I documentari per conoscere le lotte femministe del mondo

Dal Marocco all’Argentina, passando per Lesbo, Siria, Cairo, Afghanistan e Sudan, lasciamo spazio e voce alle battaglie femministe attualmente in corso in questi paesi, di cui ancora si sa e si parla troppo poco.

di Benedetta Pini
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22 gennaio 2021, 3:05pm

Screenshot dal film Argentina, la rivolta delle donne di Karen Naundorf

Il lockdown continua, e con lui il coprifuoco. Se il colore della zona in cui siete ve lo permette, potete anche correre a casa di qualcuno per due balotte non appena staccate dal lavoro o dallo studio; ma, di fatto, alle 22:00 siamo di nuovo a casa, a fare i conti con la nostra solitudine, o al massimo con le persone con cui viviamo. Tra letture, film e distrazioni, gli spunti per riempire questo lasso di tempo iniziano a scarseggiare, rigirandosi su loro stessi in loop.

Forse la scelta più comoda e meno impegnativa è quella di aprire una nuova tab sul nostro portatile e sfogliare il catalogo di una delle infinite piattaforme streaming attive al momento. E c’è davvero l’imbarazzo della scelta, tra il mainstream Netflix, l’intellettuale MUBI, il folle byNWR e il raffinato Cinema Ritrovato fuori sala.

Ma tra questi c’è un portale, forse ancora poco noto in Italia, che è completamente gratuito, e non ha niente da invidiare agli altri: ARTE in italiano. Eccovi servito lo spunto nuovo, fresco e inaspettato che vi serviva per svoltare le vostre prossime serate di coprifuoco.

Per chi non la conoscesse, ARTE.IT è una piattaforma franco-tedesca di cui vi avevamo già parlato alla primissima ondata di pandemia, dove potete trovare reportage, servizi e documentari che fanno luce sulle storie passate e presenti di tutto il mondo, senza tralasciare alcun angolo, neanche il più remoto. Non è facile orientarsi in questo sterminato database, ma non temete: abbiamo creato per voi un percorso tematico ad hoc.

Dal Marocco all’Argentina, passando per Lesbo, Siria, Cairo, Afghanistan e Sudan, in questo viaggio audiovisivo lasciamo spazio e voce alle battaglie femministe attualmente in corso in questi paesi, di cui ancora si sa e si parla troppo poco. Perché per un mondo veramente egualitario, il passo che manca è uscire dai soliti discorsi incentrati sulle donne bianche occidentali. Per quanto cruciali e importanti, queste rivendicazioni rappresentano solo una piccola parte della lotta globale per l’emancipazione femminile, lo smantellamento del patriarcato e il superamento di una visione sociale binaria, con le sue relative incidenze politico-sociali.

Insomma, buon viaggio, e buona scoperta!

Femminismo in Siria: Rojava, la rivoluzione delle donne

Conosciuta anche come Amministrazione autonoma della Siria del Nord Est o Kurdistan siriano, il Rojava è una regione autonoma de facto fondata dai curdi siriani, che la considerano una delle quatto parti del Kurdistan, ma non ufficialmente riconosciuta dal governo siriano. È una sorta di Siria altra, un’oasi di pace e uguaglianza nel cuore del conflitto, dove quattro milioni di arabi, curdi e siriani vivono insieme secondo un codice civile che prevede il divieto della pena di morte, la libertà religiosa e la parità di genere, sviluppando una società egualitaria, democratica e inclusiva.

Incastrato tra la Turchia minacciosa, la rediviva dittatura siriana e i focolai dello Stato islamico sempre pronti ad approfittare delle divisioni, il Rojava porta avanti la sua rivoluzione femminile. “Le donne hanno contribuito a tutte le rivoluzioni, ma subito dopo tornavano in cucina, mentre ai posti di comando sedevano gli uomini. Nel nostro caso, invece, le donne formavano la prima linea. Hanno contribuito a ogni rivoluzione. E abbiamo intenzione di mantenere il nostro posto anche dopo la rivoluzione,” afferma Nazira Gawriya, copresidente del consiglio esecutivo delle Regioni Autonome.

