Fotografia di Guy Bolongaro

oggetti e momenti quotidiani che ti lasceranno comunque a bocca aperta

"Sono attratto da momenti surreali, quelli vividi o assurdi, bizzarri, strambi, fuori posto."—Guy Bolongaro, assistente sociale diventato maestro dell'iperrealismo fotografico.

di Laura Ghigliazza
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05 novembre 2019, 10:31am

Fotografia di Guy Bolongaro

È sempre affascinante per me sapere che ogni persona a modo suo si concentra su particolari differenti. Nel semplice atto di camminare per strada, c’è chi curioserà per terra e chi non staccherà gli occhi dalla sua meta, chi guarderà solo i cappotti dei passanti, chi avrà occhi solo per i cani più buffi e chi per gli ultimi ristoranti rimasti lungo la via.

La prima volta che mi sono immersa in una foto di Guy Bolongaro stavo aspettando di salire sulla 90 di Milano, storica linea circolare di autobus che circonda il centro di Milano. La sensazione che mi ha lasciato era la stessa che stavo vivendo. Una marea di cose improbabili in continuo movimento e troppo vicine per poterle inquadrare realmente. I colori forti e decisi di una giornata fredda con la luce bianca e il presentimento che non sai bene se riuscirai a scendere alla tua fermata.

Così l’ho intervistato, per capirci qualcosa in più su chi è e che cosa guarda quando cammina per strada.

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L’unica informazione certa che ho trovato su di te online è che abiti a Londra. Non mi resta che partire da qui per iniziare la nostra chiacchierata. Ci sei nato o ti ci sei trasferito?
Sono nato e ho vissuto nel Nord dell'Inghilterra fino al 2000, quando mi sono trasferito qui nella capitale. Ho una relazione ambivalente con Londra, perché mi sembra un posto sempre più spietato, infettato da una tossicità generale; un'assurda affluenza affiancata a privazioni estreme, una crisi abitativa e un'insidiosa colonizzazione dello spazio pubblico da parte di forze private.

Dal governo Blair in poi, questa città è stata continuamente sanificata, tanto da poter oggi sembrare un posto come tanti, molto corporate e persino distopico nella sua desolazione. Ma, ovviamente, la città ha ancora un'enorme energia e vitalità, è incredibilmente ricca dal punto di vista culturale, molto bella nella giusta luce e gli spazi per divertimento e creatività sono infiniti. Inoltre, ci sono alcuni ottimi pub.

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Lavori come assistente sociale, quando e in che modo ti sei avvicinato alla fotografia? E in che cosa il tuo lavoro ti ha aiutato o svantaggiato?
Mi sono avvicinato alla fotografia come reazione a un pessimo periodo. Il mio lavoro e lo mio stile di vita di quel momento mi avevano sfinito, sono andato in burn-out. Prima di allora realizzavo dei film come passatempo, ma mi avevano rubato troppo tempo, quindi avevo bisogno di qualcos'altro, un esercizio creativo più immediato che fungesse da terapia; una pratica quotidiana che non era troppo cerebrale o basata sulla testa, qualcosa in cui potevo semplicemente rispondere e costruire nuovi schemi e abitudini mentali. La fotografia era l'ideale e cominciò ad essere terapeutico girovagare, semplicemente catturando le cose che mi piacevano e colpivano il mio sguardo.

Se vogliamo analizzare i lati negativi del mio lavoro, è sicuramente stressante, oltre che emotivamente estenuante. Lavorare nei servizi sociali significa tessere continuamente nuove relazioni il più funzionali possibile, quindi dall'altro lato mi ha anche aiutato nello sviluppare una maggiore fiducia ed empatia con gli estranei, forse anche una tendenza a mettere in evidenza la dignità umana del prossimo, o almeno spero.

