Gruppo di ricerca su Zoom, Milovan Farronato

Dall’arte alla moda, come stiamo superando la pandemia?

Maria Luisa Frisa, Milovan Farronato, Francesco Vezzoli, Nico Vascellari, Linda Loppa, Diane Pernet e Miltos Manetas riflettono su come il lockdown abbia generato progetti e nuove idee.

di Alessio de'Navasques​
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29 maggio 2020, 1:10pm

Gruppo di ricerca su Zoom, Milovan Farronato

Il mondo culturale lentamente si risveglia, musei e istituzioni pubbliche e private riaprono timidamente le porte ai visitatori, ripartendo con la loro programmazione. Il periodo di quarantena è stato un momento di riflessione in qualche modo forzata per tutti, di confronto con noi stessi, di lunghe giornate in cui perdersi nei propri pensieri, nell'immaginare un futuro incerto ma anche nuovo. La dimensione del silenzio delle nostre case, l'atmosfera di sospensione ci ha permesso un'introspezione che forse non avevamo da anni, o che forse non abbiamo mai avuto.

In quanto organismo sensibile, la comunità artistica ha raccolto questo momento per ripensare mezzi, confini, paradigmi dell'essere artista o curatore al giorno d'oggi. Nonostante una grande quantità di progetti spesso deludenti, che ci hanno fatto capire quanto fosse noioso visitare virtualmente un museo, spingendoci a scoprire l'importanza del fruire fisicamente di un'opera d'arte, la creatività non si è fermata e molti artisti hanno reagito con energia e positività, immaginando nuove idee e piattaforme, molte delle quali volte a indagare le potenzialità della dimensione virtuale come spazio libero e infinito, fruibile da tutti e in ogni momento.

Per indagare meglio questo cambio di paradigma abbiamo raggiunto curatori, artisti ed esperti di moda particolarmente attivi durante questo periodo, così da capire come le loro riflessioni, spesso condivise sui social media, si siano evolute in veri e propri progetti durante questa fase di lenta ripresa della vita sociale.

moda opinioni cultura intervista lockdown Francesco-Vezzoli
Love Stories – A Sentimental Survey by Francesco Vezzoli.

"Non mi sono mai preso sul serio," esordisce Francesco Vezzoli, che il 4 maggio ha lanciato sul canale Instagram di Fondazione Prada il progetto Love Stories – A Sentimental Survey by Francesco Vezzoli, in cui attraverso il linguaggio dei social media esplora lo stato emotivo, amoroso e psicologico del pubblico online. "In questo momento, se noi artisti portiamo avanti un progetto non possiamo metterlo giù duro, non quando intorno sta succedendo qualcosa di così grande come la morte. Non possiamo pretendere un'attenzione emotiva sulla nostra arte da chi là fuori sta ancora combattendo." Vezzoli, in totale isolamento da più di tre mesi, ha riflettuto sulle strategie comunicative, in particolare della funzione sondaggio delle storie di Instagram, invitando story dopo story a scegliere tra due diverse opzioni, creando così un nuovo territorio di condivisione di idee, visioni e impressioni su concetti come amore, sesso, identità, corpo.

"Volevo lavorare con i sondaggi da tanto tempo," ammette. "Prima della diffusione del virus avevo pensato di affidarmi ad una di quelle agenzie che elaborano dati, costringendoli a fare delle domande che non avrebbero mai fatto, per capire la dinamica dietro a questo sistema. Volevo sondare gli animi attraverso il canale dei social media che, in questo frangente storico, sono il filtro attraverso cui guardiamo il mondo. L'arte ha un rapporto irrisolto con la dimensione della virtualità quando si parla di social media: per me l'unico modo per approcciarli è quello di considerarli semplicemente un mezzo come un altro, come pittura, scultura, video.”

Vezzoli ha dunque usato Instagram come strumento di ricerca sociale, ed emotiva. “Sono tutte storie d'amore in qualche modo iconiche," conclude. "La parte più complessa è stata quella testuale: riuscire a costruire due diverse narrative tra l'immagine e la caption, in un sistema che non prevede il racconto di una storia. Per ogni sondaggio ci sono un'infinità di livelli e significati diversi: per esempio il confronto tra Caravaggio e American Horror Story, non sappiamo come effettivamente sia vissuto da chi lo vede, quanto sia percepito con ironia o meno. Abbiamo in qualche modo spostato il medium su altro."

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Nico Vascellari DOOU.

Con la performance DOOU, durata 24 ore non stop e trasmessa in streaming su Youtube e Instagram, l'artista Nico Vascellari ha messo in rete il suo ultimo progetto nel pieno della quarantena, come risposta digitale al suo storico hub di idee CODALUNGA. Un vero e proprio canale dedicato alle sperimentazioni audiovisive, che al suo debutto ha avuto più di 60mila visualizzazioni in 26 paesi del mondo, grazie ad una campagna social pensata dallo stesso artista come parte dell'opera d'arte. “L’idea è quella di riuscire a commissionare nuove opere ed esperimenti ad artisti internazionali," ci ha spiegato.