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Femminismo in Argentina: Ni una menos

In Argentina ogni 32 ore viene uccisa una donna per mano di (ex )mariti o compagni. Il codice penale argentino contempla il femminicidio solo dal 2012. Intanto, lo Stato rimane a guadare, come denuncia l’avvocata e attivista Mónica Cuñarro. L’indignazione generale rispetto alla metastasi machista in Argentina ha permesso la nascita del collettivo Ni una menos, ispirandosi al motto della poetessa messicana, vittima di femminicidio, Susana Chàvez: “Ni una mujer menos, ni una muerta más” (“Né una donna in meno, né una morta in più”). Nato nel 2015, il collettivo reclama la parità di diritti e la legalizzazione dell’aborto (consentito attualmente solo in caso di stupro o di pericolo di vita per la madre), sulla cui introduzione si oppongono strenuamente le associazioni cattoliche del paese.

Argentina: la rivolta delle donne è un reportage di inchiesta che squarcia il silenzio internazionale intorno all’attuale situazione sudamericana, restituendo, in poco meno di mezz’ora, una complessa panoramica sociale, economica e politica del Paese. E lo fa attraverso le testimonianze dirette di chi subisce questi atti di violenza, dando spazio al grido di dolore, di rivolta e di rabbia delle donne che lì, ogni giorno, lottano per la loro libertà quotidiana.

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Femminismo in Afghanistan: la sindaca in lotta contro i Talebani

In Afghanistan è molto raro che le donne riescano a occupare ruoli di responsabilità, in qualsiasi ambito, da quello economico a quello politico. Ma c’è chi vuole rompere questo schema, sradicando il maschilismo e il sessismo insiti nel sistema sociale dell’Afghanistan. Il primo passo di questa lotta rivoluzionaria si verifica nel 2018 nella provincia rurale del Wardak, dove, a soli 27 anni, Zarifa Ghafari diventa la prima donna a ricoprire la carica di sindaco, proprio della città ultraconservatrice di Maidan Shar.

L’opinione pubblica si divide in due netti schieramenti, agli antipodi eppure uniti dal legame viscerale con la propria terra e la propria cultura. Da una parte i suoi più stretti collaboratori, uomini che vedono in lei un caso del tutto inedito e ne rispettano il valore, mettendo in discussione la loro stessa visione del mondo fino a quel momento. Dall’altra parte i Talebani: per loro è una sfida aperta, e la inondano di ricatti e minacce, persino di morte. Ma Zarifa rimane ferma e inamovibile, portando avanti la sua battaglia e andando contro i gruppi mafiosi che controllano l'area in cui agisce.

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Femminismo in Grecia: Lesbo, solidarietà femminile nel campo profughi

Una storia di femminismo che si sovrappone a una storia di emigrazione. Fereshta Hussaini è una ragazza afghana di soli 16 anni, ed è appena arrivata sull'isola di Lesbo, in Grecia, dopo essere passata attraverso la Turchia. Nel campo profughi di Moria, una ex base militare dove erano accampate 20 mila persone prima che a settembre 2020 venisse rasa al suolo da un incendio, Fereshta decide di fare la sua parte, in un contesto noto per le denunce sulle condizioni di vita disumane subite dai migranti lì presenti, tenuti segregati per anni in attesa che qualcuno decida cosa fare delle loro richieste di asilo.

Fereshta offre ogni giorno dei corsi di inglese alle altre donne del campo, affianca gli attivisti in loco, cerca di portare l’attenzione della stampa internazionale sulla situazione, denuncia la condizione di limbo senza uscita in cui sono bloccati i profughi. Mentre di rende utile, Fereshta continua a coltivare i suoi sogni, nella speranza di ottenere un permesso di soggiorno in un paese europeo.

