Dai doppelgänger alle tutine glitterate, la moda è sempre più vicina al teatro performativo

Avete la sensazione si stia tornando a un glamour elaborato e massimalista, fatto di teatralità e istrionismo? Beh, avete ragione.

di Tim Fraanje; traduzione di Carolina Davalli
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06 febbraio 2020, 6:00am

Dior AI20, sosia di Kate Moss per Vetements e Tyler, the Creator ai Grammy

Negli ultimi anni, gli oggetti di moda a noi più cari ci hanno offerto una modalità per esprimere noi stessi cristallina e senza filtri -- dalle borse trasparenti ("Oh sì, dimenticavo che è tutto in vista, questo è il mio Prozac e lì ci sono i fazzoletti usati") alle t-shirt con slogan ("Ancor prima di stringerti la mano, ci tengo a farti sapere per quale candidato voterò alle prossime elezioni. Qual è il mio cibo preferito.").

Facilitata da questo tipo di trovate sartoriali, l'esposizione della nostra persona non è che la manifestazione concreta di un fenomeno culturale ben più ampio, secondo il quale non è solo accettabile, ma da incoraggiare, chi manifesta a perfetti sconosciuti la propria intimità. Abbandonando in fretta e furia il concetto di inaccessibilità che ha portato avanti l'industria dello spettacolo per decine e decine di anni, con l'avvento dei social media le celebrità hanno iniziato a raccontarci proprio tutto di loro stesse. Attraverso i vlog, le storie di Instagram e i video porno, i loro momenti più intimi e banali sono offerti al mondo intero su un piatto d'argento.

Ma il cambiamento potrebbe essere dietro l'angolo, come dimostra la crescente popolarità dei guanti da opera. Indossati dapprima da Beyoncé e Cardi B, poi osannati nell'ultima settimana della moda, sembra che nel 2020 tutti indosseranno lunghi guanti di satin... O almeno ci penseranno su. Naturalmente, Dior e Dries van Noten hanno messo in mostra alcuni dei più begli esempi a tema.

Sì, forse può sembrare presuntuoso, ma è proprio di presunzione che parliamo qui. Invece che amplificare l'identità di chi indossa i vestiti, i guanti da opera ci offrono una patina di glamour teatrale dietro cui nasconderci. Nel saggio The Transparency Society (2015), il filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han parla della mancanza della "distanza scenica" all'interno del mondo contemporaneo, dominato ormai dai social media. Per farci capire la portata del cambiamento culturale che stiamo vivendo, l'autore fa un paragone con il 18esimo secolo, quando le persone vivevano in un theatrum mundi ed esisteva una netta separazione tra la sfera privata e quella pubblica, in cui le persone diventavano personaggi plasmati grazie a maschere, parrucche e rituali, senza mai mostrare nemmeno un briciolo del loro vero essere. "Il mondo di oggi non è un palcoscenico, dove azioni ed emozioni sono rappresentate ed interpretate, ma un mercato in cui la propria intimità è messa in mostra, venduta e consumata," commenta.

Ovviamente, c'è un grandissimo valore nel concetto di vulnerabilità. Ma se ci si spoglia fino all'estremo, rimane poco spazio per un'espressione della propria personalità che sia più teatrale ed artistica, o che possa cambiare la propria identità. Sei una serie di dati, dunque esisti. “La società della trasparenza è una società senza poeti, senza seduzioni o metamorfosi," scrive Han.

Il mondo sta tornando ad essere teatro, e i guanti da opera non sono il solo segno che lo dimostra. Alessandro Michele è stato, dal suo avvento in Gucci, uno dei paladini di questo stile teatrale, con cappe di velluto, tutine glitterate, il tutto accessoriato da un accenno di velato occultismo.

Il tropo letterario e cinematografico del doppelgänger—che Michele ha esplorato già nella sua A/W 18 facendo sfilare modelli con in mano le loro stesse teste mozzate—sta avendo il suo momento di gloria nel mondo della moda e la cultura. E anche il re del minimalismo d'avanguardia Rick Owens ha fatto sfilare per la sua collezione F/W 20 dei look alla Bowie, ricchi di glamour e volutamente indossati da un modello che assomigliava a Iggy Pop (che, per inciso, indossava guanti da opera già negli anni '70).

Vetements è conosciuto come il brand che più feticizza il realismo (“Sono così autentico che sembro una persona che lavora da DHL," non cit. che potrebbe essere una cit. senza problemi), tanto che per la sua prima sfilata post-Demna il brand ha voluto presentare in passerella dei sosia di Kate Moss e Snoop Dogg. E la sfilata d'addio di Jean Paul Gaultier ha dimostrato che la teatralità è una ricetta infallibile, specialmente se questo vuol dire vedere Amanda Lear essere portata in braccio sulla passerella da due ragazzoni e un'imbarazzato Boy George che gironzola nelle vicinanze, ma le finte celebrità sono indubbiamente una mossa intrigante. I doppelgänger, infatti, rendono più complicata la concezione di identità: sono esplicitamente una non vera e non autentica espressione di loro stessi.

E che il distanziarsi da un crudo realismo abbia la capacità di mettere alla prova le convenzioni culturali contemporanee è stato dimostrato quando Tyler, the Creator ha vinto un Grammy per il suo album Igor. Igor è l'alter ego di Tyler, un doppelgänger cattivo che fa da contrasto al più lirico (e semi-autobiografico) protagonista della storia che parla di un triangolo amoroso. Si capisce che Tyler abbia avuto dei sentimenti contrastanti riguardo la sua vittoria nella categoria urban, una classificazione che esprime un rap crudo, social-realista, ma che di fatto diventa l'etichetta per qualsiasi tipo di musica black ("un modo politicamente corretto per dire la n-word"). La sua arte è stata ridotta a parte dell'identità dell'artista, mentre Igor è di fatto un'intricatissima opera in cui le identità e i protagonisti sono fortemente stratificati; ed ecco: la musica pop si avvicina alle tradizioni teatrali e letterarie.

Tyler enfatizza la sua visione attraverso l'sua incredibile performance ai Grammy della scorsa settimana, mentre fa entrare in scena infiniti suoi doppelgänger. Invece che mettere se stesso in primo piano, ha messo in luce la sua visione artistica.

Ecco, la speranza è che l'onnipresenza di guanti da opera e doppelgänger sia segno di un progressivo ritorno ad un theatrum mundi... Uno in cui si può essere se stessi liberamente, e con se stessi intendiamo il c***o che ognuno vuole.

E se parliamo di teatralità, parliamo anche di Achille Lauro:

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK

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