15 domande a Deriansky sul suo primo album "Qholla"

Un'intervista per parlare della lente deformante attraverso cui Deriansky osserva il mondo, della libertà espressiva che ha deciso di mettere al centro del suo lavoro e del suo strano rapporto con le reference.

di Amanda Margiaria
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14 dicembre 2020, 5:00am

Fotografia di Clara Borrelli, edit di Nic Paranoia

Quella di Deriansky è una storia di rime, assonanze e mutazioni. Le parole non sono scritte come dovrebbero. Da Qholla, nome del suo primo album uscito a fine novembre, a Polansky, brano di cui è stato pubblicato proprio la scorsa settimana il video, nulla è come dovrebbe essere.

Proprio qui sta la forza dell’emergente su cui Asian Fake ha deciso di scommettere. Dopo averlo selezionato per la raccolta collettiva Hanami, a distanza di qualche mese la label decide infatti di pubblicare l’album di debutto di Deriansky, un folle viaggio nelle ansie e paure di chi ha 20 anni o giù di lì oggi.

Lo abbiamo incontrato per parlare della lente deformante attraverso cui osserva il mondo, della libertà espressiva che ha deciso di mettere al centro del suo lavoro e del suo strano rapporto con le reference.

Ciao Deriansky! Cosa stavi facendo prima di rispondere a queste domande?
Ho finalmente lavato una marea di piatti che fingevo di non dover lavare.

Una delle prime cose che ho letto su di te facendo ricerca è che Parma, la città in cui sei cresciuto, ti ha influenzato molto a livello musicale. In che modo?
Ha influenzato il mio approccio alla musica. Quando avevo 15 anni giravo le jam, i festival, le battle di freestyle e i concerti di nicchia, ed è lì che ho iniziato a conoscere gente che viveva la propria creatività con totale libertà. Per la maggior parte di loro non era un lavoro, ma più una questione di passione viscerale che va oltre a classifiche, soldi e i social media. Grazie a queste esperienze ho capito che una cosa genuina risulterà sempre meglio di una impostata e così ho deciso di voler affrontare il mio percorso artistico prendendomi tutte le libertà necessarie. Oggi forse si tende, anche inconsciamente, ad andare verso formule che si sa essere vincenti: sicuramente hanno una validità, ma ti limitano senza che tu neanche te ne renda conto.

Un mesetto fa è uscito Qholla, il tuo primo album. È cambiato qualcosa per te dal 27 novembre a oggi?
Nel mio quotidiano non è cambiato nulla, anzi: forse lavoro più di prima, dato che la musica per me non è ancora un fonte di guadagno abbastanza consistente per eliminare tutto il resto. Inoltre voglio fare qualche upgrade a livello di strumentazione tecnica per la produzione. Quello che è cambiato ha a che fare con il modo in cui mi rapporto alla musica: sicuramente ho più autostima in quello che faccio, ma allo stesso tempo si alzano le aspettative e la cosa mi gasa abbastanza. Ora ho la possibilità di arrivare a molta più gente, che è un aspetto fondamentale della comunicazione di ogni artista.

In relazione ai temi di Qholla si parla molto di ansia e sensazioni claustrofobiche, opprimenti, ma da cosa nasce questa emozione così presente in tutto l’album? Cos’è che la alimenta?
È prevalentemente alimentata da eventi che si susseguono. Spesso non sono tanto gli eventi in sé a generare ansia, ma è la chiave di lettura di cui dispongo per affrontarli nella vita personale. Ho fatto sempre fatica ad essere spensierato, sin da piccolo.

Anche i video estratti da Qholla sono ansiogeni quanto le tue lyrics e i tuoi beat. Come avete sviluppato, ad esempio, quello di Qholla stesso?
Con il disco volevamo far capire che Deriansky è in prima linea nel confronto con la “Qholla”, infatti è lui stesso che va ad attaccare i manifesti in giro con un’aria più da lavoratore stanco che di un figo già arrivato. Ho lavorato con Bruno Raciti, Giorgio Cassano e Nic Paranoia, ai quali ho spiegato il mood con cui affronto la musica, non solo la traccia singola. La realizzazione è stata molto punk: stavamo in giro tutto il giorno a cercare spot adatti, tornavamo a casa, pensavamo a come realizzare il tutto, ci svegliavamo alle 4 perché avevamo bisogno della luce dell’alba e andavamo sotto i ponti con il pvc e il generatore di energia per girare.

