Fanno dei giri (immensi) e poi ritornano: intervista alla Gang of Ducks

Di parole come contaminazione musicale, delocalizzazione, digitalizzazione e altre che invece continuano a non passare di moda. Ne abbiamo discusso con la label torinese attiva dal 2013.

di Carlotta Magistris
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16 novembre 2021, 10:45am

C2C Festival è stato una dei primi inviti “ufficiali” che ha riaperto le danze della musica elettronica in Italia, in una Torino dove forse, quest’anno ancora più degli anni scorsi, si sono accavallati una moltitudine di eventi contemporanea—oltre a C0C “The Festival As A Performance”, anche i vari spin-off di Artissima, e non senza contro-eventi per criticare questo rischio di saturazione (vedi Shit Parade, manifestazione che sabato 6 novembre 2021 ha dominato le strade di Torino). 

Che Torino oggi piaccia molto a chi segue un certo tipo di rinascita della club culture nostrana non è un mistero. E per capirla meglio, questa rinascita, serve andare a parlare con chi l’ha vissuta dagli albori e ha accumulato quel po’ di elementi necessari per leggerla. Gang of Ducks è una label attiva dal 2013 nella capitale sabauda e, quando è nata, parecchie cose erano diverse, lì come ovunque. Poi di mezzo c’è stata la scelta di partire per un contesto più ampio, la crescita e il ritorno, con un contenitore culturale in costante mutamento tra digitale e dimensione irl delle grandi metropoli, croce e delizia della creatività

A posteriori della prima serata di C2C Festival di giovedì 4 novembre 2021, curata proprio dal collettivo, abbiamo parlato con Stefano, Alessio e Francesco di tutto questo, per provare a dare un mosaico di chiavi di lettura di questo momento storico, in cui raccogliere, conservare o buttare i pezzi di quello che c’è stato finora per un ipotetico futuro della musica da (ri)costruire. 

Ciao GOD come state? L’ultima e penso unica intervista uscita per Noisey è del 2013, quasi otto anni fa. Immagino che foste agli albori della crew, ma ormai siete in giro da un po’ per avere voce in capitolo. Com’è cambiata Torino in questo arco di tempo e com’è cambiata la vostra percezione della città?
S: Quando abbiamo iniziato era un periodo di declino per Torino. Il periodo successivo alle Olimpiadi invernali del 2006 le aveva dato un gran boost di club, nightlife e tutto il resto, poi hanno iniziato a chiudere i murazzi e i locali e noi, che organizzavamo serate. ci siamo trovati a stare sempre più in casa. Lì è nata l’idea di fondare un collettivo. Intanto, Alessio è andato a Berlino insieme ad altri componenti della crew del tempo, io mi sono mosso tra Barcellona e New York e si è creato un momento di dispersione. Ora, da un due o tre anni, siamo di nuovo fissi qui.

A: Al tempo, la label era più che altro based a Berlino, casa mia e di altri due ragazzi la consideravamo più o meno la nostra sede, e almeno un weekend al mese ci raggiungevano tutti lì.

S: Ora che siamo tornati abbiamo la netta percezione di rivivere una risalita della vita di Torino.

E in voi, invece, cosa è cambiato? 
F: Un sacco di cose. Una sono i componenti. E di conseguenza l’approccio, che su certe cose è diventato più maturo: abbiamo capito come gestire meglio i tempi e fare coincidere i propri progetti individuali—sia quelli discografici che gli altri—, mentre all’inizio il mood era molto più jump-in e “vediamo cosa succede”.

S: Quando abbiamo avviato il progetto non avevamo idea di come si gestisse una label e neanche amici che ci potessero dare consigli, anche perché non c’erano altre situazioni in Italia da prendere come modello. Alcune persone hanno avviato i propri progetti in contemporanea con noi (Detail Sound a Torino, Hunter Records a Milano), ma eravamo tutti nella stessa situazione in cui nessuno sapeva bene come si faceva anche solo a stampare i dischi. Quindi abbiamo imparato in itinere, facendo cazzate e correggendole.

F: Ricordo una delle nostre prime release, in 300 copie, My Panda. In quei giorni avevamo invaso casa di un nostro amico con i dischi che avevamo sterigrafato uno a uno, fronte e retro, lasciandoli sugli stendini per farli asciugare e poi ripassarli.

A: Poi, chiaramente, essendo fatte a mano, una percentuale veniva sempre male, e quindi dovevamo cancellare e rifarne una parte… è stato un processo veramente lungo per fare uscire un disco.

