Fotografia di Matteo Strocchia

15 domande a Nava, band italo-persiana che ha capito come fare visual che spaccano

Quello di Nava è un progetto che incanala e alimenta, attraverso una collaborazione infinita di talenti, un immaginario di cui la musica italiana ha disperatamente bisogno.

di Amanda Margiaria
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20 luglio 2020, 4:00am

Fotografia di Matteo Strocchia

Nava è un mostro mitologico a due teste; una è quella di Nava Golchini, cantante persiana dal volto magnetico, l'altra è quella di un progetto musicale omonimo, in cui quattro talenti stanno imprimendo un segno tattile sulla scena musicale contemporanea. Il raggio di azione della band nata a Milano, composta appunto dalla frontwoman iraniana Nava Golchini, dal produttore e arrangiatore Francesco Fugazza e dai batteristi Elia Pastori e Marco Fugazza, si è infatti esteso su tutta la capitale lombarda, con l'intenzione di conquistare il mondo intero attraverso dei veri e propri inni di elettronica sperimentale.

Le influenze spaziano da Arca, Apparat, fino a Purity Ring, definendo un gusto musicale eclettico e sincopato, definito dall'armonia sinuosa della voce di Nava, tratto distintivo e fil rouge di tutte le loro produzioni. I testi raccontano di luoghi lontani, di miraggi sfuocati e di come queste rispecchino la profondità delle relazioni umane.

La band ha già collaborato con artisti che dominano la scena italiana, come Lorem, che attraverso il suo studio delle reti neurali ha dato una forma visiva al loro singolo You, oppure Karol Sudolski, che ha curato l'immaginario del nuovo video Skin, per non parlare delle collaborazioni con giovani designer come Giorgia Andreazza, di cui la band ha indossato i capi per il video di Sarabe.

Insomma, una progetto che incanala e alimenta, attraverso una collaborazione infinita di talenti, un immaginario di cui l'Italia sente un forte bisogno. Una visione alternativa su delle narrazioni e verso un'industria troppo spesso legate a degli standard, tradizioni e prassi antiche e obsolete, e che necessitano una boccata d'aria fresca, per spazzarne via l'eccesso.

Non potevamo non intervistarli, e saperne di più su chi solo, cosa vogliono e da dove vengono.

NAVA 15 domande elettronica milano matteo strocchi sarabe

Ciao Nava, che cosa farai oggi? E cosa stavi facendo prima di rispondere a queste domande?
Ciao i-D, oggi devo ascoltare le prove dell’altro giorno e scegliere gli spezzoni che possono diventare canzoni dell’album al quale stiamo lavorando! Poco fa ho finito di guardare Inception, una mattinata molto trippy direi.

Dove sei cresciuta, e com’è stato crescere dove sei cresciuta?
Sono cresciuta a Tehran, una metropoli gigante che è un mix tra Napoli, Shanghai e Atene. Mi sento molto fortunata di essere cresciuta lì, ho avuto mille input diversi dalle scuole che ho frequentato come quella elementare bilingue e il liceo cinematografico.

C'è qualcosa che avresti voluto fosse diversa?
Mi dispiace un po’ di essere cresciuta in una bolla protetta che mi ha tenuta distante da tutte le dinamiche più assurde della mia città. Un esempio leggero: solo l'anno scorso ho scoperto il mondo di concerti underground che caratterizzano la città ed è successo grazie a dei miei amici musicisti. Questo rende ogni ritorno a casa pieno di nuove avventure.

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Nava sei tu, ma NAVA è anche la band di cui sei frontwoman. Come si intersecano le due cose?
Direi che NAVA è un’estensione di Nava frontwoman, come lo è anche per Francesco, Marco ed Elia. È la parte musicale di ciascuno di noi ingigantita sotto una lente d’ingrandimento e proiettata verso un pubblico più grande. La band NAVA è un nucleo di quattro persone a tratti estremamente diverse ma che si completano nel momento in cui si trovano in studio insieme per creare nuova musica. Lo abbiamo sempre fatto nel modo più naturale possibile e senza porci troppi limiti.

Di definizioni su di voi e sulla vostra musica se ne leggono tante in giro: industrial, urban, intersezione tra musica e moda, ad esempio. Ma sono curiosa di sapere come vi definireste voi, se doveste presentarvi a qualcuno che ancora non vi conosce.
Anche noi ne abbiamo lette molte, ma ti dico la verità: non ci rispecchiamo quasi mai nelle etichette che ci vengono date, forse perché non ci piacciono o forse per il semplice fatto che facciamo quello che ci va in base a come ci svegliamo la mattina. Un incubo per i discografici. Ecco.

