Rendering di Scarlett Yang

C'è una designer di moda che usa alghe, seta e rendering 3D per creare le sue collezioni

Si chiama Scarlett Yang, e ti assicuriamo che sentirai parlare ancora molto di lei.

di Carolina Davalli
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08 ottobre 2020, 9:41am

Rendering di Scarlett Yang

Quando si pensa alla progettazione e produzione di moda, spesso ci si immagina un atelier brulicante di sart* e modellist*, un luogo popolato da macchine da cucire, aghi, manichini e tessuti ricamati. Un mondo analogico, fatto di processi antichi che sono emblema di tradizioni longeve, ma che allo stesso tempo costituiscono indubbiamente uno dei sistemi più inquinanti del globo. E se vi dicessimo che la moda del futuro potrebbe essere creata in laboratorio, o attraverso l’utilizzo di un computer, e risultare quindi infinitamente più sostenibile di quella di oggi?

Sarebbe una moda alla pari con la ricerca scientifica, la programmazione digitale e le biotecnologie, in cui l’artigianalità, che oggi associamo alla manodopera e al fatto a mano, si manifesterebbe attraverso l’abilità nel miscelare molecole e nel giostrarsi tra fialette. Ci credereste? Questo futuro, che sembra uscito direttamente da una fantasia utopica, in realtà è già qui. E Scarlett Yang, neolaureata della Central Saint Martins, ne è una delle protagoniste.

Dopo uno stage di cinque mesi in un biolab ad Amsterdam, la designer ha infatti deciso di incentrare il suo progetto finale di laurea sulla ricerca di nuovi materiali, con l’intenzione di creare un ecosistema all’interno della moda che avesse un ciclo di vita proprio, dalla nascita alla decomposizione totale, e che fosse totalmente sostenibile. Così ha creato ex novo un tessuto dalle fibre biodegradabili, combinando le proteine dei bozzoli di seta e degli estratti di alghe, eliminando dalla produzione l’utilizzo di materiali plastici o chimicamente trattati. L’intero processo, inoltre, è stato affiancato da una ricerca e da una progettazione interamente digitale, sotto forma di rendering 3D e presentazioni virtuali, in modo tale da tagliare di netto tutti gli scarti (bozzetti, teline e prove tessuti compresi).

Noi non potevamo non contattarla per farle qualche domanda sul suo progetto, per capire fino in fondo la portata della sua ricerca.

Il tuo progetto si chiama Decomposition of Materiality and Identities, che è di per sé un titolo molto evocativo e complesso. Puoi dirci di più su questo nome?
In questo progetto ho voluto scomporre il ciclo della vita della materia, in modo da mostrare la bellezza di quegli “stadi intermedi” e fluidi dell'essere. Il mio lavoro ipotizza un ecosistema simulato, in cui gli indumenti crescono, si decompongono e cambiano forma all’interno di un ambiente a clima controllato. L’idea è quella di mettere in mostra la bellezza delle forme di vita naturali, con l'obiettivo di sfidare il concetto vero e proprio di materialità.

Credi che ci sia una correlazione tra il flusso della vita dei materiali e quello delle nostre identità?
Assolutamente sì. Nel mio lavoro ho esplorato vari modi per rappresentare il concetto di identità fluida, riflettendo sulla mia identità culturale personale, che è stata plasmata all’interno di ambienti molto diversi tra loro, assorbendo molteplici sensi di appartenenza. Per me l’identità si rappresenta in uno stato di flusso continuo, che si rispecchia nella vita ciclica dei materiali. Nel caso di un capo di abbigliamento, quando l'ambiente circostante cambia, così cambiano le sue qualità materiche, dimostrando l’imprevedibile malleabilità delle forme naturali. Quindi sì, c’è una forte correlazione tra le forme visuali e concettuali del mio lavoro.