Tornando a quello che si dice di te in giro, un’altra cosa che salta subito all’occhio è che i giornalisti rimangono spiazzati dal fatto che non ci siano artisti in Italia che ti assomigliano—o a cui tu assomigli, a seconda dei punti di vista. È un po’ quello che è successo qualche anno fa con Speranza o Massimo Pericolo, che nessuno riusciva a classificare perché mancavano proprio i punti di riferimento a cui paragonarli. Ti riconosci in questa dinamica?
Io chiaramente traggo ispirazione da molta gente, e sicuramente in giro ci sono artisti con cui ho molte cose in comune o che magari sono sul mio stesso viaggio a livello musicale. Se parliamo del mercato in superficie sono d’accordo sul fatto che sia un po' difficile collocarmi in una zona definita. Credo tutto ciò sia condizionato prevalentemente dalla scelta strutturale della musica. Nel 2020 è raro trovare qualcuno che esca con un disco cantato senza ritornelli e con tracce da 50 secondi.

Se c’è una “wave” in cui non posso fare a meno di inserirti, però, è quella di una nuova generazione di artisti che usa l’introspezione come strumento primario nella creazione di testi. Se 5, 6, 7 anni fa gli emergenti da tenere d’occhio erano quelli che facevano dell’assenza di senso il senso stesso di tutto, oggi vedo molti artisti tornare allo storytelling. Che ne pensi? Ti rispecchi in questa dinamica?
Non sono uno di quelli che sostiene sempre e comunque un messaggio nelle canzoni, ma allo stesso tempo credo che una canzone con un’idea definita abbia sempre una marcia in più rispetto al non sense. Dal mio punto di vista, l’idea però può essere valida anche quando è così caotica da sfiorare il delirio. Credo che molti giovani cultori di musica si siano accorti che i dischi che gli sono rimasti negli anni siano per la maggior parte quelli con un concept. Evoluzione naturale.

A questo proposito, cos’è che il pubblico non ha ancora capito di te?
Non lo so, non posso neanche sapere cosa ha capito dopo così poco tempo a dir la verità. Sono due settimane che ho un pubblico più vasto, dovrò aspettare per capire bene cosa passa della mia musica. I feedback sono vari ma per ora non bastano. L’idea principale è passata ed è quella che c’è un messaggio, una chiave di lettura ed è appena iniziato un viaggio che (spero) duri capitoli di anni. C’è chi mi segue da prima dell’uscita che sa benissimo dove voglio andare a parare e forse una cosa che non aveva ancora capito era quanto davvero ci lavorassi e credessi, oggi forse sono riuscito a farlo capire.

C’è un momento specifico nella tua vita in cui ti sei detto: ok, io la musica voglio farla 24/7 e diventerà il mio lavoro, non sarà una semplice passione?
Nel 2017. Ero a scuola, quando a un certo punto mi sono reso conto di quanto tempo stessi passando a far musica ogni giorno e quanto mi immergevo in questa cosa appassionandomi a tantissime sonorità diverse. Mi sono detto: “Oh ma alla fine i musicisti pesi cosa fanno? Ci lavorano tutti i giorni, ma non glielo impone nessuno.” Praticamente la stessa cosa che già facevo io. Fu un ragionamento molto logico, non c’era nessun tipo di arroganza in quello che pensavo, anzi: da quel giorno mi sono messo sotto e ho cercato di migliorare sempre di più la mia musica, ponendomi sia obbiettivi a lungo termine sia a breve termine, come faccio tutt’oggi.

Hai dichiarato di esserti ispirato a Sophie per la produzione di Polansky, non esattamente l’artista di riferimento che ci si aspetterebbe da un rapper emergente—il che mi fa pensare che i tuoi ascolti siano piuttosto eterogenei. Ci dici qualche altro nome che ha avuto un’influenza sui suoni e testi di Qholla?
Ho un rapporto con le reference molto strano. Mi può capitare di ascoltare in loop per un’ora i 30 secondi fighi di una canzone, magari tratti dal video di un live che magari nel complesso non mi piace neanche. Chiaramente ho anche reference strutturali: ascolto molta dubstep ed edm sperimentale tipo Moody Good, Atliens, Jimmy Edgar, Flume, Kai Whiston, ma anche cose più ricercate come Alon Mor e Tim Hecker. A livello di testi ho ascoltato tantissimo rap, principalmente Mykki Blanco, Ocean Wisdom, Vince Stapes e Marra.

Tre musicisti da tenere d’occhio nei prossimi tempi—a parte te ovviamente?
Deepho, Squito, Talpah.

Qual è la cosa che ti rende più fiero in assoluto del tuo percorso musicale?
Aver fatto come credevo andasse fatto.

Dove ti vedi nel 2030?
Nel mio studio, che si trova dentro lo studio del team. 

Il paradiso esiste secondo te?
No, penso non sarebbe neanche un bel posto.

Infine, cosa farai domani?
Un bel giro con un furgone probabilmente.

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