Fotografia di Reece James Morrison

Il colourism è un privilegio dei bianchi, ed è ora di smantellarlo

Dal mondo dello spettacolo alla fashion industry, dalla scuola elementare fino all'università: il colourism è una pratica razzista a cui è ora di dire basta. Il primo passo? Capire cos'è di preciso.

di Chidozie Obasi
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06 novembre 2020, 12:42pm

Fotografia di Reece James Morrison

Sono nato nel 1997 nella provincia di Padova, in un paese dove tutto sembrava troppo bello per essere vero. Tra uscite con amici, compagni di scuola e il tempo trascorso in famiglia, vivevo una realtà tranquilla e riuscivo sempre a trarre il meglio dalle situazioni peggiori. Avevo davvero poca paura e tanto (forse troppo) coraggio, mi importava poco che la gente potesse prendermi di mira per vari motivi—e questo accadeva spesso.

Poi, con l’adolescenza, tutto è cambiato e ho iniziato a notare le battutine che le persone facevano su di me e sulla mia personalità, ho iniziato a pormi domande e a cercare risposte. Era perché non corrispondevo ad un certo canone di bellezza? No. Era perché mi atteggiavo in un modo che poteva apparire “strano” ai loro occhi? No. Era perché sono un ne*ro? Sì, certo, lo ero al tempo e lo sono tutt’ora.

Fu così che incontrai quella maledetta bestia che si chiama razzismo. Secondo il dizionario Treccani, la r-word viene definita come “un’ideologia, teoria e prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente ‘superiori’, destinate al comando, e di altre ‘inferiori’.”

Giravo nei pressi della mia scuola e notavo che di persone nere come me ce n’erano tante, ma c’era un indice di differenza tra me e loro, che giocava un ruolo molto più incisivo di quanto potessi immaginarmi: il tono del colore della pelle. Il mio è di un marrone scuro. Il loro è di un paio di sfumature più chiaro. Forse, mi chiedevo, se la mia carnagione fosse stata un po’ più chiara, sarei stato risparmiato di qualche insulto, qualche occhiata storta, qualche commento borbottato?

Ora so che non sarebbe servito a nulla, l’ignoranza sarebbe comunque rimasta tale. Più volte mi chiesi se avrei potuto fare qualcosa di concreto per smantellare questa mentalità, ma mi arresi, perché a queste persone, di me e del mio benessere, non importava nulla. Così, all'età di 17 anni, presi e me ne andai. Cambiai paese e cambiai realtà.

Avanti veloce al 2020, quando nel mondo insorgono le proteste dopo l’uccisione di George Floyd. Ma il razzismo esisteva da ben prima della sua uccisione, ed è desolante rendersi conto che un uomo sia dovuto morire in modo così brutale per innescare una rivoluzione antirazziale a livello globale. Da giornalista nero, ho voluto credere nel pensiero confortante che fossimo tutti coinvolti in questa battaglia. Purtroppo, però, era solo un’illusione, e mi sono sentito circondato da un clima silente pieno di pregiudizi. 

Il razzismo è una questione che va al di là dell'oppressione dei neri da parte dei bianchi nel corso della storia. Quelli sono gli effetti più manifesti e individuabili del razzismo, ma ce ne sono di ben meno visibili e altrettanto radicati e pericolosi. Come scrive Kaitlyn Greenidge in un articolo per il The Guardian, gli stereotipi razzisti, a loro volta conseguenza della della schiavitù americana, hanno lasciato un'eredità radicata nella società contemporanea che si è innestata anche all’interno della comunità nera: il colourism. Come lo definisce la BBC, questo termine indica la "discriminazione contro le persone di pelle scura a favore di quelle con la pelle più chiara, quando appartenenti alla stessa etnia.” Si tratta dunque di un pregiudizio basato sul tono della pelle, che comporta di conseguenza un privilegio sociale.

Anche Mathew Knowles, padre di Beyoncé e Solange, ha parlato di come avere la pelle più chiara porti maggiori opportunità nell'industria dell'intrattenimento. In un'intervista rilasciata a Ebony ha sollevato proprio questa problematica, chiedendosi: "Quando si tratta di cantanti donne di colore, quali vengono ripetute in loop alla radio? Mariah Carey, Rihanna, la rapper Nicki Minaj, le mie figlie [Beyonce e Solange] e cos'hanno in comune? Hanno tutte la pelle più chiara.” La musica, proprio come la moda, ha introiettato questi bias derivati da una mentalità coloniale, alimentando il fenomeno del colourism all’interno delle comunità BAME

Il colourism si rivela essere un problema particolarmente grave per le donne di colore, e si ripercuote sul trattamento che ricevono nel settore dello spettacolo, incluso il cinema. Durante i casting, infatti, le donne dalla pelle più chiara sono viste sotto una luce più positiva rispetto alle donne dalla pelle scura, a cui vengono assegnati invece ruoli spesso caricaturali e pieni di stereotipi, come quello della madre arrabbiata, della donna sfacciata o di una eccessivamente sessualizzata.

Tutto questo esercita un impatto significativo sul modo in cui le donne nere vengono rappresentate dai media e, di conseguenza, su come vengono percepite all’interno della società. Se ci viene mostrato che le donne nere non sanno fare altro che prendersi cura dei bianchi, che sono sempre arrabbiate, impertinenti o costantemente iper-sessualizzate, è naturale venire portati a credere inconsciamente che questa sia la realtà, che questi siano i tratti distintivi delle donne nere.

