Fotografia della collezione SS21 Magliano

Abbiamo intervistato il designer Luca Magliano per scoprire com'è nato il suo brand (che è già culto)

Magliano è uno dei brand italiani più rispettati e interessanti del momento. Noi abbiamo incontrato il suo fondatore.

di Carolina Davalli
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11 novembre 2020, 9:14am

Fotografia della collezione SS21 Magliano

Una delle qualità distintive della moda è la capacità di intercettare la sensibilità collettiva per istruirla, rendendola sempre più elastica e capace di comprendere movimenti culturali sotterranei. La moda, in fondo, è questo: un legame privilegiato tra la realtà che ci circonda e quelle evocazioni misteriose che la collocano altrove. E Luca Magliano, designer e fondatore del brand di culto Magliano, di questo altrove ha fatto il suo marchio di fabbrica.

Ma dove si possono trovare questi indizi che conducono a mondi surreali? Si potrebbe banalmente pensare a spazi distanti e irraggiungibili, magari suggestivi e spirituali. E se invece vi dicessimo che può essere anche la periferia lo spazio dove accidentalmente convergono allusioni misteriose e magiche?

Questa è una delle ossessioni che ha spinto Luca Magliano a fondare il suo omonimo brand, diventato ora un player indiscusso del panorama della moda italiana, e non solo. Sono infatti le periferie delle città o di un continente i luoghi prediletti delle esplorazioni di Magliano; una ricerca che, nella mente del designer, prende forma a partire dal concetto intricato e sfaccettato di “Sud”.

Originario della periferia di Bologna e con un heritage per metà partenopeo, Luca è diventato un crononauta del Sud in senso lato, inteso come luogo di scambio in cui convergono sia le tradizioni più antiche sia gli scenari più artificiali della contemporaneità. Italianità, costumi ed elementi folk diventano così sinonimo di coolness, e quelli che noi potremmo intendere come dei clash visivi e stridenti, Magliano ce li mostra in tutta la loro gloriosa e paradossale bellezza.

Volevamo conoscere meglio la storia dietro a uno dei brand che negli ultimi tempi ha fatto più parlare di sé, e quindi abbiamo fatto qualche domanda direttamente al direttore creativo e fondatore, Luca Magliano.

intervista luca magliano
Ritratto di Luca Magliano

C’è un’esperienza o evento preciso che ti ha spinto a fondare Magliano?
Sì e no. La storia vera è che sostanzialmente mi sono licenziato dal lavoro che avevo allora, e ne stavo cercando un altro. Quel lavoro non arrivava, e quindi, a un certo punto, un po’ per senso di rivincita, un po’ per necessità di dire qualcosa, un po’ per senso polemico nei confronti delle aziende che non mi stavano considerando, un po’ perché non volevo stare fermo, ho deciso di iniziare Magliano. Non trovo da lavorare? Ok, lavorerò per me stesso. Ovviamente non era solo questo, ed evidentemente ero davvero pronto per fare questo passo, però non posso evitare di dire che è nato anche da una reale esigenza di lavoro e da una certa idea che ho del mondo del lavoro. D’altronde, sono emiliano, e  l’importanza del lavoro, di averlo, di portarlo avanti, e un senso dell’impresa fa parte del mio DNA. 

Quello che ci tengo a precisare è che Magliano non è nato da un bisogno strettamente legato allo storytelling, alla voglia di esprimersi; era un misto di questa necessità e di esigenze pratiche, reali ed etiche. Tutto questo è successo a cavallo dei miei 30 anni, quindi nel pieno dello sconvolgimento di tutti i crismi, il momento in cui non capisci più se sei un ragazzo o un uomo, quale strada devi o avresti dovuto prendere, qual è il tuo futuro.

È una continua contrattazione tra il mondo dei desideri e il mondo delle possibilità, e questo è faticosissimo.

Quali sono gli ostacoli che hai affrontato e che affronti tutt’ora nel portare avanti un progetto indipendente in Italia? 
Sono stato super fortunato, partiamo da qui. Davvero. Lanciare Magliano è stata una delle cose più coraggiose che abbia mai fatto, e con il tempo è arrivata una risposta organica. Ho partecipato a Pitti, poi c’è stato il primo show Guardaroba per un Uomo Innamorato, e Camera della Moda mi ha supportato finora. Successivamente, ho attirato l’interesse di un player come Slam Jam, che tutt’ora mi aiuta nella distribuzione. 

