Fotografia di Shaun Pierson

Il fotografo che ha immortalato i traumi della sua infanzia, da adulto

Per cercare di elaborare il passato, Shaun Pierson ha inscenato i suoi ricordi e li ha immortalati in scatti dolorosissimi e meravigliosi insieme.

di Benedetta Pini
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02 ottobre 2020, 1:58pm

Fotografia di Shaun Pierson

I traumi infantili, le tensioni familiari, i rapporti che si creano e dissolvono, le persone che entrano ed escono dalla tua vita, i ricordi frammentati dell’infanzia. Questo è il bagaglio che ciascuno di noi si porta dietro, che con gli anni si riempie sempre di più e che, se non ci impegniamo a mettere un po’ di ordine, inserendo ciascun pezzo al proprio posto, rischia di esplodere da un momento all’altro, colmando tutto il nostro spazio mentale e inibendo la nostra capacità di elaborare il passato e andare davvero oltre. C’è chi riesce a farlo da solo, chi attraverso un percorso di psicoterapia, chi esplorando la propria spiritualità, chi tramite l’arte.

La fotografia, con la sua immediatezza e la sua capacità di sintesi emotiva e temporale, è tra le pratiche più spontanee—forse insieme alla scrittura—per guardare indietro al proprio passato e sbrogliare tutte le idiosincrasie che la società contemporanea ci spinge a costruire per mantenerci al passo col ritmo vorticoso che impone. Ma alla fine non sono altro che menzogne che raccontiamo a noi stessi, senza rendersi conto che elaborare il proprio passato è il primo passo per una vera emancipazione emotiva. Soprattutto se su quel passato incombono le ombre dell’educazione che abbiamo ricevuto, per quanto in apparenza innocua, e di un ambiente disfunzionale, dalle quali, pur prendendo le distanze, rimaniamo irrimediabilmente segnati.

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“Ho incentrato il mio lavoro fotografico sui miei familiari non solo perché rappresentano diversi ricordi della mia infanzia, ma anche perché illustrano molti aspetti dei miei traumi che ho sempre fatto fatica ad affrontare ed elaborare,” ci racconta Shaun Pierson, fotografo classe 1997 cresciuto nella campagna del New Jersey e ora stanziato a New York. Per lui la fotografia è uno strumento per scavare nel rimosso della propria infanzia, per elaborare la nostalgia ricorrente e fare i conti con un’educazione problematica. Così, Shaun ha iniziato a ricreare i ricordi della sua infanzia, posizionando i suoi familiari nei luoghi della sua adolescenza. Il prodotto finale è confluito nel suo primo progetto fotografico, ancora in corso: l’autobiografia fantasy e surreale, Alvine Road.

“Sono cresciuto avviluppato in questo ciclo di dipendenze e abusi che sembrava impossibile da interrompere, per di più silentemente legittimato e accettato. Iniziando a scattare, ho capito che costruire immagini e avere il pieno controllo su ogni aspetto del frame era incredibilmente importante per me: mi ha permesso di prendere il controllo della mia narrativa e della mia storia,” ci racconta. Perché quando sei bambino non puoi fare altro che arrenderti, metterti nelle mani di chi dovrebbe prendersi cura di te. "Ma cosa succede quando quelle persone a malapena riescono a prendersi cura di loro stesse?” si chiede Shaun. “Come può qualcuno crescere in un ambiente così caotico e avere la forza di interrompere quel ciclo, e scappare lontano?”

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La serie è come un diario visuale, che si inoltra nei meandri dei ricordi di infanzia di Shaun: “Ricordo quando mi sono sdraiato con la testa sulle ginocchia di mio nonno dopo che mi aveva tolto una scheggia dal tallone. Ricordo quando ho giocato con le macchinine sulla schiena di mia madre dopo averla fatta piangere, cercando di consolarla pur sentendomi tremendamente colpevole. Ricordo le molte nascite e chiusure delle mie relazioni, sia personali che contestuali—di persone che andavano e venivano dalla mia vita. Alcune tornavano e altre non le ho più viste. Ma più di tutto ricordo un’infanzia segnata dalla violenza, dalla bellezza e dall’intimità; un periodo in cui il concetto di tempo era irrilevante, e certi istanti sembravano durare per sempre.”

Immortalando contesti drammatici alternati al loro opposto, il suo lavoro esplora il complesso rapporto col proprio ambiente domestico e l’impatto che l’educazione familiare esercita nel passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Tutte le location sono infatti luoghi in cui Shaun è cresciuto, come la casa dei suoi nonni (dove è stata scattata la maggior parte delle foto), così piena di personalità. “Quando ero più piccolo, pensavo che fossero matti per le loro scelte di interior design, ma quando sono cresciuto, ho realizzato che erano semplicemente autentici. Gli animali impagliati, la carta da parati, era tutto così bizzarro, unico e bello. Al piano di sopra, c’erano due enormi pitoni con una stanza tutta per loro, oggi darei qualsiasi cosa per riaveli indietro e scattarli.”

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Anche i soggetti sono tutti membri della famiglia di Shaun. Dalle foto traspare il profondo amore che lo lega a loro, e il fatto che si siano fidati di lui, prestandosi per i suoi scatti senza timore. Sottotraccia all’intera serie è come se scorresse un torrente di frustrazione, che emerge poi dalle immagini. “Ricordo che c’erano donne che non erano pronte a diventare madri e mogli, e stavano tutto il giorno a letto a dormire, e uomini diventati abusivi perché avevano perso la loro occasione di costruirsi la vita che volevano. È una sensazione che non augurerei mai a nessuno di provare,” continua Shaun.

Crescere in un contesto come quello è particolarmente difficile, e le ferite perdurano nel tempo, inibendo la capacità di costruirti una vita davvero tua. “È così dolorosamente facile guardare gli adulti attorno a te cadere a pezzi e pensare ‘Hey, allora è questa la normalità’, e li segui ciecamente mentre scivolano nel baratro. Ho visto così tante persone cadere in quel meccanismo, e mi spezza il cuore. Vorrei solo correre da loro e dirgli che c’è molto più nella vita di quello che hanno passato finora,” confessa Shaun. Guardare queste foto suscita tante emozioni, indescrivibili a parole, ma sicuramente suscitano qualcosa. C’è tristezza, c’è malinconia, ma anche tanta bellezza.

“Ho sempre fatto fatica a trasmettere a parole i miei sentimenti, e la fotografia ha dato subito un senso a tutto. Ho paura a pensare dove sarei stato o cosa avrei fatto se non avessi mai iniziato a scattare fotografie.” L’arte come terapia, come scavo nella propria interiorità per superare i momenti difficili in cui ci si sente isolati da tutto e tutti, per ritrovare se stessi dietro ai soggetti degli scatti. Questa è l’anima del progetto di Shaun, che parla di lui e, alla fine, anche di tutti noi.

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Crediti

Testo di Benedetta Pini
Fotografie di Shaun Pierson

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