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La fotografia può essere un metodo per lavorare su noi stessi. Per te lo è?
Assolutamente sì. WH Auden ha scritto che l'arte non è un mezzo attraverso il quale un’artista comunica o suscita i propri sentimenti negli altri, ma uno specchio in cui l'artista diventa consapevole dei propri sentimenti, in modo che l'effetto corretto della creatività sia disincantante, rimuovendo e sbucciando illusioni di distanza. Questo fa eco a ciò che Freud intendeva essere il ruolo dello psicoanalista: non suscitare o comunicare deliberatamente sentimenti nei loro pazienti, ma agire da specchio, così che il paziente diventi consapevole di ciò che realmente sono i suoi sentimenti.

Penso che questa sia la base per un modello di terapia artistica di cui avevo bisogno per aiutarmi a rimettermi in sesto dopo essere caduto a pezzi. Un processo creativo quotidiano che mi sostenga nel capire come mi sento o nella riflessione a posteriori su quegli aspetti della psiche che sembrano nascosti. Qualcosa che mi incoraggi nell'espandere il mio campo di consapevolezza, a prendere nota del mio ambiente, essere più sensibile alle possibilità della situazione attuale e in generale a muovermi verso un impegno più sano. Se si pensa al coinvolgimento vero: il dedicarsi, l'interesse, l'investimento, la partecipazione etc. Questo è esattamente l'opposto del burn-out, della depressione e del malessere. L'opposto dell'indifferenza, del distacco, dell'abbandono e dell'ambivalenza. Dunque, ogni pratica creativa che ti incoraggia ad essere sempre impegnato e coinvolto nel modo più vero sarà sicuramente di aiuto.

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Sei appassionato anche di video e hai partecipato a diversi festival cinematografici, ma l’ultimo video caricato sul tuo Vimeo risale a tre anni fa. Cos'è cambiato in questo ultimo periodo?
In realtà non faccio video da dieci anni circa. Ci vuole molto tempo per realizzarli e non mi sento molto bravo nell'editare il mio lavoro. Non sono risoluto, quindi, un po' come se fossi un pittore che non riesce a capire quando è arrivata la pennellata finale, continuo ad armeggiare, modificare e ritoccare, finendo per rovinare tutto in un modo o nell'altro. Inoltre, all'epoca non sapevo davvero come si usasse una fotocamera, quindi le riprese dei miei video erano nel migliore dei casi accettabili. Avrei dovuto lavorare con un editor, lasciando a lui o lei il controllo. Solo così avrei potuto creare qualcosa di interessante, ma non è successo. Non riuscivo proprio a realizzare le mie idee.

Con la fotografia, invece, è completamente diverso, perché il lavoro si esaurisce in un clic. C'è meno spazio per pensare e rimuginare sulle idee, ti costringe ad essere più immediato e risoluto nel processo creativo. Devo ammettere che, comunque, giro ancora brevi sequenze o clip di video qua e là, e forse inizierò a pubblicarle su Instagram, ma sono nervoso: temo diventerà un'altra ossessione da social media in cui rimarrò intrappolato.

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Nonostante la vicinanza, in pochissimi scatti si vede realmente il volto del tuo soggetto. Come mai tendi a nasconderlo?
È una domanda davvero difficile da rispondere in modo succinto. In realtà non sono esattamente sicuro del motivo per cui tendo a farlo. Forse perché quando ho iniziato a fare foto ero abbastanza sfinito, un pò cinico e sicuramente depresso, e forse ero in qualche modo esausto dell'empatia, quindi forse in questo approccio esiste una forma di resistenza al connettersi e una forma di proiezione di identificazione.

L'essere senza volto e l'anonimato della città e il fatto che le persone sono private della loro identità da un lavoro che sfrutta, da una sorveglianza di stampo capitalista; l'oppressione e l'indifferenza della città. Mi piace pensare di esserne toccato. Ma una volta che ho iniziato a notare questa tendenza, è diventato un pò un gioco e mi metto alla prova a trovarne esempi in qualsiasi contesto io mi trovi, ho abituato l'occhio a questo tipo di visione suppongo.