Tuttavia, essere indipendente e gestire un brand o qualsiasi tipo di impresa oggi da soli è difficilissimo. C’è una grave mancanza di risorse, e si arriva inevitabilmente sempre a fare i conti con quello che effettivamente si può o non può spendere e in che modo spenderlo, cercando allo stesso tempo di avere idee e intuizioni brillanti, di fare delle manovre che siano il più intelligenti possibili. 

È una continua contrattazione tra il mondo dei desideri e il mondo delle possibilità, e questo è faticosissimo. Ancora oggi mi chiedo come c***o ce l’abbia fatta, e ora so che è solo con piccoli passi e piccoli obiettivi. L’unica cosa che si può fare è quella: capire quali sono gli obiettivi reali che ti possano far crescere un poco per volta e che ti facciano percepire come qualcosa che esiste realmente nel mondo. Una volta trovati, bisogna insistere e persistere su quelli. Ancora adesso mi comporto così, perché, nonostante tutto, le risorse sono minime e i piedi per terra bisogna averli sempre. Questa è la mia esperienza, ma forse è anche la mia natura essere concreto e con i piedi per terra. 

Se dovessi condensare tutto Magliano in un solo look, quale sarebbe? E perché?
Molti look hanno dei nomi ricorrenti, e in generale i look dei latin lover sono i miei preferiti, quelli a cui sono più affezionato. Sono quelli per assurdo più queer, dove prendiamo in giro un certo tipo di mascolinità stereotipata e ci giochiamo, la esageriamo. Prima di Magliano, non avevo mai lavorato nel menswear e non avevo alcun tipo di esperienza nel creare vestiti “da uomo”.

Quando ho deciso di reinterpretare i grandi classici del guardaroba maschile, evidentemente stavo parlando a me stesso e alla mia relazione con la mia mascolinità, con quello che mi era stato insegnato e con cui sono cresciuto. Forse, è proprio per questo che ci tengo particolarmente a quei look, perché esprimono il rapporto più intimo che c’è tra me e il brand. Non l’avevo concettualizzato all’inizio, ma è stato naturale farlo.

intervista luca magliano
Fotografia della collezione SS21 Magliano

Raccontaci il tuo processo creativo. Come sviluppi un’idea? 
Tendo a complicare la fase di progettazione al massimo. Di solito tutto inizia dalla storia, dal titolo. Traccio a grandi linee l’argomento di cui voglio parlare e cerco di riassumerlo in maniera molto sintetica. Poi comincio a raccogliere tutte le evocazioni fondamentali, attingendo alla mia cultura personale e alle mie ossessioni, ma anche ad allusioni più collettive, e creo degli output estetici che attacco al muro. Questa per me è la catalogica degli elementi, ammetto di essere un po’ un nerd.

Una volta che ho questi elementi, per esempio, se sto parlando di Gotico Mediterraneo, ci sarà un look fluido di Adriano Celentano, affianco a immagini di atmosfere da vecchi bar e della nebbia dell’Emilia Romagna. Tutte queste immagini diventano poi degli indizi da seguire, delle evocazioni che intesso all’interno dei capi. 

Dal punto di vista estetico, ho deciso che questo brand deve parlare del Sud in senso lato, di tutto quello che riguarda il Mediterraneo. Tantissime volte faccio riferimento alla Spagna, alla Grecia, al Nord Africa, perché per me è importante raccontare quella storia, che ha a che fare con situazioni e rituali di tipo antico, calate nel contemporaneo. Questo è quello che mi affascina delle nostre culture. L’Italia è un paese moderno tra virgolette: che partecipa all’Europa, ma ha tradizioni antiche, popolane, legate alla ritualità della religione, che la rendono essenzialmente folk. Ecco, per me quel folklore è un elemento di coolness, da indagare dal punto di vista estetico. 

Con le mie collezioni voglio raccontare le storie di personaggi che, per esempio, prima di andare in discoteca, prima di immergersi in una situazione sintetica, sexy, sudata, acida, abbiano per forza di cose attraversato la Sagra del Tortellino. Lo chiamo il Realismo Magico della provincia. 