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Quali erano le intenzioni iniziali del progetto e perché hai sentito l'urgenza di creare un materiale che fosse al 100% biodegradabile e sostenibile?
Ho sempre nutrito un forte interesse per la matericità del design e dei tessuti, ma l'idea per questo progetto specifico è nata mentre lavoravo nei laboratori della Central Saint Martins. Mi sono resa conto di quanto materiale di scarto venisse generato durante lo sviluppo di una collezione di moda tradizionale, ancora prima del processo di produzione vero e proprio. La stragrande maggioranza dei tessuti sul mercato non è riciclabile, quindi,se continuiamo a farne uso e a progettare in maniera tradizionale, anche noi giovani laureati o studenti di moda contribuiamo attivamente ai problemi di inquinamento.

Quali cambiamenti pensi che l'industria della moda dovrebbe attuare per diventare un settore più consapevole e sostenibile?
Gli attuali sviluppi tecnologici come il design dei biomateriali e la moda digitale stanno cercando di modernizzare l'industria, e io credo fermamente nel loro potenziale—soprattutto nel digitale, processo che la pandemia ha indubbiamente accelerato. Spero che questo approccio alla moda si affermi sempre di più, perché potrebbe sostituire alcuni degli aspetti più inquinanti della produzione e del consumo della moda tradizionale. Per quanto riguarda il material sourcing, penso che le aziende di moda dovrebbero spingersi oltre il sistema esistente e collaborare con i settori della tecnologia e dell'innovazione, attraverso la condivisione della conoscenza, applicando il metodo STEM e un atteggiamento più trasparenti sui loro processi.

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Quanto tempo ha richiesto il processo di ricerca e sperimentazione? Ci sono stati momenti in cui hai dubitato di te stessa e l'obiettivo sembrava fuori portata?
Tutto è iniziato più o meno un anno fa, durante il mio anno di tirocinio. Trascorrere cinque mesi nel biolab di Amsterdam mi ha permesso di avviare la creazione di una gamma di biomateriali sperimentali, che si è protratta nel mio ultimo anno di Università ed è poi diventata il punto di partenza del mio progetto finale. È stato incredibile potermi immergere in questo viaggio di ricerca tecnologica, raccogliendo conoscenze e ideando nuovi metodi per convogliare il tutto nella creazione di materiali che sono poi diventati i tessuti della mia collezione. Ho affrontato molti momenti di dubbio e confusione, sopratutto perché, avendo adottato un approccio piuttosto non convenzionale alla moda, non c'erano tante indicazioni da seguire o risorse a cui attingere. Tuttavia, è stata una grande opportunità per pensare criticamente in modo autonomo e definire nuove metodologie pratiche.

Il tuo approccio e la tua metodologia sono molto scientifici e precisi. Mi hanno fatto pensare alla mostra di Margiela (4/9/1615), in cui ogni look mostrato era stato trattato con un diverso ceppo di batteri, lieviti e muffe, attraverso il supporto di uno scienziato. Pensi che il fashion design dovrebbe adottare una visione più multidisciplinare, in cui scienza e moda (e altre discipline) si intersecano continuamente?
L'innovazione deriva spesso dalle collaborazioni interdisciplinari, e penso che possano accadere grandi cose quando scienza e arte/moda si influenzano a vicenda. Imparare da una disciplina diversa porta a nuove prospettive, nuove domande e nuove tipologie di pensiero critico, che possono definire e alimentare la tua pratica. A volte, un'idea ambiziosa richiede un metodo scientifico perché si realizzi, e la collezione di Margiela è un ottimo esempio. Penso che le iniziative multidisciplinari dovrebbero essere decisamente incoraggiate di più dal settore della moda, per consentire a più persone di accedere a tecniche, abilità e conoscenze che altrimenti sarebbero difficili da reperire.

Tendiamo a pensare gli abiti come a ricordi dal forte valore emotivo, a parti della nostra storia, ma nel caso dei tuoi capi, una volta decomposti, non rimarrebbe nulla. C'è qualche altro tipo di eredità o segno dei tuoi pezzi che persiste nel tempo?
Il progetto nasce da uno studio sulla nostra cultura consumistica e sui suoi legami con il cambiamento climatico. Come nel mondo naturale, tutti gli oggetti—qualsiasi, di moda o di design—alla fine "si estinguono" o perdono il loro scopo iniziale. Secondo me, spesso proiettiamo le nostre emozioni e i nostri ricordi su oggetti materiali per alimentare una narrazione. Ora, in un momento storico in cui siamo immersi nel regno digitale e di Internet, i dati ci consentono di fare tutto questo su un piano virtuale. L'ultima parte del mio progetto combina infatti la modellazione 3D, i metodi di progettazione generativa e le presentazioni AR/VR, per fare sì che le risorse digitali possano essere archiviate e condivise all'infinito, senza limitazioni fisiche. Nel mio lavoro propongo un approccio alla moda più inclusivo, in cui i valori, le narrazioni e i messaggi racchiusi da capi digitali e oggetti di design possano essere condivisi con chiunque su Internet, stimolando discussioni e riflessioni sulla cultura della moda nella società moderna.

