Fotografia di Rosario Rex di Salvo. Abito Gucci, guanti dall'archivio della stylist

"Mi chiamavano aliena, ma ora è il mio punto di forza"

Dopo una campagna Gucci, Milena è diventata uno dei volti più promettenti della moda in Italia. Ma a renderla unica è una malattia incurabile.

di Amanda Margiaria; foto di Rosario Rex Di Salvo
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21 novembre 2019, 1:43pm

Fotografia di Rosario Rex di Salvo. Abito Gucci, guanti dall'archivio della stylist

Milena ha 21 anni, fa la modella e soffre di ipermetropia acuta. Così acuta che “nessun medico è mai riuscito a capire con certezza di quanti decimi parlassimo,” mi spiega. Oltre a questo, è nata con un taglio degli occhi raro, rarissimo, che non le ha mai permesso di condurre una vita normale, causandole tutta una serie problemi collaterali sempre legati alla vista: glaucoma, costante arrossamento dell’occhio, forte lacrimazione, giusto per citarne alcuni tra i più debilitanti.

Quello che per tutta la sua vita è stato un problema quotidiano, però, da un anno a questa parte è anche il suo asso nella manica, per quanto paradossale possa sembrare. “Mi chiamavano aliena,” ricorda non senza una punta di amarezza. “Ma adesso i miei occhi sono il mio punto di forza.” I lineamenti ultraterreni di Milena, infatti, l’hanno resa una delle modelle italiane dal futuro più promettente in assoluto.

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Abito Gucci, guanti dall'archivio della stylist e scarpe Buffalo

È stata la protagonista della campagna Gucci Gifting 2018, e di lì la sua carriera nel mondo della moda ha preso il volo. Il suo è uno di quei volti impossibili da dimenticare, di quelli che li vedi una volta, anche solo di sfuggita, e ti rimangono impressi. Come un film a cui non riesci a smettere di pensare dopo essere uscito dal cinema, e in effetti la storia di Milena sarebbe perfetta per scriverci su una sceneggiatura.

Incuriositi dalla sua bellezza algida, a cui fa da contraltare un carattere solare e aperto, abbiamo deciso di passare con Milena un’intera giornata, dall’accecante luce del mattino fino al buio del crepuscolo, con i fari delle auto che sfrecciavano sotto di noi con la loro aura rosso vermiglio. E poi l’ho incontrata di nuovo qualche giorno dopo per farmi raccontare come si è presa la sua rivincita personale, quali sono le sue paure per il futuro e come convive con una patologia incurabile.

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Abito Gucci, guanti dall'archivio della stylist e scarpe Buffalo

Ma come ti hanno scoperta? Voglio dire, prima della campagna per Gucci non sono riuscita a trovare nessun altro tuo shooting o lavoro come modella.
Il mio primo vero lavoro come modella è stato quello. Walter Pierce [co-fondatore insieme a Rachel Chandler dell’agenzia di casting Midland, che abbiamo intervistato qui, NdA] mi seguiva su Instagram e quando nel giugno 2018 la troupe di Gucci venne a Torino (la città in cui sono nata e cresciuta) per girare la campagna, mi chiese di partecipare al casting, ma senza darmi informazioni né sul brand o sul progetto.

Era vicino a casa mia, così sono andata, poi il giorno dopo sono partita per la Polonia e me ne sono dimenticata. Ma appena scesa dall’aereo mi squilla il telefono. Era Walter che chiamava per dirmi che mi avevano presa come protagonista per una campagna Gucci. Riattacco, e in 5 minuti compro un volo di ritorno per il giorno dopo. Passano neanche 24 ore e sono di nuovo a Torino per il fitting.

È come se non avessi mai fatto una gavetta, ma subito un salto immenso verso la notorietà internazionale. Ci sono modelle che ci mettono anni per arrivare dove sei arrivata tu in un lampo. Certo è una figata, ma immagino che dall’altro lato trovarsi immersa in una produzione così grande sia stato destabilizzante...
Non sapevo come funzionassero le cose. Ho studiato fotografia e grafica, conoscevo la teoria dei diversi ruoli nel team, ma non avevo idea di come fosse stare su un set. E poi mi sono trovata su un palco a dover recitare il ruolo di una cantante. Sentivo gli occhi di tutti su di me, ma io non li vedevo, perché ero completamente accecata dai riflettori che mi puntavano addosso.

Sai, sarebbe una bugia dirti che mi sento a disagio davanti alla macchina fotografica. Mi piace essere fotografata, oggi più che in passato. Ho sempre saputo di avere un volto particolare, solo che prima non lo vedevo come un qualcosa di positivo. Comunque, ero felice di essere lì, forse aiutata dal fatto che davanti a me vedevo solo fasci di luce venirmi addosso e non persone che scrutavano ogni mio movimento.

