Judy Blame. [The Positive Issue, No. 100, January 1992]

terry jones e judy blame raccontano come nasceva un numero di i-D negli anni '90

Il leggendario stylist e disegnatore di gioielli Judy Blame si unisce al fondatore di i-D ed ex editor-in-chief Terry Jones per raccontarci una storia di successo nata da un sacchetto di carta e finita con...

di i-D Staff
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06 settembre 2017, 2:33pm

Judy Blame. [The Positive Issue, No. 100, January 1992]

Terry Jones: Credo proprio che la tua memoria funzioni meglio della mia, Judy. Quando ripensi alla tua carriera, c'è un momento in particolare che ti viene subito in mentre?
Judy Blame: Per questa esibizione ho riguardato molti dei miei vecchi lavori [la conversazione si è tenuta in occasione dell'apertura della mostra su Blame presso l'Institute of Contemporary Art di Londra, ndt]… Ero lì che li osservavo e pensavo "oddio, quanta roba" Dov'è finito Pollution? [Inizia a frugare tra l'archivio]. Eccolo qui.

Era una storia fantastica, no?
Sai qual è la cosa più comica? Oggi sarebbe impossibile fare un lavoro con dei crediti così! Nick Knight si è occupato delle stampe, Jean-Baptiste Mondino delle immagini, Craig McDean delle nature morte... Avevi già commissionato quel lavoro quando è successo il casino dell'Exxon, o sbaglio? E quella era solo una di quelle cose all'ultimo minuto che organizzavamo per la fashion week. Le ragazze arrivavano, le ricoprivamo di olio da massaggi e pittura, poi scappavano subito perché dopo una mezz'ora dovevano essere in passerella. Eravamo un team incredibile, c'era un'energia positiva che spingeva tutti a fare del loro meglio.

È stata una collaborazione geniale. Sono sicuro che, qualunque editoriale tu tirerai fuori da quella scatola, ci sarà sempre una storia da raccontare.
Beh, tu mi hai permesso di realizzare un'idea che non aveva molto a che fare con la moda e l'hai pubblicata su una rivista di moda! i-D è stato il primo magazine a farlo, davvero. La cosa geniale che Mondino [Jean-Baptiste, collaboratore di i-D e fotografo] aveva capito, non appena ho detto "inquinamento" è che per funzionare il nostro editoriale avrebbe dovuto essere sexy e attraente. Perché l'idea in sé non aveva nulla di attraente. Quindi abbiamo lavorato finché non siamo riusciti a rendere anche questo tema sexy. E poi ha davvero funzionato.

E l'espressione della modella! La forza dell'occhiolino e la posa sono davvero emozionanti. Come ci sei riuscito?
Credo che lei stesse dicendo qualcosa come "Sei un folle, Judy! Mi hai ricoperta di pittura!" Le ragazze non erano affatto felici mentre scattavamo, tutte sporche e incasinate.

A chi hai chiesto di venire a dare un'occhiata alla mostra?
Beh, l'ICA (Institute of Contemporary Art) ha chiesto alle persone che collaborano con me o che conosco da anni, come Peter Saville, Malcolm Garrett, Linder Sterling e John Maybury di contribuire. Sono riusciti a far uscire un Derek Jarman dalle proprietà di Derek Jarman. Ma sai come mi mantengo in contatto con tutti loro oggi? Su Instagram. Perché io posto di tutto, vecchie immagini comprese... quindi continuiamo a sentirci così.

E i brasiliani?
Sì, sento ancora anche loro. Non torno in Brasile da sei anni, ma Instagram è davvero fantastico, perché anche lì lo usano molto. La prima volta in cui sono stato in questo paese, sono andato in un club, quando uno stilista brasiliano abbastanza famoso si è avvicinato a me e mi ha detto: "Volevo solo dirti che so che sei Judy Blame, e il tuo editoriale [si riferiva a Pollution]... vivevo in un paesino sperduto del Brasile, ma quando l'ho visto ho deciso che sarei diventato uno stilista." Non ho idea di come sia riuscito a trovare una copia di i-D nel bel mezzo del Brasile rurale, ma è pazzesco. Pensare che il mio lavoro ha cambiato letteralmente la vita a qualcuno è assurdo.

Fotografia Jean Baptiste Mondino, Moda Judy Blame. [The Dangerous Issue, numero 80, maggio 1990]

Credo che sia questa la cosa più bella di i-D. Anche a Jeremy Scott è successo.
Di solito fanno riferimenti precisi... come al numero The Scarlett Issue. Un sacco di gente si è ispirata a quel numero in particolare. È perché tu semplicemente ci lasciavi realizzare le nostre idee e ci ascoltavi davvero quando arrivavamo da te con un progetto, dicendo "ehi Terry, dai un'occhiata? Cosa ne pensi?"

Chi lavorava per i-D poteva e doveva seguire la sua creatività, sempre. Era la mia filosofia.
Grazie, Terry!