Quali sono stati i tuoi riferimenti estetici e le tue ispirazioni per questo progetto?
Per realizzare il progetto mi sono basata su un ecosistema simulato, ispirandomi alla materialità, al bio-design e ai processi scientifici. Fin dall'inizio della ricerca progettuale, ho intenzionalmente inserito al suo interno l'idea di caos e di entropia biologica. Traggo spunti dai progetti di arte e scienza realizzati dai laboratori di innovazione in tutto il mondo, come il MIT Media Lab, la cui ricerca di design interdisciplinare, accostata a rigorosi esperimenti creativi, mi ha fatto capire l'urgenza di portare avanti questo sistema all'interno della mia disciplina.

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Hai utilizzato la modellazione 3D per ridurre gli sprechi anche all'interno del processo di progettazione, il che è paradossale, essendo il tuo lavoro incentrato sulla materialità. Come hai affrontato questo problema? E quali sono state le tue soluzioni?
Nel processo di progettazione e realizzazione ho prima creato gli stampi di fusione attraverso la modellazione 3D, fabbricandoli con la stampa 3D e il taglio laser prima di entrare nel biolab. Attraverso la regolazione di dettagli con software 3D, sono stata in grado di manipolare le trame dei materiali e altre qualità del biomateriale finale. La tecnica di rendering 3D è un "catalizzatore", che mi aiuta a sperimentare su una grande varietà di materialità. Usare l'animazione 3D come mezzo di presentazione finale può sembrare paradossale per un progetto che esplora la materialità, ma non lo è: significa che il prodotto finale può essere trasformato da tessuti biodegradabili decomposti a una realtà digitale eterna. Una volta che il materiale fisico svanisce, la sua anima viene caricata in un nuovo “corpo” virtuale che non è solo sostenibile ma è anche notevolmente più accessibile.

Una delle cose che colpisce di più del tuo progetto è la qualità performativa dei tuoi oggetti e il modo in cui sembrano avere una propria vita. Qual è il ruolo del corpo umano, quando interagisce con questi capi indossandoli?
I materiali reagiscono attivamente all'umidità e alla temperatura, l'indumento "funziona" quando le parti del corpo di chi lo indossa si muovono o sudano, o semplicemente quando il clima attorno inizia a cambiare. Il materiale è progettato per essere trasparente e simile al vetro, per mostrare l'essenza del corpo di chi lo indossa così com'è. L'indumento non oscura il corpo, piuttosto le due dimensioni coesistono, e quasi non si distinguono; poi, nel momento in cui si scioglie sulla pelle, torna a definire il confine tra la pelle e altri materiali transitori in natura.

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Quali sono i tuoi piani per il futuro?
Accanto a questo progetto, ho creato una capsule collection di indumenti digitali con simulazione di materiali 3D, che è attualmente in fase di sviluppo ed è pensata per essere indossata virtualmente tramite AR e CGI in produzioni creative. Sarà presto disponibile per l'acquisto su una serie di piattaforme di e-commerce. Utilizzando il biomateriale, ho anche creato prodotti per il consumo, che hanno la capacità di degradarsi dopo il tempo di utilizzo previsto o che cambiano dimensione, forma o consistenza in varie stagioni e luoghi. Gli studi sulle fasi di decomposizione del materiale sono molto emozionanti, aprono un mondo intero sul suo potenziale utilizzo, che si tratti di prodotti di moda, oggetti o persino imballaggi.

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Crediti

Testo di Carolina Davalli
Immagini e design di Scarlett Yang

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