lezioni di disegno durante l'adolescenza. Oggi, Herbert ha 79 anni, ma si sente più vivo che mai.

Il fotografo è anche parte integrante della scena creativa di Atene, in Georgia. Insegnava pittura e filmmaking, e intanto faceva da regista ai video musicali dei R.E.M e dei The B-52, "fatti con la stessa inclinazione per la spontaneità e la casualità e l'intuitività" dei suoi film erotici, afferma lui. Per il video dei B-52 "Revolution Earth," ha lavorato con un cast di zebre ed elefanti al fianco di Kate Pierson. E ricorda come per "It's the End of the World," lui e Michael Stipe abbiano girato in un edificio abbandonato con muri diroccati, perché le mucche continuavano ad appoggiarsi.

Oggi, nel suo luminoso studio a Bushwick, Herbert dipinge tele smisurate basandosi sulle immagini di coppie nude che trova online. Seduti proprio su queste tele, abbiamo parlato di nudità, sperimentazione e cultura giovanile.

Sta per iniziare una tua nuova mostra fotografica, ma qui nel tuo studio siamo circondati da dipinti. Qual è il legame tra queste due forme d'arte per te?
Dipingo da sempre, e secondariamente faccio anche film e fotografie. Sono stati però i film a prevalere: ho girato molti cortometraggi in 16mm nell'area di Atene, in Georgia, e tutti riflettono una sorta di aria e luce del Sud, l'umidità di queste terre. Poi, ho iniziato ad andare in Italia e a girare lì alcuni film più lunghi in 35mm. Alternavo nove mesi di pittura a tre mesi di riprese. Poi sono diventati nove mesi di riprese e tre mesi di pittura. Sono una persona piuttosto organizzata, quindi ho sempre tenuto le due attività separate.

Un'attività che mi ha accompagnato per tutta la mia vita, sin dall'adolescenza, è stato il nudo. Anche nei miei lavori più lunghi, proiettati al Toronto Film Festival o al Sundance, tutti i personaggi sono nudi. C'è una sola eccezione, una bellissima ragazza con un vestito blu [nel film del 1999 Speedy Boys]. Ero un pittore che faceva anche film, poi sono diventato un filmmaker che faceva anche quadri. Da dieci anni o giù di lì dipingo, e basta.

Mentre giravi i tuoi film avevi già intenzione di estrarre alcuni fotogrammi e trasformarli in vere e proprie fotografie?
No, quando giravamo non lo facevamo con l'obiettivo di poter poi ritrovare nelle pellicole dei fermo immagine con un inizio e una fine ben precisa, che avessero un loro significato specifico. Tutto questo processo è avvenuto più tardi, è stato una sorta di capriccio. Amo lavorare con la casualità e l'arbitrarietà. La mia disciplina segue la filosofia del "iniziamo adesso e lavoriamo sodo," ma quando si tratta di raccogliere fisicamente le immagini, seguo sempre il mio intuito. Nella loro forma originale, questi film non sarebbero stati poi così interessanti, se si toglie il loro aspetto più voyeuristico di guardare dei giovani completamente nudi. Ho guardato migliaia di rullini su un proiettore mezzo distrutto, guardavo il primo fotogramma, lo osservavo, poi decidevo se lo volevo tenere o meno, e avanti così con il secondo, il terzo, il millesimo.

Perché hai scelto come soggetto dei tuoi lavori la cultura giovanile?
Quando avevo vent'anni, il mondo era in piena era hippie. C'era molto nudo, molte azioni tribali—che oggi sappiamo essere non poi così intelligenti come credevamo all'epoca—ma tutti erano così belli, e c'erano un sacco di raduni. A quel tempo, era facile chiedere alle persone di far parte di un film. Prima di interessarmi al cinema, quando ero ancora un adolescente, fotografavo i miei amici mentre nuotavano nudi. Quindi, essenzialmente, il mio interesse per la cultura giovanile è nato proprio nell'età giovanile. Si potrebbe qui puntualizzare che forse soffro di una sindrome di Peter Pan [ride]. D'altro canto, tutto il mio lavoro è una rappresentazione dell'innocenza, ma anche della crescita, del cambiamento e dell'aspetto fisico di chi appartiene a una certa fascia d'età. Era questo ad attrarmi. Quindi ho deciso di continuare lungo questa linea.

Prima di arrivare sul set hai già un'idea precisa di cosa vuoi fotografare?
No, non un'idea. Piuttosto un atteggiamento. Voglio che l'idea visiva arrivi attraverso il processo, non prima. Il processo inizia con ciò che potrebbe essere definita come mera attrazione, un semplice "questo è bello." Ha a che fare con il desiderio di di vedere qualcosa che ti piace, qualcosa che sta bene su di te. Può essere un fiore, una pesca, o un'altra persona. Ci sono artisti che negano di essere interessati alla bellezza, perché il loro concetto di arte va oltre questo paradigma estetico, ma io... io sono interessato in una sorta di tenerezza che quasi diventa tristezza, nell'erotismo. Non penso che questo succeda davanti ai miei occhi mentre scatto, ma piuttosto mentre faccio scorrere il rullino e scelgo le immagini. Il processo per me è fondamentale: non vedo altro modo di scoprire qualcosa, se non intraprendendo un viaggio. Non farei mai un tour organizzato. Voglio esplorare con lo zaino in spalla.

Il fascino della cultura giovanile è senza tempo, secondo te?
Credo che la cultura giovanile abbia dato forma alla sensibilità americana. Ad esempio, Teenage Lust di Larry Clark è un lavoro esplicito, con molti nudi... È un libro che oggi sarebbe impossibile pubblicare, potrebbe addirittura andare incontro ad alcuni problemi legali. Ma c'è stato un tempo—quello degli hippie, della rivoluzione sessuale, della libertà a ogni costo—in cui le cose non stavano così. Oggi, tutto è più legato ai profitti, tutti sono sempre perfettamente vestiti e la nudità viene vista in modo molto diverso. Eppure, nell'ingenuità degli adolescenti, nel loro fregarsene del mondo esterno, vedo un'attrattiva indefinibile.

C'è un qualcosa di estremamente intuitivo nell'adolescenza.
Esatto—che si lega, nel mio caso, all'atteggiamento e al processo stesso di fare arte. Parte dei motivi per cui mi servo di soggetti molto giovani è la loro curiosità. "L'imagine deve essere l'immagine del suo creatore. È la natura del creatore aumentata, esasperata. È lui stesso, che vive una nuova gioventù." Una citazione di Wallace Stevens, che amo profondamente. È divertente, e anche ironica: una nuova gioventù.

I ragazzi sul set erano professionisti?
No. Non potevo usare professionisti, perché tutti avevano un'agenda molto fitta, i ballerini soprattutto. E non potevo neanche usare persone con un'attitudine teatrale troppo spiccata, come gli attori. Tutto sarebbe diventato troppo artefatto, altrimenti. Non volevo essere io a dirigere le riprese. Sai, ci sono persone che sanno sedersi nel modo giusto su una sedia, senza che nessuno debba spiegarglielo.