Fotografia di Stephanie Pfriender Stylander

foto delle celebrità anni '90 che siamo sicuri non avete mai visto

Scattate tra Milano, Parigi e New York, queste immagini sono un tuffo nel passato. Quando Kate Moss, Heath Ledger e tutti gli altri ancora non era famosi, ma qualcuno già li aveva notati.

di Sarah Moroz
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02 ottobre 2018, 6:00am

Fotografia di Stephanie Pfriender Stylander

L'archivio fotografico di Stephanie Pfriender Stylander è un immersione totale nello spirito degli anni '90. Le fotografie che contiene sono state scattate tra New York, Milano e Parigi, e hanno come protagonisti celebrità istituzionalizzate come Keith Richards, e altre alle soglie della fama internazionale, come Heath Ledger. In parte sono ritratti, in parte si tratta di editoriali; in uno si vede Kate Moss guardare dritto nell'obiettivo con l'aria annoiata in compagnia di un Marcus Schenkenberg con capelli lunghi e occhiali da sole. Ed è proprio la modella icona degli anni '90 ad apparire sulla copertina di The Untamed Eye, la prima monografia della Stylander, che contiene oltre 130 immagini d'archivio ed è appena arrivata in libreria (o su Amazon, come preferite). Quando abbiamo parlato con lei era a Bali, ma questo non ci ha impedito di rituffarci insieme a lei nelle atmosfere da Nouvelle Vague dell'ultimo decennio prima del nuovo millennio. Quello che ha preso le regole della moda, le ha stravolte e ne ha poi scritte di completamente nuove.

Perché hai scelto di chiamare il tuo libro The Untamed Eye? Cosa significa per te?
C'è un qualcosa di selvaggio nell'essere una fotografa. Questo lavoro mi ha permesso di fare tutto quello che desideravo fare. Non ho mai pensato dalla prospettiva del fotografo di moda, preferendo invece un approccio cinematografico. Ci sono state volte in cui ho fatto finta di non dover mostrare linee e dettagli degli abiti che stavo fotografando. Le mie immagini più significative sono state tutte scattate in un momento di flusso di coscienza in cui io e il soggetto abbiamo danzato insieme, anche se solo per qualche istante. Questo è ciò che intendo con untamed (indomito), e questo è il motivo per cui ho scelto questo titolo.

Perché hai scelto proprio Kate Moss per la copertina? Quale pensi sia la ragione per cui anche dopo vent'anni il suo status di icona rimane inattaccato?
Nelle mie fotografie, Kate è una giovane donna. Quando vivevo a Parigi guardavo un sacco di film di Jean-Luc Godard. Una delle sue attrici preferite era Anna Karina, e io mi sono istintivamente ritrovata a cercare qualcuno di simile a lei da fotografare. Volevo quel tipo di ragazza davanti all'obiettivo. Bella, schiva, diversa. E Kate, specialmente nei suoi primi anni di carriera, trasmetteva un mix magico di potere, vulnerabilità, curiosità, bellezza e alterità. Quando ho scattato queste immagini anche io ero agli esordi: tutte e due eravamo giovani, sconosciute e determinate. In definitiva, ho scelto quello scatto per la copertina perché, ricordandomi il momento in cui io e Kate ci siamo incontrate, è diventato estremamente simbolico per me.

Hai detto di esserti ispirata alla New Wave francese, al Neorealismo italiano e ai film di John Cassavetes. A livello fotografico, chi sono gli artisti a cui guardi con ammirazione?
Amo Robert Frank per il suo essere crudo, brutale e comunque sensibile nello scattare. Amo Richard Avedon per il potere dei suoi ritratti. Amo Deborah Turbeville per il suo stile poetico.

Quando devi scattare sei istintiva, oppure ogni set è preceduto da una lunga fase di preparazione e ricerca?
Una volta che si giunge a un punto d'incontro sul tipo di storia che si vuole raccontare, lavoro a stretto contatto con l'editor, presentando in particolar modo reference cinematografiche. Appena inizia lo shooting, però, inevitabilmente si crea uno spazio per l'improvvisazione, ed è lì che nascono i veri tesori fotografici. Amo questa parte del processo, quando c'è margine per divertirsi e lasciare che le cose accadano, semplicemente. Quando scattavo in pellicola, l'unico modo per cercare di capire come sarebbero venuti quegli scatti erano le Polaroid che facevamo sul set, poi dovevamo aspettare di sviluppare i rullini. C'era tempo per editare, e soprattutto per lasciar emergere la vera natura della fotografia: il mistero.

Come hai selezionato le 130 immagini presenti nel tuo libro?
Alcune immagini brillano semplicemente di luce propria: vivono con me da anni, le conosco a memoria, ricordo il momento esatto in cui le ho scattate e così via. Queste sono le fotografie che troverete nel mio libro. Ovviamente alcune hanno invece acquistato rilevanza solo con il passare del tempo. Le avevo sottovalutate, e solo riprendendole in mano oggi mi sono accorta del loro valore.

Nel corso degli anni, come sei cambiata come fotografa?
The Untamed Eye si concentra sui miei primi anni di lavoro, quelli in cui ero ancora alla ricerca del mio stile, ma allo stesso tempo avevo una determinazione e un controllo sul risultato finale che oggi sarebbero impensabili. Un tempo, editor e clienti si fidavano di te e del tuo lavoro, lasciandoti libero di dar vita alla tua visione personale delle cose. Ti permettevano di fare anche due o tre giorni di location scouting, e poi ti davano tutto il tempo necessario per scattare un editoriale degno di questo nome. Il patto era questo: se volete il mio lavoro, lasciatemi il tempo di cui ho bisogno per crearlo. Oggi invece la parola d'ordine sembra essere velocità.

Credi che la creatività si evolva in modo diverso in contesti diversi? Mi spiego meglio: hai vissuto in diverse città, e questo ti ha portato a pensare in modi diversi?
Assolutamente sì! La creatività cambia radicalmente a seconda del contesto in cui prende vita. Quando mi sono trasferita a Milano e poi a Parigi, tutto era nuovo, tutto era diverso: lingua, abitudini, culture, etica. Sono arrivata da sola, ed ero ingenua, curiosa, disperata e terrorizzata. Ho imparato tantissimo grazie a questo sforzo di uscire dalla mia zona di comfort. Negli anni '90, se volevi fare il fotografo di moda andavi a Milano o a Parigi, entravi in una redazione e mostravi i tuoi scatti. Gli editor erano estremamente creativi, e l'idea che qualcuno fosse arrivato apposta da NYC per mostrare loro il proprio lavoro li emozionava.

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Questo articolo è originariamente apparso su i-D US.