Uno psicoanalista ti direbbe che non ci sono coincidenze quando si tratta della psiche, in quanto le tue scelte estetiche sono solo una conseguenza delle tue basi psichiche o della mancanza di esse. Penso che potrei avere qualche blocco attorno a volti e ritrattistica. C'è un interessante documento di Howard Levine, intitolato La tela incolore. In questo lavoro, Levine espande le idee di Freud sulla rappresentazione dell'oggetto, in termini di come vediamo le cose che non sono visibili, le parti nascoste della nostra psiche e come sosteniamo la trasformazione da stati mentali non rappresentati o debolmente rappresentati a stati rappresentati e funzionanti o ordinati.

Non approfondirò più di così il concetto di Levine in questa sede, perché mi dilungherei troppo, ma l'ho trovato molto convincente, quindi penso che la risposta sia lì da qualche parte. Consiglio la lettura di questa opera a chiunque sia interessato o pensi di avere i miei stessi sintomi!

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Fotografi moltissimo per strada. Cosa osservi e cosa ricerchi quando cammini?
Tendo a non realizzare uno schema o qualcosa di pre-concepito, semplicemente rispondo abbastanza istintivamente all'imprevisto. Ma ovviamente ci sono schemi e temi che emergono. Sono attratto da momenti surreali, quelli vividi o iper-reali, assurdi, bizzarri, strambi o fuori posto. Adoro il colore, qualcosa di vibrante; luce e contrasto drammatici, forme sorprendenti e così via. Sono piuttosto bloccato nella "creazione di immagini", sai, l'immagine deve "avere un bell'aspetto", avere un certo stile. Mi piacerebbe uscirne un po‘ da questa cosa.

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Per certi versi mi ricordi molto un altro fotografo, Michael Northrup. Lo intervistai tempo fa, e mi spiegò che nella sua quotidianità tra pranzi di famiglia e gite della domenica, riusciva a tirare fuori situazioni e colori incredibili con il solo aiuto del flash e di inquadrature insolite. Quando e come si fa a rendersi conto che la semplicità che si ha attorno basta per realizzare dei grandi progetti?
È un complimento enorme, lui è straordinario. Ho scoperto il suo lavoro abbastanza di recente e mi ha molto colpito. Penso di averlo visto per la prima volta nel libro di J&L edito da Jason Fulford, il quale disse che sulla strada del ritorno dall'osservazione dell'archivio di Northrup dovette accostarsi al lato della strada e piangere a lungo. Capisco davvero quella reazione emotiva. Il suo archivio degli anni '70 e '80 è glorioso. Gioioso, divertente, poetico, bello, romantico e molto commovente. Immagini magiche.

Northrup ha quel vero coinvolgimento che ho menzionato sopra, è così coinvolto e presente nelle immagini; costretto a documentare il suo contesto quotidiano con l'amore e la pura gioia, questo penso; catalizzando la bellezza surreale nascosta tutt'intorno e aggiungendo un po’ di qua e là per interrompere e dare energia alle immagini. Potrei chiacchierare di lui tutto il giorno. Un vero maestro. Per me è lassù con Lee Friedlander e Boris Mikhailov. Non fotografo in un contesto coerente come forse Northrup fa, ma afferro momenti qua e là perché sono molto sfocato e disperso nella mia attenzione. Ma sì, non cerco necessariamente nuovi ambienti o contesti per fotografare, ma cerco di trovare, catturare o istigare qualcosa di vibrante dove già sono.

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Si dice che si capisca molto di una persona da come organizza le cartelle. Il mio computer è un casino di _def _defffok _cisiamo sparsi in giro per il desktop. Il tuo profilo Instagram dice: 2280 post. Mi dai l’idea di scattare tantissime immagini. Dove le tieni ma soprattutto come le organizzi?
Questa è una costante fonte di ansia per me. I miei dischi rigidi sono molto caotici con poca o anzi nessuna logica nel modo in cui organizzo le cartelle. Eseguo il backup il più spesso possibile in quanto ho avuto un'apocalisse sul disco rigido alcuni anni fa da cui devo ancora recuperare decine di migliaia di immagini. Principalmente foto di famiglia purtroppo. Un giorno, quando avrò una settimana senza niente da fare, organizzerò tutto e poi dormirò come un bambino compiaciuto!

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Crediti

Intervista di Laura Ghigliazza
Fotografia di Guy Bolongaro

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