Al contrario, alle donne con la pelle chiara vengono assegnati ruoli meno stereotipati, più completi e sfaccettati. Per farvi un esempio, in un episodio di Black Like Us i genitori Dre e Bow (interpretati da Anthony Anderson e Tracee Ellis Ross) rimangono sconvolti quando vedono che la figlia Diane (Marsai Martin) nella foto di classe appare più scura di quello che è: ecco che il loro sdegno innesca una discussione proprio sul tema del colourism.

In settori come la moda e lo spettacolo—che millantano di voler valorizzare l’inclusione e sono alla continua ricerca del “diverso”—di fatto le cose non funzionano così, nemmeno tra persone appartenenti alla stessa comunità BAME, e le motivazioni sono ben spiegate dalla giornalista e commentatrice Anna Barr: “Inconsciamente o meno, siamo tutti stati indottrinati da una storia scritta da uomini bianchi in un mondo creato per i bianchi, in cui i tratti fisici dei bianchi presenti nelle donne nere è ciò che viene celebrato negli editoriali e sulle passerelle, perché allude alla classe dominante.”

“Negli Stati Uniti ciò che conta è comportarsi e parlare da bianchi. Si può essere anche più chiari, ma se non si ha un corpo magro o capelli lisci si viene comunque giudicati. È un genocidio della cultura nera da parte del colonialismo bianco. Non siamo multiculturali, anzi, siamo ancora troppo monoculturali.” E parlando specificatamente della moda, continua: “La moda di lusso ha sempre avuto l’obiettivo di soddisfare i ricchi (e storicamente ha beneficiato del lavoro degli schiavi, che ora vediamo nel fast fashion). Non possiamo aspettarci dunque una maggiore diversità nella moda finché non colmeremo il divario di retribuzioni e di ricchezza.” 

Il fenomeno del colourism vige, ovviamente, anche nel settore beauty. La creativa indiano-britannica Suharvi Bhullar sostiene che "il colourism è un problema enorme per i POC, a causa degli ideali di bellezza occidentale. Se si guarda in qualsiasi momento della storia, i POC sono sempre stati considerati brutti, soprattutto più scuri sono. Ma non si tratta di un fenomeno esclusivamente occidentale, perché succede anche all’interno della mia cultura, quella indiana. Se andassi in India, sarei considerata di più per la mia altezza e per il fatto che vivo in Inghilterra. Mentre in Inghilterra sono ben lontana dalla vetta della piramide sociale, perché il mio tono di pelle dice che non sono di qui.”

Di conseguenza, si parla anche del fenomeno dello sbiancamento della pelle, che ha causato molti problemi all’interno della cultura indiana, dovuti agli ideali imposti da Bollywood. Ma c’è speranza, ci dice Suharvi: “Penso che la disparità del colourism possa essere sconfitta. Ci vorrà tempo e molti dibattiti, ma il modo migliore per iniziare è dimostrare che siamo tutti belli. Se riuscissimo a celebrare i toni della pelle di tutto il mondo, inizieremmo un cammino che permetterebbe alle prossime generazioni di sentirsi amate e apprezzate per quello che sono.” 

A sua volta, la stylist Jean Annan -Lewin afferma che “le persone con una pelle più chiara e con caratteristiche eurocentriche traggono beneficio dal colourism, perché il sistema è da sempre stato costruito in questo modo, per favorire le maggioranze bianche e deridere le minoranze nere.” La londinese Shanna Bent, Brand Director di Maison Bent, è d'accordo: "Il Brown Paper Bag Test purtroppo prevale ancora nella società. Non solo in riferimento al tono della pelle, ma anche rispetto alla consistenza dei capelli e ai tratti del viso. Gli attributi europei sono idealizzati come standard di bellezza in tutto il mondo. Nata dal colonialismo, la mancanza di rappresentazione dei neri dalla pelle scura aiuta a mantenere viva ancora oggi questa ideologia superata.” Il colourism ha infatti creato per secoli—e continua a crearlo ancora oggi—un divario all'interno della comunità nera, fin dai tempi in cui essere "lightskin" significava avere lavori meno faticosi nelle piantagioni, fino ad ottenere la possibilità che il “master” lasciasse in eredità il suo terreno, una volta morto. “Questo ha creato un elitarismo spesso indiscusso tra la gente di colore, conclude Shanna.

Anche se di recente ci sono stati dei miglioramenti nella rappresentazione dei POC e delle comunità BAME, e ancora adesso sono in atto delle prese di coscienza come le proteste anti-razziste di giugno, è indubbio che ci sono ancora molti altri passi da fare prima che tutta la società, tanto la comunità bianca quanto quella nera, superi davvero i pregiudizi legati al colore della pelle, smantellando l’attuale sistema di privilegio. Per farlo, la condizione necessaria e sufficiente è fare i conti con il proprio passato e aprire un dialogo onesto, parlando tra comunità in maniera aperta e consapevole. Solo se riusciremo a sbarazzarci di questi stereotipi tossici e problematici, potremo guardare verso un futuro davvero libero ed inclusivo.

Crediti

Testo di Chidozie Obasi
Fotografia di Reece James Morrison

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