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Abito Stephen Sprouse Spring Summer 1998 Andy Warhol Collection, stampa Andy Warhol "Sleep" 1963, protagonista John Giorno

Quando hai capito che “fare la modella” poteva davvero diventare il tuo lavoro? Che ti saresti potuta concentrare solo su questo?
Durante la campagna, quando hanno deciso sul momento di darmi un ruolo molto più di primo piano di quanto previsto in precedenza, inserendomi negli storyboard tra le prime scene del video e nel il catalogo stampato. In quel momento ho capito che la mia faccia, che ho sempre considerato strana per via degli occhi troppo piccoli, forse poteva interessare a qualcuno.

Prima mi truccavo per risultare più “normale”, ma da quel momento ho iniziato sentire il bisogno di esaltare le mie unicità, invece che nasconderle. Intanto mi sono trovata un’agenzia madre internazionale, e nei sei mesi successivi ho fatto quella gavetta a cui accennavamo prima. Mi sono trasferita a Londra, sono stata tre mesi in Corea, ho trovato un’agenzia in Italia, sono stata in Thailandia e da settembre ho iniziato a lavorare con regolarità a Milano.

In un’intervista a Mona Tougaard, la modella e attivista Adesuwa, ha detto una cosa che mi ha fatto molto pensare, e cioè: “È un’industria elitaria, che non hai idea di come funzioni finché non ci entri dentro anche tu. E a me non piace che mi dicano cosa devo fare, non mi piace prendere ordini.” Ecco, mentre facevo ricerca per il nostro incontro ho letto questa cosa e ho pensato a te. Sei d’accordo?
Al 100 percento. Quando dico che faccio la modella, la gente immancabilmente mi chiede: “Quindi che fai tutto il giorno?” e io rispondo sempre la stessa cosa: “Aspetto.” Perché in effetti è questo che faccio. Certo, magari faccio anche dieci casting al giorno, camminando per tutta la città e tornando a casa la sera a pezzi, oppure sto sul set per 12 ore di fila e poi non riesco più a tenere gli occhi aperti perché con tutto quel make-up ho la lacrimazione a mille, ma le persone che non lavorano nell’industria della moda neanche se lo immaginano.

Le modelle sono ovunque, in tv, sui giornali, Instagram e i cartelloni pubblicitari in giro per la città, eppure finché non entri in questo mondo non hai la più pallida idea di quali siano le regole non scritte da rispettare. Ad esempio, ai casting bisognerebbe sempre vestirsi in un certo modo, ma io me ne sono sempre fregata. Non credo che le modelle debbano essere viste come dei manichini ambulanti; se sappiamo esprimere la nostra personalità, forse diventa anche più facile per chi fa casting capire se siamo in linea o meno con il progetto da scattare o la sfilata da fare.

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Abito Stephen Sprouse Spring Summer 1998 Andy Warhol Collection, stampa Andy Warhol "Sleep" 1963, protagonista John Giorno e scarpe dall'archivio della stylist

E qual è il rapporto tra il tuo lavoro e la tua malattia, se posso chiamarla così?
Certo che puoi, perché è questo che è: una malattia. Con il mio lavoro ha una relazione di amore e odio, perché da un lato mi aiuta, ma dall’altro mi crea mille problemi che altrimenti non avrei. Mi aiuta perché per quanto sia il mio peggior problema, è diventato il motivo per cui lavoro di più. Tutti pensano che nella moda si venga sempre criticati per i propri difetti, ma io dei miei difetti ne ha fatto un pregio.

Odio, invece, perché devo sempre stare sempre attenta a qualsiasi cosa. Il momento del make-up per me è sempre motivo d’ansia, le ciglia finte mi irritano l’occhio, così come alcuni mascara e matite. Quando mi truccano non chiudo mai tutti e due gli occhi, perché devo avere la sensazione di controllare il lavoro della MUA. E se devo andare via da Milano per lavoro, ogni partenza deve essere studiata e pianificata nei minimi dettagli in modo che io sia pronta a qualsiasi emergenza.

Al di là dell’aspetto lavorativo, invece, come convivi e come hai convissuto nella tua infanzia con l’ipermetropia, il glaucoma e il tuo occhio così piccolo?
Da piccola avevo occhiali spessissimi [per farmi capire quanto spessi fossero, Milena a questo punto tira fuori il suo iPhone e mi fa vedere una sua foto da bambina. Ve lo posso confermare, erano davvero spessi. Non i soliti fondi di bottiglia, NdA]. Ovviamente mi prendevano in giro per quello, ma anche quando ho iniziato a mettere le lenti a contatto le cose non sono migliorate, perché hanno iniziato a bullizzarmi per la forma dei miei occhi. Mi chiamavano aliena, eppure ora è quello il mio punto di forza.