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È uscito il mese scorso Sarabe, proprio a fine lockdown. In che modo la quarantena ha influito sulla creazione del vostro nuovo EP? Immagino ci lavoraste già da prima, ma vorrei capire meglio quali modifiche ha subito a causa della pandemia, sempre se ne ha subite.
Esattamente, eravamo quasi alla fine del lavoro sul nostro EP (fortunatamente). La virata più grande penso sia avvenuta in fase di realizzazione del video di Sarabe. Per scegliere il set più figo avevamo fatto un sopralluogo nelle cave di Massa in Toscana. E’ successo che il giorno prima di girare è scattato il lockdown della Lombardia e siamo stati costretti a rivalutare tutte le opzioni che avevamo scartato e a valutarne di nuove. Alla fine abbiamo scelto delle cave sopra Brescia e fortunatamente quel giorno è andato tutto alla grande. E’ stato veramente assurdo ma ci siamo divertiti e Simone Rovellini (regista del video) è stato magistrale. Il resto del lockdown è stato costellato di call su Zoom e Wetransfer folders! lol

Il vostro nuovo video, Skin, lo ha realizzato con un membro della i-D Family, Karol Sudolski: perché proprio lui? E com’è andata la collaborazione? So che non era la prima, ed è bello vedere che le great minds think alike.
Skin è una canzone un po’ “outer space”, extraterrestre e sensuale. Parla del fatto che anche se siamo fatti tutti dello stesso materiale riusciamo a farci del male solo sfiorandoci pelle contro pelle. Karol era perfetto per rendere questa idea! Avevamo già lavorato insieme su Ritual e quindi il feeling artistico era già rodato. Ci siamo sentiti su Whatsapp, gli ho mandato il testo e la traccia e lui gasato come al solito si è messo a creare il suo trip su corpi destrutturati in ambienti galattici. E’ assurdo come le immagini che si creavano nella mia testa durante la scrittura del testo, combaciassero perfettamente con quello che aveva in mente Karol.

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In Sarabe canti in inglese, ma parte del ritornello è in farsi. Perché questa scelta?
Sono gli elementi della strofa di Sarabe che hanno triggerato il ritornello nella mia testa. Mentre cantavo la strofa immaginavo una Sahara bianco. L'immensità del deserto che baciava il cielo e un miraggio. Sarabe vuol dire Miraggio in Persiano, ho provato ad evocare questa sensazione con parole in Farsi nel ritornello per la prima volta e il risultato è stato che si sposava perfettamente con il suono delle strofe.

NAVA fa musica da un po’ di anni ormai. Come raccontereste la vostra evoluzione artistica dal 2016 a oggi?
Ogni nostro EP racconta e rappresenta un periodo della nostra vita. In Bones eravamo più duri e metallici, in Sarabe abbiamo fatto vedere il nostro lato più “human” e più “soft”, senza dimenticarci del suono di Bones EP. Le nuove tracce alle quali stiamo lavorando sono un mix di vibes. Abbiamo cambiato il metodo di lavoro che dopo tanto tempo non ci stimolava più. Ci lasciamo trasportare dalla vibe che si crea durante le nostre jam sessions e vediamo dove ci porta. Non poniamo mai degli schemi precisi da seguire ed è per questo che ogni volta la direzione che prendiamo è una sorpresa anche per noi stessi.

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Vista la situazione attuale, portare la vostra musica davanti a un pubblico in carne ed ossa continuerà a essere piuttosto complicato, almeno nei prossimi mesi. In che modo avete reagito a questo cambiamento?
Abbiamo deciso di chiuderci nel nostro studio per suonare e per creare pezzi nuovi. Ci è sembrato di non farlo da un secolo dato il lockdown e dato anche al fatto che siamo stati super presi per l’uscita dell’EP.

Molti locali che hanno ospitato per anni la musica indipendente di Milano stanno chiudendo. Anche l’Ohibò, realtà vicina a NAVA, ha deciso di fermarsi. Queste brutte notizie, secondo voi, cambieranno il modo in cui viviamo la musica dal vivo?
Purtroppo sì, queste realtà davano la possibilità ad artisti emergenti e big di portare la loro musica davanti a un pubblico interessato ed appassionato. Un trampolino di lancio per quelli più piccoli e un ritrovo friendly per quelli già in carriera. Senza la possibilità di iniziare in posti come Ohibò, come si fa ad arrivare a realtà più grandi?

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Tre musicisti da tenere d’occhio nei prossimi tempi?
Nazar, Abyss X.

Dove ti vedi nel 2030?
Spero in un tour mondiale.

Il paradiso esiste? E l’inferno?
Ognuno ha i suoi incubi.

Cosa farai domani?
Devo scrivere i testi per le nuove tracce che stiamo lavorando! E devo assolutamente comprare i biglietti per i Cuori Impavidi festival all’idroscalo.

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Crediti

Testo di Amanda Margiaria
Fotografia di Matteo Strocchia

Per il video Sarabe:

Regista: Simone Rovellini
Attore: Davide Corrado
DOP: Federico Busatto
Styling: Alessandro Mensi
NAVA indossa abiti di Giorgia Andreazza
Assistente alla Regia: Lanky

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