Partendo proprio da questo e pensando a oggi, in cui il ruolo delle label è in mutazione e il digitale è diventato preponderante nella distribuzione musicale—penso a un’altra label sabauda come Paynomindtous, ultra digitale—, come vi collocate rispetto al discorso del supporto fisico o digitale? Valore rituale e cultuale del supporto fisico e della sua ricerca o velocità low cost e decentralizzazione del virtuale? 
A: Fin dall’inizio eravamo convinti del fatto che la label fosse più based su Internet che in una città, quindi abbiamo sempre vissuto il digitale in maniera massiva. Nonostante questo, abbiamo sempre cercato di appoggiarci a release fisiche.

F: Anzi, all’inizio la release virtuale non era proprio contemplata. Ma era anche un altro momento storico. Per esempio, pochissime persone parlavano di Bandcamp, che ora è la principale piattaforma tramite cui chi seguiamo si sponsorizza. Chiaramente, una release digitale non ha meno valore di una fisica, ma il feticcio del supporto fisico dà qualcosa in più. E poi, fare un disco ti permette anche di lavorare su un concetto grafico. Ora, per esempio, abbiamo fatto una release digitale accompagnata da una T-shirt. 

S: Esatto, Paradisia è una compilation che non ha supporto fisico ma una maglietta: l’idea è sempre quella di legare qualcosa di fisico a un’uscita digitale, ma creando un immaginario estetico diverso da quello del disco, attraverso shooting che la mostrano in determinati contesti. 

A: Un oggetto come il vinile lo compri per suonare e lo metti nella tua library a casa come archivio. La maglietta, invece, è un oggetto che può essere indossato, portando in giro, in contesti imprevedibili, un pezzo della label.

S: Il vinile lo compra solo chi suona o chi ha il giradischi, mentre la maglietta è un oggetto più universale da possedere. 

F: Ad esempio, io ascolto un sacco di musica, ma non sono un cultore del vinile come loro.

Parliamo proprio di questo. Dove trovate la musica che ascoltate? Fate digging virtuale o la cercate nei negozi di dischi?
A: Purtroppo, non avendo a disposizione negozi di dischi in cui trovare quello che cerco, spesso finiamo per acquistare musica online. Soprattutto quando dobbiamo suonare, la velocità del digging virtuale è fondamentale. 

S: A Torino acquisto poco, ma quando sono in giro in qualche città vado sempre nel negozio di dischi locale, su cui magari mi sono informato prima, a prendere qualcosa. Mi piace avere un legame affettivo del tipo “quello l’ho beccato ad Amsterdam”, e legarci un ricordo particolare. Mi piace anche molto lo scambio di vinili con altre realtà o persone. Per un dj set è diverso, scarichi un sacco di cose che magari ascolti una volta e poi rimangono nel tuo computer, a volte anche rischiando di non dare la giusta dignità alla traccia in sé.

Il digital, però, ti permette una sostenibilità economica e una velocità diverse.
S: Certo, e poi sul digitale, tramite i correlati, puoi avere accesso a selezioni di altre persone affini a te. Bandcamp è totalmente anarchica come esperienza. Senti un disco, vedi chi lo ha comprato, vedi cos’altro hanno comprato loro, e scopri cose nuove, non c’è un algoritmo che decide le scelte delle persone; spesso incontro utenti con gusti come i miei e di conseguenza trovo un sacco di cose nuove affini a me. È una contaminazione particolare.

A: Siamo Bandcamp da un annetto circa. Prima ci appoggiavamo al nostro distributore, che metteva in giro le release. Ora quel sistema c’è sempre, ma si è aggiunta anche la possibilità di avere un rapporto diretto con chi ci segue e di comunicarci.

S: Sono curioso di vedere tra quanto si rovinerà la cosa.

Noto spesso come le persone che sono cresciute col vinile vedono nel digitale un potenziale infinito, mentre chi è cresciuto con Internet ama il valore nostalgico del vinile. 
A: Col vinile, funzionava che chi beccava le bombe le poteva suonare, e tu che arrivavi tardi non ce le avevi. 

S: Siamo cresciuti esattamente a metà tra le due dimensioni, facciamo parte del digitale a pieno regime, ma non siamo nativi digitali e abbiamo scoperto la musica coi dischi. È assurdo.

E quindi, qual è il ruolo di una label in questo momento storico? Mi riferisco anche al riaffacciarsi a una dimensione culturale esperienziale, ma non solo.
F: Per chi ha dei progetti in cui produce qualcosa, questo è il momento di spingere e continuare a fare, per ovviare anche solo a livello di sensazione a questo stop mentale. Anche se la maggior parte delle persone che fanno quello che facciamo noi non si sono mai fermate.