"Per farlo è stato ideato un sistema per il quale ogni artista sostiene quello che lo succederà. Durante la mia performance, e per alcuni giorni antecedenti e successivi, l’eshop di Codalunga ha reso disponibili alcune mie edizioni e il ricavato verrà interamente utilizzato per la prossima commissione. È un’idea alla quale fantasticavo da tempo, ma sicuramente lo stato attuale delle cose ha accelerato la sua messa in atto.” Nascono così nuovi spazi immateriali, autosufficienti e liberi dalle sovrastrutture di musei e gallerie, per diffondere forme di cultura democratica, fruibile da tutti, solo accendendo il proprio telefono o il computer. Dimensioni della creatività indipendenti che costruiscono nuove frequenze e punti di vista sulla virtualità, che sembra ancora un territorio per certi versi inesplorato, nonostante una sperimentazione che parte dai primi anni '90.

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Condizione Assange, Making of.

Un processo inverso, invece, per l'artista greco Miltos Manetas, che indaga attraverso il supporto pittorico la parte reale del virtuale, la parte più sensuale dell'esperienza online. Condizione Assange, visibile sul profilo Instagram dedicato, si è materializzata in un'esposizione che non sarà mai fisicamente accessibile, mantenendo questa condizione anche quando Palazzo dell'Esposizioni a Roma, sede della mostra, ha riaperto al pubblico. Il momento di isolamento vissuto da tutti noi negli ultimi mesi offre infatti l'occasione a Manetas per creare un ciclo pittorico che non è solo una denuncia della condizione di reclusione--prima da rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, poi, dopo il “sequestro”, nelle prigioni inglesi--ma la condivisione di un sentimento di vuoto e silenzio, quello provato da Julian Assange, per aver rivelato pubbliche informazioni segrete.

"Questo lavoro non l'ho lanciato io, si è lanciato da solo," spiega Manetas, raggiunto virtualmente nel suo studio di Bogotà, in Colombia. "Ho passato i primi 50 anni della mia vita senza interessarmi a quello che succedeva ai più vulnerabili. Né pensavo a quello che succede a noi privilegiati come riflesso di quello che vivono loro. Le conseguenze dei nostri privilegi sono infatti completamente nascoste alle nostre società e finora ho trovato molto difficile relazionarmi con esse. Ora non posso più ignorare la questione e, come risultato, le mie priorità sono cambiate. Mi trovo a cominciare opere piuttosto impegnative come #AssangePower che possono anche diventare un incubo. Pensa solamente se Assange si troverà a passare i prossimi vent'anni della sua vita sequestrato: dovrò dipingere - e regalare - 7300 ritratti! La cosa strana, pensandoci su, è che non mi prende il panico, anzi, sono felice, mi sento che finalmente sto pagando le tasse, e non rispetto al "loro" sistema, ma al mio!" conclude Manetas, rivelando un pensiero profondo sul ruolo stesso dell'artista, in questo momento in un senso di comunità più ampio.

Tiziana Painimoda opinioni cultura intervista lockdown
Tiziana Paini nel ruolo di Medusa, gruppo di ricerca su Zoom.

I labirinti della comunicazione e le loro infinite possibilità di riproduzione ci hanno invece fatto capire come le piattaforme di video-comunicazione possano aprire l'intimità delle nostre case ad una dimensione corale, creando scambi inaspettati, tra virtualità e interiorità, domestico e pubblico, reale e immaginato. A confermarci questa impressione è Milovan Farronato, curatore del Fiorucci Art Trust e del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2019. "Mi sono dedicato al personale intrattenimento, cordiale e consapevole, con uno gruppo stimolante di amici," ci racconta oggi. "Ho coinvolto alcuni artisti legati alla storia del Fiorucci Art Trust, come Sissi, Alex Cecchetti, Camille Henrot o le curatrici Lavinia Filippi, Stella Bottai e Rita Selvaggio, così da creare nuove compagnie eterogenee ed eteroclite."

Farronato riconosce dunque come le riunioni su Zoom siano diventate un territorio nuovo tra performance, gioco e teatralità. Un metaforico seme spontaneo di nuovi progetti a venire. “Ogni sabato dall’inizio della pandemia ci siamo collegati su Zoom per letture combinatorie inedite; focus su alcuni personaggi storici e varie ed eventuali interpretazioni di copioni scritti insieme. Un’esperienza collettiva, graduale e spontanea, la più proficua sperimentazione di questo periodo. Siamo approdati a inscenare piccole, ma frizzanti rappresentazioni teatrali . C’è chi si è occupato dei costumi, chi delle scenografie. Chi ha offerto dei cameo. Chi ci ha dato lezioni di regia e chi ci ha introdotti al teatro povero di Grotoswky. Zoom è stato il mezzo. L’ozio creativo la motivazione. La distanza non una problematicità. Il processo è ancora in febbricitante divenire. Quando con Nicoletta Fiorucci approdammo ai piedi del vulcano di Stromboli nel 2008 non sapevamo che qualche estate dopo, come conseguenza di un tempo qualificante e dilatato in compagnie interessanti, avremmo fondato un festival d’arte contemporanea.”