Così prendo questi riferimenti e li unisco in una maniera super pasticciata, allo stesso tempo letterale e metaforica; perché non mi interessa fare l’elogio della sagra di paese, non voglio calcare la nostalgia di questi luoghi o situazioni. Voglio trasmettere personaggi che, per esempio, prima di andare in discoteca, prima di immergersi in una situazione sintetica, sexy, sudata, acida, abbiano per forza di cose attraversato la Sagra del Tortellino.

Semplicemente perché è inevitabile, perché in un posto come questo convivono due universi allergici che non si toccano, ma che si succedono a vicenda. E per me questo è fico. È impossibile non partecipare a entrambi questi mondi, a uno super tradizionale, antico, fatto di camerieri vestiti di bianco che servono lo spritz come si faceva un tempo, e qualcosa di super acido, punk e contemporaneo. L’Italia è di per sé lo scenario di queste cose e spesso il Sud lo è ancora di più, perché ha una fortissima resistenza al non abbandonare le tradizioni. Lo chiamo il Realismo Magico della provincia. 

intervista luca magliano
Fotografia della collezione SS21 Magliano

Mi affascina sempre quando un brand prende il nome del proprio direttore creativo, perché per me è come se fosse già una dichiarazione d’amore verso il progetto, che diventa una sorta di espansione della persona che lo porta avanti. Quanto ha effettivamente di te Magliano, e cosa invece rimane solamente di Luca?
Da una parte Magliano (il brand) è ovviamente super influenzato dalla mia adolescenza, da quello che mi piaceva quando ero ragazzo, dalla letteratura che leggevo, dalla passione per i fumetti, dal mio innamoramento per certe situazioni, dalla mia vita in provincia sempre a Bologna, dalla mia famiglia metà bolognese e metà napoletana. Da un parte, sicuramente ha tutte queste cose, ma dall’altra è l’apoteosi di tutte queste cose, e non è più me. Di me c’è fondamentalmente il seme, e poi si può dire che non ci sia solo di mio, questa è la mia filosofia. 

La cosa più bella di questi anni è stato vedere come, stagione dopo stagione, sdifettamento dopo sdifettamento, collezione dopo collezione, questa idea si allontanasse sempre più da me per diventare l’ennesima potenza—a volte anche caricaturale, a volte grottesca, a volte sublime—di un’idea più grande, di un concetto più grande, che con me non ha nulla a che fare.

Da tutte le persone che partecipano a questo mio progetto, io rubo molte idee, molte intuizioni che per me sono belle, e loro le danno più che volentieri, perché è un progetto aperto e in divenire. La cosa più bella di questi anni è stato vedere come, stagione dopo stagione, sdifettamento dopo sdifettamento, collezione dopo collezione, questa idea si allontanasse sempre più da me per diventare l’ennesima potenza—a volte anche caricaturale, a volte grottesca, a volte sublime—di un’idea più grande, di un concetto più grande, che con me non ha nulla a che fare. Con Magliano infatti mi permetto di fare provocazioni, di ragionare in una maniera che non è necessariamente quella in cui ragiono nella mia quotidianità. 

Magliano è un’entità dinamica che esula dal reame della sola progettazione di moda. Per esempio, è estremamente teatrale, e questo spiega la lunga collaborazione anche con attori come Toni Pandolfo
Toni è stato il primo modello in assoluto di Magliano. L’ho conosciuto grazie a Roberto Ortu, che ha lavorato con noi per tantissimo tempo ed è stato un grande amico del brand, e poi da lì è diventato sempre più evidente che nessuno meglio di lui potesse interpretare Magliano. Toni è insieme la faccia più classica che puoi incontrare in un bar e un vero e proprio divo, può essere un killer o il barista di fiducia.