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Femminismo in Marocco: l'eroina della musica Gnawa

Nata all’interno della minoranza etnica che discende degli schiavi subsahariani insediatisi in Marocco, la musica Gnawa è un insieme di canti e ritmi religiosi islamici appartenenti alla tradizione marocchina e dell'Africa subsahariana. Queste sonorità evocano un immaginario di sofferenza e di esilio, tra versi mistici e ritmi catartici.

Nonostante sia un genere tradizionalmente riservato ad artisti maschi, la giovane Asmaa Hamzaoui e il suo gruppo Bnat Timbouktou hanno deciso di smantellare questa visione misogina, raccogliendo loro il testimone di questa tradizione. Col suo esordio nel 2012, è diventata la prima musicista gnawa donna del Marocco, partecipando a eventi musicali internazionali in tutto il mondo.

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Femminismo in Sudan: donne in prima linea

L’11 aprile 2019, dopo quattro mesi di proteste popolari, un colpo di stato militare pone finalmente termine al regime di Omar al-Bashir. Era salito al potere nel 1989, a sua volta con un colpo di stato. 30 anni di violenze e umiliazioni, culminati nelle accuse di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra nel Darfur, dove ad al-Bashīr è ritenuto responsabile della morte un numero imprecisato di persone non afro-arabe (probabilmente tra le 200 mila e le 400 mila).

A questa rivolta pacifica, partecipano anche le donne del Sudan, ed è il loro lo sguardo adottato dal documentario. Madri, militanti, insegnanti, studentesse e musiciste: nonostante repressione, violenze e arresti, restano in prima linea, decise a combattere le leggi morali che impediscono loro di avere piena libertà e pari diritti rispetto agli uomini, come la possibilità di riunirsi in pubblico e l’obbligo a rispettare rigidi codici di abbigliamento. 

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Femminismo al Cairo: le donne in bici per aiutare le frange più povere della società

Sì, proprio così. Donne tra i 20 e i 30 anni che attraversano la metropoli in bicicletta sfidando i pregiudizi e i pericoli della strada, e si recano nei quartieri più poveri e marginali per portare cibo caldo e vivande. Si chiamano “Cairo Cycling Geckos” (seguitele su Instagram!) e sono loro le portatrici del vento del cambiamento nella società egiziana.

Ma facciamo un passo indietro. Tutto è nato da Nouran Salah, un’affermata designer egiziana che ha studiato in Europa e, una volta tornata al Cairo, trovava inconcepibile l’impossibilità di spostarsi in bicicletta all’interno della sua città. Così ha fondato l’associazione, con un duplice scopo: da una parte aiutare le donne ad affermarsi ed emanciparsi nello spazio pubblico, muovendosi liberamente, dall’altra sviluppare un’azione di aiuto e sostentamento nei confronti delle frange più povere della società, dove le donne sono le principali vittime di violenze e discriminazioni.

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Femminismo in Repubblica Democratica del Congo: storie di emancipazione

Questo documentario rivela il lato oscuro e controverso della (ricchissima, ma solo per chi la sfruttano) industria mineraria della Repubblica Democratica del Congo. A fare il lavoro concreto, durissimo e altrettanto pericoloso, sono infatti delle donne, le cosiddette “Mama Twangaise”. Lavoratrici sfruttate fino ai limiti della decenza umana, vivono in una condizione subalterna senza via d’uscita.

Il lavoro nelle miniere, infatti, è talmente sotto pagato da non permettere loro di mantenersi, e molto spesso sono costrette a prostituirsi per stare a galla e rifondere i propri debiti. Per questo è nata la rete RENAFEM (“Rete Nazionale delle Donne in Miniera”), un’associazione che si impegna ad avviare un moto di emancipazione presso le donne congolesi, incoraggiandole sullo stimolo di esempi—come quello della donna di successo Angélique Nyirasafari nel campo dell’imprenditoria—per scalfire il dominio maschile. 

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Crediti

Testo di Benedetta Pini
Immagine: screenshot dal film Argentina, la rivolta delle donne,
Karen Naundorf, Francia, 2019

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