Think Work Observe Dune moda Moda opinioni cultura intervista lockdown
Dune Dark Room, marzo 2020, fotografia di Think Work Observe 4.

Anche il mondo dell'editoria sembra per alcuni versi pervaso da nuova energia ed interesse. È il caso della rivista dedicata ai fashion studies Dune, pubblicata da Flash Art e diretta da Maria Luisa Frisa--direttore del corso di laurea in Design della moda e Arti Multimediali allo Iuav di Venezia e curatore di moda, la cui ultima mostra è Memos, presso il Museo Poldi Pezzoli di Milano. Dune ha debuttato ad aprile con il primo numero, e il team è ora al lavoro sulla seconda edizione. “Abbiamo pensato che il lockdown, luogo della sospensione e dell’attesa, poteva fare spazio alla condivisione della materialità di un oggetto, di una rivista che voleva proporre un nuovo territorio di condivisione delle idee," ci spiega Frisa, raggiunta virtualmente nel suo studio veneziano. "In autunno uscirà il secondo numero, Manifesto, che manterrà il carattere ibrido ed eclettico del primo, in cui la moda è in costante dialogo con gli altri linguaggi della contemporaneità. Non mancheranno sperimentazioni sia sul piano dei contenuti che su quello grafico, nell’ottica di un progetto editoriale polifonico e inclusivo: stiamo ricevendo numerose proposte attraverso la Call for Paper." La carta stampata, se pur in ambito accademico, si configura dunque come un nuovo territorio aperto, intrecciando molteplici scritture su moda, design e cultura visuale.

E dato che la moda è da sempre luogo vibrante e sensibile di sperimentazione, abbiamo chiesto a Linda Loppa—art director, consulente ed esperta di moda, conosciuta in tutto il mondo per il suo ruolo fondamentale nella formazione tra la Royal Academy of Fine Arts di Anversa e il Polimoda di Firenze e oggi membro dei 500 di BoF—come la nuova generazione di creativi stesse reagendo a questa esperienza di vita. “La moda è più che un prodotto; è un’attività creativa, guidata dall’estetica che alla fine porta ad un abito, ad una scarpa o ad una borsa," ci ha risposto. "A casa, connessi attraverso i canali digitali, abbiamo trovato un riscontro molto più umano di quello che abbiamo sempre avuto assistendo personalmente agli show a Milano o a Parigi. Diamo a questo nuovo modo di pensare una possibilità! Concentriamoci nel creare un desiderio che sia basato sull’onestà, fatto da persone che siano giustamente pagate. In altre parole, lasciamo che sia questa lezione, imparata riflettendo su etica ed estetica, a guidarci. Resettiamo l’orologio, rallentiamo e torniamo alla creatività, alla condivisione dei valori, a quel livello emozionale che ci caratterizza; dobbiamo seguire l’istinto e tradurre i desideri a livello globale in una scala più umana. Possiamo e dobbiamo!”

Blejzca moda opinioni cultura intervista lockdown
#LOCKDOWN HOME MOVIES_Quarantine by Blejzca.

Un nuovo modo di pensare che sta cambiando i tempi della moda, ma anche delle manifestazioni culturali come i festival, per questo abbiamo sentito Diane Pernet: pioniera dei fashion film festival, con il suo ASVOFF campiona i migliori corti del mondo della moda da oltre dieci anni. “Quando è scoppiata la pandemia, devo ammettere di aver pensato di stare vivendo tra le pagine di quel romanzo di Stephen King, The Stand," ammette. "Quando lo shock è passato, comunque, ho iniziato a pensare a come volevo reagire. Così ho lanciato una sezione speciale di ASVOFF 12 dedicata ai #LockdownHomeMovies per documentare questo periodo ignoto, quasi fantascientifico, e vedere come i creativi di ogni ambito rispondessero. La mia idea è essere una voce globale per la cultura, non solamente limitata alla moda. E questo è stato il primo passo per approfondire sempre più il mio orientamento.”

Una democratizzazione imprevedibile per manifestazioni frequentate fino ad ora solo ad un pubblico di addetti ai lavori tra fotografi, registi e designer di moda, che si aprono invece ad una visione globale e condivisa. La distanza e il vuoto del momento di lockdown sembrano aver dato la possibilità di ripensare modi, tempi e mezzi della moda e dell'arte, con progetti concreti che aiutino a ripartire per costruire un futuro creativo consapevole, meno autorefereziale e più aperto verso il mondo.

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Crediti:

Testo di Alessio de Navasques
Tutte le immagini su gentile concessione degli uffici stampa

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