'bangla' è il film italiano che ti farà ricredere su un sacco di stereotipi

" Io non mi sento più italiano o più bangla, mi sento entrambi." Abbiamo incontrato il regista 22enne Phaim per parlare il suo primo film, in cui racconta la storia di un ragazzo musulmano alle prese con la sessualità.

di Benedetta Pini
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19 novembre 2018, 12:16pm

Se il cinema è sintomo del tempo in cui vive, non c'è pellicola che meglio descriva l'Italia del 2018 di Bangla, film d'esordio del 22enne Phaim Bhuiyan prodotto da Tim VIsion e Fandango. Figlio di immigrati bangladesi, Phaim è regista, co-sceneggiatore e attore protagonista insieme, pronto a dar battaglia agli stereotipi legati alla vita delle seconde generazioni nel nostro paese.

Nato e cresciuto nel quartiere multietnico di Torpignattara a Roma, Phaim si è ispirato a un filone piuttosto diffuso (e di grande successo) negli Stati Uniti e nei paesi anglofoni, quello delle commedie romantiche con al centro il tema della convivenza tra culture diverse. A inizio anni '00 era Sognando Beckham la pellicola di riferimento, oggi c'è invece Master of None a raccontare sul piccolo schermo com'è uscire con una ragazza quando la tua famiglia ha usi e costumi completamente diversi dai suoi.

In Italia, però, di prodotti cinematografici simili ancora non ne avevamo visti. Ecco perché Bangla ci ha incuriosito così tanto: ha saputo traslare sul piano nazionale una narrativa attuale e interessante, rendendola ancor più vicina a noi perché caratterizzata da tutte quelle piccole, uniche dinamiche italiane. Per capire meglio com'è nato questo film e com'è possibile a soli 22 anni portare nelle sale il proprio film d'esordio, abbiamo incontrato Phaim per una chiacchierata sulla sua storia personale e su Bangla, che per certi versi sono poi la stessa cosa, data la forte componente autobiografica.

L'incontro è avvenuto durante una mini-anteprima del film in cui sono state proiettate due clip all'evento speciale di Alice nella Città del 15 novembre. Insomma, ancora non è uscito e già Bangla sta facendo molto parlare di sé, ricevendo anche consensi da parte della critica; recentemente ha infatti ricevuto il Premio Lazio Frames Cinema della Regione Lazio come miglior film presentato nella selezione di What’s Next Italy del MIA, dedicata ai protagonisti della prossima stagione cinematografica italiana.

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Ciao Phaim, sei giovanissimo e hai appena terminato il tuo primo lungometraggio. Quindi innanzitutto complimenti! Com'è che ti sei scoperto regista? Ti ricordi un momento preciso della tua vita in cui hai pensato "c***o, ma io voglio davvero fare questo nella mia vita"? Oppure è successo tutto gradualmente, e ti sei avvicinato a questo mondo con più calma?
Da bambino sognavo di diventare un fotografo. Poi, quasi per caso, quando ho iniziato il liceo ho scoperto di avere una passione ancor più spiccata per il videomaking; così a 14 anni ho iniziato a fare lo YouTuber, ma era solo un divertimento come un altro, un modo per passare i pomeriggi. Man mano, però, mi sono reso conto che quel mondo non faceva per me e ho preferito intraprendere una carriera più istituzionale. Insomma, volevo diventare un vero e proprio videomaker, uno che fa regia. Così ho iniziato a girare alcuni video musicali, prima della scena rap romana e poi anche per alcune band punk rock sempre della mia città.

In realtà, il mio vero percorso di formazione professionale in materia di riguarda scrittura, racconto e tecniche di ripresa è iniziato quando mi sono iscritto allo IED. Dopo tre anni, la svolta è grazie al servizio che ho girato per il programma Nemo di Rai2. Ho pensato di raccontare da un punto di vista autobiografico il rapporto con la sessualità di un ragazzo musulmano osservante. Dopo essermi confrontato con alcuni miei amici che vivono la mia stessa situazione, ho iniziato a riflettere sul modo in cui affrontavo questo aspetto della mia vita, soprattutto in un momento di fermento ormonale come l’adolescenza [ride, NdR]. Questo lavoro mi ha portato a indagare quello che, di fatto, è sempre stato per me un tabù: l’Islam vieta il sesso prima del matrimonio, ma io e tanti altri ragazzi di seconda generazione viviamo in una società che ha idee e usanze diverse. Cercare di scendere a compromessi con queste due realtà crea non poche difficoltà, e ho deciso di provare a sbrogliare il bandolo della matassa attraverso il mondo cinematografico.