A: Per me la pandemia è stato uno stop in cui mi sono preso un momento per riflettere su quello che stavo facendo. Ci siamo confrontati anche tra di noi per ristudiare determinati punti del progetto, e questo ha legato la crew ancora di più. Adesso abbiamo le idee più chiare su dove vogliamo andare e, dal lato comunicativo, su cosa vogliamo fare arrivare della label alle persone, al di fuori degli amici che già conoscono il progetto.

Le persone si sono fatte inibire da questo momento storico? Come le avete viste tornare ai live? Pensando anche ai tre giorni di C2C Festival in cui siamo immersi.
F: Secondo me, la gente era felice di tornare a sentirsi la musica live. Da un punto di vista fisico, con la limitazione di capienza, non è (ancora) come prima, ma la gente ha voglia di starsi vicina sottopalco. Per questo, per la serata di giovedì di C2C Festival di cui abbiamo fatto la curatela, avevamo le nostre pare: che il running order fosse giusto, che le persone fossero preparate… Poi ci siamo detti: la gente ha solo voglia di sentire la musica e di ballare; anche se metti la cassa dritta all’inizio e l’ambient alla fine.

A: Una voglia di ritrovarsi, ma più consapevole. Oltre a noi, anche le persone hanno ascoltato parecchia musica con un orecchio diverso durante il lockdown e si siano approcciate a suoni non convenzionali. C’è meno la pressione di dover mantenere una certa pista, e mi sembra che la situazione sia un po’ più avventurosa.

S: Essendoci stati così pochi eventi, è chiaro che ti approcci con meno giudizio e con più spontaneità e genuinità. Credo che sia un atteggiamento che rimarrà per un po’.

A: Spero che rimanga perché a me piace molto. 

Eccolo, un lato positivo di tutto questo.
S: Durante il lockdown mi aspettavo che ci sarebbe stata una nuova Age of Love delle persone verso gli eventi. Ora, spero, ne stiamo vivendo gli inizi, poi, quando si tornerà alle capienze originali, lo vedremo per davvero.

Ok, ultima domanda. Un po’ di tempo fa la Gang of Ducks si collocava a metà tra Torino e Berlino, ora è ancora così berlinocentrica o simil-centrica la situazione musicale europea dal vostro punto di vista? 
S: Questo è un punto interessante. La nostra scelta di tornare a Torino aveva un che di politico. Del tipo: è inutile che andiamo tutti nelle stesse città a fare tutti la stessa cosa. È più interessante, al momento, la decentralizzazione, anche perché Berlino è totalmente saturata, Londra il triplo, e così via. Siamo convinti che si possa fare quello che si vuole stando dove si è, anche se a volte sembra una lotta contro i mulini a vento e ti senti svantaggiato sotto diversi punti di vista. Però sei nella tua città, e vedi le nuove generazioni che propongono. È bello essere al centro della propria scena locale, invece di andare a sgomitare per entrare nel circuito di una più grossa.

F: Lo show dell’altra sera a C2C Festival rappresentava questo: raggruppare una serie di persone che sono passate da Torino per un motivo o un altro a portare un proprio contributo musicale. Ad esempio, Kelman Duran: lo avevamo conosciuto in Svizzera a una data. Poi degli amici ci hanno chiesto dei consigli per un artista da inserire in una residenza, e abbiamo suggerito lui, che così si è fatto tre mesi a Torino dal nulla. 

S: È figo, perché la gente arriva a Torino senza aspettarsi niente e poi magari invece rimane stupita dall’energia che ci trova.

A: Avendo vissuto in un posto come Berlino, dove sei bombardato da una serie di input molto forti, inizi a farti condizionare dalla cosa, mentre stando in un contesto più limitato inizi a sviluppare qualcosa di più personale, senza farti fagocitare dal trend. 

Ok. Quindi cercare le proprie contaminazioni lontano da dove le cercano tutt*. 
S: Sì, e aggiungo che, se ogni tanto non vai nei grossi centri, perdi un po’ il contatto con le cose che girano davvero. Banalmente, anche perché, stando qui, parli sempre con le stesse persone delle stesse cose, mentre lì becchi reference diverse e cresci in un certo modo. Ma anche al di fuori di Berlino, che siano le montagne in Tibet o altro (penso a Sara Berts, con cui ho suonato giovedì, che ha trascorso tre mesi in Amazzonia in un centro sciamanico e ha riportato questa esperienza in un disco uscito per GoD): viaggiare e riempirsi di cose che poi possono essere messe dentro alla label. 

F: O fuori. 

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Crediti

Testo: Carlotta Magistris
Fotografia: Marco Valli

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