Esteticamente, ha una faccia che è un marchio, che parla di concetti molto precisi, di vita vissuta, di una bellezza sublime e assolutamente non classica. È l’ironia più sfacciata, un volto che ti fa venire in mente infinite cose che potrebbe aver fatto nel passato, quindi carico di un elemento di mistero incredibilmente forte. Toni è Toni, ormai è un pezzo del brand. Una persona con cui comunichiamo, con cui ci confrontiamo. Al pranzo di famiglia c’è Toni. Il nostro progetto è diventato un business di famiglia, perché per noi, e soprattutto per i brand che non hanno enormi capitali, le relazioni umane e sentimentali diventano la risorsa più grande. 

intervista luca magliano
Lookbook della collezione SS20 Magliano

La teatralità è anche qualcosa che traspare all’interno dei tuoi casting, dove si intravede la decisione di favorire “tipi umani” con personalità uniche (come se fossero dei veri e propri personaggi di una storia), piuttosto che una bellezza canonica…
Una cosa che per noi ha una centralità inestimabile è la ricerca di valore antropologico. Ogni look che creiamo ha un nome specifico nel lookbook, è la divisa di un personaggio. E dunque quello che facciamo è vedere se questo personaggio funziona addosso alla persona, se racconta quella stessa storia. Quello che facciamo è un casting di tipo teatrale e cinematografico.

Se non c’è quel momento superpotente in cui quei vestiti improvvisamente dicono effettivamente quello che devono dire addosso a quella persona, allora non ne vale la pena. Di rivelazioni così ne succedono in continuazione, e ogni volta siamo all’ennesima gioia, perché è quello il momento in cui ci rendiamo conto di cose a cui non avevamo mai pensato. È proprio un bingo, come finire un puzzle, quel tipo di eccitazione lì, quando si aggiustano tutti i pezzi e si ha d’un tratto una visione d’insieme. 

Parlando di narrazione, per la tua ultima sfilata/campagna hai collaborato con Isabella Santacroce. Perché hai scelto lei, e che relazione c’è tra Magliano e la letteratura della scrittrice?
La adoro da quando sono adolescente, e c’è una grande relazione tra Magliano e il tipo di letteratura che fa. La vogliamo chiamare sub letteratura? Non lo so. Letteratura giovanile? A volte, ma non sempre. Isabella Santacroce racconta un certo tipo di esperienza estetica, legata a un certo momento storico, e insieme le emozioni vissute in quel frangente. 

Il 2020 ci ha invitati a ragionare sul concetto di realtà aumentata, sulla capacità di amplificare il messaggio della collezione attraverso contenuti sempre più elaborati, sofisticati, che ti facessero sentire di fronte ai vestiti, e noi lo abbiamo fatto in questa maniera. Per noi la realtà aumentata più efficace che esiste è quella del racconto, della letteratura e della narrativa. 

Uno dei miei designer preferiti è Franco Moschino. La cosa più pazzesca che ho imparato studiando il suo lavoro e appassionandomi al mio di lavoro è che non esiste eleganza senza senso dello humour, non esiste bellezza se ti prendi troppo sul serio. E quindi, certo, per noi è un regola insistere su questo punto di vista. 

Un tratto fondamentale di Magliano è il senso dell’umorismo. Penso in particolare agli inviti per le tue sfilate, dagli slip sottovuoto ai dolci di forma fallica. Quanto è importante l’umorismo in Magliano, e di che tipo di umorismo si parla?
Che tipo di umorismo sia, ancora me lo sto chiedendo. Nel senso che spesso diventa un umorismo dark, e poi nostalgico, altre volte un po’ clownesco, forse in una maniera felliniana. Ed è indispensabile. Uno dei miei designer preferiti è Franco Moschino. La cosa più pazzesca che ho imparato studiando il suo lavoro e appassionandomi al mio di lavoro è che non esiste eleganza senza senso dello humour, non esiste bellezza se ti prendi troppo sul serio. E quindi, certo, per noi è un regola insistere su questo punto di vista. 

L’ironia crea un senso di empatia tra chi dice una cosa e chi la ascolta, e per noi questo è fondamentale. E se non c’è nessuno che ci sta ascoltando, se non altro, ci siamo fatti una risata. Il concept è quello, e si declina anche dal punto di vista del business. Come dicevamo prima, è difficile avere una propria impresa, e prendersi troppo sul serio ti porta a fare degli errori madornali, invece prendere le cose con un certo senso dello humor ti aiuta a fartene una ragione e ad andare avanti.

intervista luca magliano
Fotografia della collezione SS21 Magliano

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Crediti

Testo di Carolina Davalli
Immagini su gentile concessione di Next Agency
Fotografia di Jim Nedd
Styling di Elisa Voto

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