Per molti emergenti è spesso difficilissimo riuscire ad attirare l’attenzione delle grandi produzioni, eppure tu ce l’hai fatta. Com’è andata?
Il servizio per Nemo lo avevo fatto nel periodo in cui stavo lavorando alla mia tesi di laurea, per la quale ho avuto l’occasione di lavorare con Red Bull: io e gli altri del mio team dovevamo girare una serie su quattro atleti, ed è stata un’esperienza fondamentale, perché dopo questi due contenuti sono stato contattato da alcune produzioni, tra cui la Fandango. Emanuele Scaringi [regista de La profezia dell’Armadillo, NdR] ha creduto in me ed è grazie a lui che Bangla è passato da idea che gironzolava nel mio cervello a film vero e proprio. Gli sono grato di questo, perché mi rendo perfettamente conto si tratti di un’opportunità di crescita che non capita tutti i giorni.

A parte il cinema, chi sei? Che cosa fai?
Sono nato a Roma, ma la mia famiglia è originaria del Bangladesh. Vivo con i miei genitori a Torpignattara, un quartiere multietnico di Roma dove, oltre a una componente italiana, convivono numerose comunità straniere, come quella bangla, cinese e marocchina.

Quindi la componente autobiografica nel tuo film di debutto è molto forte, esatto?
Il film si basa su una storia d’amore tra un ragazzo di seconda generazione musulmano che non ha mai avuto rapporti sessuali e una ragazza che ha già avuto esperienze ed è nettamente più aperta. Facendo un brainstorming iniziale, io e la co-sceneggiatrice Vanessa Piccarelli deciso che il nostro film avrebbe cercato di raccontare le esperienze che io ho vissuto in prima persona. Ci sembrava il modo migliore per fare una riflessione coerente sugli stereotipi che ancora caratterizzano la società italiana del 2018 quando si parla di immigrazione.

Il protagonista ha una vita molto simile alla mia: ha 22 e vive con i suoi genitori a Torpignattara, lavora come steward nei musei e per arrotondare suona ai matrimoni della comunità bengalese. Un giorno la sua band decide di partecipare a un contest, e in quell’occasione il protagonista si prende una cotta per una ragazza. Nel momento in cui prova ad approcciarla, però, emergono tutti i problemi legati alle loro culture di appartenenza, così diverse tra loro. Per il mio alter-ego sullo schermo gestire una relazione mentre vive un conflitto interiore legato alla sua identità non è per niente facile, anzi!

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Nel film ritrai due realtà agli antipodi, Roma Nord “che pare la Svizzera” e Torpignattara. Quello tra una città dai due volti è un contrasto che tu, essendo cresciuto a Roma, hai vissuto sulla tua pelle?

Il film parla di me, è vero, ma credo che anche chi nasce qui può piombare in una crisi di identità. Io non mi sento più italiano o più bangla, mi sento entrambi. Per quanto riguarda i miei amici e conoscenti, non ho mai avuto problemi, ho sempre ricevuto molta comprensione e rispetto nei confronti della mia cultura e della mia religione.

Credo che vivere in una grande città come Roma semplifichi le cose: siamo talmente tanti che ognuno si fa gli affari suoi e non fa molto caso agli altri. Magari in città più piccole è diverso e ci sono più pregiudizi. Certo, ci sono aspetti che a volte creano delle difficoltà, come certe norme alimentari, ma direi che sono superabili. Anzi, avere origini diverse dal paese in cui si vive è un valore aggiunto che puoi sfruttare come vuoi, ad esempio il fatto di essere bilingue è una grande fortuna. Io la vivo così: positivamente.

Come hai vissuto questa tua prima esperienza da regista su un set? Ho letto che nel cast sono presenti anche attori noti nel panorama italiano come Simone Liberati e Pietro Sermonti. Com’è stato lavorare con due professionisti affermati?
Quando mi hanno detto che dovevo girare e dirigere un set avevo le gambe che tremavano. Partire così, subito in quarta, non è facile, ma l’unico modo per affrontarlo era semplicemente farlo. Abbiamo iniziato con il casting per capire se le scene funzionavano con gli attori. Sul set ho cercato di essere il più aperto possibile per ascoltare i pareri dei professionisti con cui ho avuto la fortuna di lavorare, facendo tesoro della loro esperienza.

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Avevi in mente dei modelli precisi mentre scrivevi e giravi il film?
Il film è una commedia romantica e abbiamo preso spunto da prodotti dello stesso genere, come Master of None, ma anche Once o Harry ti presento Sally. Però sono state solo suggestioni, la storia del mio film ha è comunque molto diversa dai riferimenti a cui ci siamo rifatti.

Il film ha una data di uscita? E dopo? Sai già cosa ci sarà nel tuo futuro?
Attualmente siamo in fase di postproduzione, ma Bangla uscirà il prima possibile. Adesso ho iniziato a scrivere un nuovo progetto. Per ora non posso dire altro, ma non sarà una storia autobiografica questa volta.

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Crediti


Intervista di Benedetta Pini
Immagini su gentile concessione dell'Ufficio Stampa