L'idea era di farti lavorare sull'immagine finale il più possibile, spingerti a usare al massimo la tua creatività. E questo avveniva in particolare con te, perché i tuoi collage erano davvero brillanti.
Mi hai anche permesso di metterne uno in copertina! Non riuscivo a crederci.

Non credo di avere quel numero.
Tu non ce l'hai? Stai cercando di dirmi che vorresti la mia?

Beh, è un numero decisamente raro!
È esattamente questo quello che ho cercato di trasmettere selezionando i lavori per questa mostra… Il modo in cui creavamo i contenuti, noi usavamo delle cose, non so se mi sto spiegando. Non voglio criticare gli schermi di oggi, capisco che i tempi stiano cambiando eccetera eccetera, non sono stupido. Ma non è l'unico modo di lavorare in modo creativo.

Tutto quello che facevi era fisico. Tutto. Ripescavi dai cestini la roba che la gente buttava via. E i tuoi quaderni, i Salvage Notebook, erano semplicemente geniali.
Li ho conservati tutti.

Credo sia questa la differenza più evidente. All'inizio della mia carriera si ritagliava, incollava, si usavano gli stencil per fare le grafiche... con il computer, tutto è diventato parte di uno schermo e non c'è più artigianalità nel lavoro creativo.
Da poco, hai fatto un talk con Dylan [Jones, giornalista e autore inglese]. Anche io ne ho fatto uno, la stagione scorsa. Ormai l'idea è che noi siamo quelli che usavano le mani e le macchine per creare, al pubblico invece basta un computer. L'audience era assolutamente preparata dal punto di vista informatico, e quando una ragazza mi ha fatto una domanda, ho risposto: "sì, ma hai mai avuto il piacere fisico di fare qualcosa?" E lei non sapeva davvero cosa rispondermi! Non aveva mai creato nulla artigianalmente. Sempre e solo attraverso uno schermo.

E la cosa migliore del fare qualcosa con le proprie mani è che non si può tornare indietro! Non si possono provare mille opzioni diverse. È per questo che regalo alle mie nipoti decine di penne e colori. Perché tutto il disegnare, decorare, scarabocchiare... fa tutto parte del gioco creativo.
È come quando da bambini facevamo le lettere al contrario, e non era una cosa negativa. Era solo il nostro modo di scrivere.

The Surreal Issue, numero 57, Aprile 1988. Copertina disegnata da Judy Blame.

Assolutamente. E mischiare lettere maiuscole e minuscole. Non puoi insegnarlo, devi semplicemente provare e riprovare... La cosa interessante di questa mostra è proprio come fai capire al pubblico questo meccanismo.
Io voglio che gli spettatori tornino bambini all'interno del percorso espositivo, anche le persone della mia età o più grandi. Perché è divertente... Me ne accorgo di continuo, ad esempio quando sono stato da Dover Street Market e Rei [Kawakubo] e Adrian [Joffe] hanno voluto anche dei miei pezzi. È lì che ho capito davvero che le persone che comprano in questo tipo di negozi hanno età molto varie, ci sono adolescenti come persone di una certa età.

Esporrai anche le tue sciarpe?
Sì, c'è tutto il mio lavoro. Molta carta, colla e forbici, specialmente nella parte finale. Perché alle persone non piace più fare collage come una volta, e vorrei che questa parte fosse una sorta di corso intensivo verso l'artigianalità creativa. Qui ci sono i libri a cui mi sono ispirato... Queste sono spille che ho fatto con la lista della spesa... E invece questa è una spilla, qui c'è anche una giacca che è finita sulla passerella di Louis Vuitton perché Kim Jones l'ha rifatta in cashmere, lo sapevi? È quello che dicevano sempre negli atelier di Vuitton: "dov'è Judy?!" Perché io passavo un sacco di tempo con le sarte, a guardarle cucire e ricamare. "Dov'è di nuovo finito Judy? Pensavo dovesse essere qui! Oh, ma certo... è nell'atelier con le sarte!" Andava sempre così!

Lavori ancora in un team?
Al momento, non molto. Non facciamo abbastanza pezzi per avere un vero team. Siamo stati abbastanza occupati... Mi hanno reso un po' una leggenda e questo mi prende davvero un sacco di tempo, tra sfilate, mostre ed eventi.

Ma è giusto così. Oggi sei una fonte d'ispirazione per tutti.
Creo ancora, e non credo che smetterò mai. Sono le mie radici, capisci? Fare anche il più piccolo accessorio, o collage, o capo d'abbigliamento genera un'effetto valanga, vengono fuori un sacco di altre cose... Tutti quegli editoriali. È iniziato tutto su un sacchetto di carta, non scherzo, e poi abbiamo incontrato Christopher Nemeth e John Galliano e abbiamo spiccato il volo.

Fotografia Pierre Rutschi, Moda Judy Blame. [The Activism Issue, numero 103, aprile 1992]