A questo si aggiungevano i problemi medici: c’è stata una volta in cui mi hanno operato sette volte in un solo giorno, perché i macchinari non leggono il mio occhio, è troppo piccolo rispetto alla media. E poi tutti i lunghi periodi in cui ho dovuto saltare la scuola perché stavo troppo male, l’ansia per il futuro e l’incertezza sulla mia diagnosi. Figurati che nessuno sa esattamente di quanto sia la mia diottria, sia con gli occhiali con le lenti oscilla. Un giorno vedo 6/10, l’altro 3/10, e non si sa bene perché. Ho dovuto cambiare tantissimi medici e terapie, tornavo al pronto soccorso compulsivamente, e poi ho incontrato un medico che mi ha fermata chiedendomi se poteva farmi una foto. Mi ha spiegato che stava studiando come la forma degli occhi sia legata a problemi cardiovascolari ed è diventato il mio medico e lo è tutt’ora. È stato lui a diagnosticarmi il glaucoma.

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Abito Stephen Sprouse Spring Summer 1998 Andy Warhol Collection, stampa Andy Warhol "Sleep" 1963, protagonista John Giorno e scarpe dall'archivio della stylist

Mi stupisce la serenità con cui ne parli, il modo in cui ti apri senza alcuna paura del giudizio altrui. In fondo, sai che questa intervista verrà pubblicata e letta da molte persone, eppure mi stai raccontando cose molto intime. È come se avessi accettato completamente la tua condizione.
Quando ho smesso di mettere gli occhiali, ho smesso anche di dire che ci vedevo male. Frequentavo la quarta o quinta elementare e dormivo con le lenti, facevo finta che il mio problema fosse scomparso. La prima volta in cui mi sono vista senza occhiali ero quasi schifata da ciò che si rifletteva nello specchio. Mi chiedevo: ma io sono davvero questa?

Non riuscivo a scendere a patti con il mio aspetto fisico, e i miei compagni di classe intanto non ci andavano certo giù leggeri con me. Ci è voluto tanto, tanto tempo, ma alla fine mi sono arresa e ho accettato tutto. Ho dovuto farlo per forza, anche se ancora mi dà fastidio portare gli occhiali, lo odio.

Quanti anni hai? Nelle tue parole c’è una maturità che mi aspetterei da donne molto più grandi di te.
21. Credo che la maturità derivi dal fatto che quando hai un problema devi riuscire a gestirtelo da sola. Per quanto le persone ti possano stare dietro portandoti all’ospedale, comprandoti le medicine e aiutandoti, alla fine chi ci convive e ci convivrà per sempre sono io.

A volte mi chiedo quanto mi durerà ancora la vista. Ci penso spesso, cerco di non farmi prendere dal panico, ma non è facile, perché c’è una seria possibilità che io da un momento all’altra diventi cieca. Quindi oltre alla necessità di organizzarmi, anche quella di confrontarmi con temi seri come la morte o la disabilità mi ha aiutato a crescere molto. Probabilmente, non sarei così se non avessi avuto gli occhi che ho.

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Abito Gucci, leather bra Barbara Bologna, guanti Gucci e stivali dall'archivio della stylist

Ma non avresti neanche avuto il lavoro che hai, come dicevamo prima. Oggi la moda cerca sempre più l’unicità delle persone, ma secondo te perché succede?
Dietro a tutto c’è una strategia, perché si parla di profitti e vendite, alla fine. Ma i veri artisti cercano da sempre l’unicità, lo “strano”. Semplicemente, negli ultimi anni i brand hanno deciso di affidarsi a fotografi e creativi più coraggiosi.

Le persone sono abituate a un certo tipo di bellezza che rispetti canoni precisi, uno su tutti quello delle proporzioni, ma è davvero arrivato il momento in cui le ragazze particolari si possono fare strada.

Forse il fatto è che la moda è l’industria “aspirational” per eccellenza, ma se prima aspiravamo ad essere tutte delle simil Jennifer Aniston bionde magre bianche e simmetriche, ora invece aspiriamo ad essere sempre più noi stesse.
Sono d’accordo. Nella moda tutto è vendere, ma sono sicura che i designer e i fotografi siano lì per cercare la bellezza più diversa. Se no io non sarei qui a lavorare in questo mondo.

Forse si sta cercando di sbalordire il pubblico, invece che assecondarlo. Ed ecco che noi persone strane entriamo a far parte del gioco e possiamo finalmente conquistarci la nostra parte dell’industria.

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Abito Gucci, leather bra Barbara Bologna, guanti Gucci e stivali dall'archivio della stylist
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Crediti

Testo di Amanda Margiaria
Fotografia di Rosario Rex Di Salvo
Creative Direction Gloria Maria Cappelletti
Styling Giorgia Imbrenda
Grooming Silvia Sidoli
Assistente alla fotografia Guglielmo Del Signore
Assistente allo styling Francesca Tesoro
Post Production Occlusion Digital Studio

Talent Milena Podda per The Lab Models

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