Fotografia di Rosario Rex di Salvo

Paura è il brand italiano che unisce tecnica sartoriale e follia

Completamente made in Italy, Paura mixa streetwear e tailoring.

di Giorgia Imbrenda; foto di Rosario Rex Di Salvo
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28 gennaio 2020, 11:36am

Fotografia di Rosario Rex di Salvo

Rebel Label è la rubrica di i-D che incontra, intervista e qualche volta fotografa i brand emergenti (e non) in Italia. Oggi è il turno del designer Danilo Paura, Direttore Creativo di Paura. Lo abbiamo incontrato durante la Fashion Week di Milano A/W 2020, durante la quale il brand ha introdotto al pubblico la nuova collezione con uno show a metà tra presentazione e sfilata che ha fatto molto parlare di sé per i beauty look eccentrici dei modelli, oltre che per l'attenzione al tessuto e il dettaglio di ogni capo presentato.

intervista danilo puara

Parlaci di te, del tuo passato e di tutto ciò che hai fatto prima di decidere di avviare il tuo brand.
Sono nato e cresciuto in un piccolo paese in provincia di Cosenza, sempre consapevole della necessità di usare l'arte per comunicare quello che sento. Ho studiato Costume e Moda a Rimini, ma la mia vera palestra è stata il retail: tanti anni a Riccione, dove per la prima volta ho vissuto la stravaganza e la diversità come qualcosa di cui poter essere orgogliosi. Erano gli anni del clubbing esclusivo e senza freni; anni che mi hanno dato la possibilità di esplorare la bellezza attraverso forme diverse dall’ordinario.

E poi? Com'è nato il tuo brand?
Ho iniziato un pò per gioco con t-shirt e felpe; le mie prime collezioni nascondevano provocazioni, messaggi irriverenti e richiami all’arte di strada. Io mi sento un pò così, un artista di strada che sceglie un tessuto piuttosto che un muro come superficie da cui partire. Nel 2012 violentai il logo di Prada scrivendo Paura su una t-shirt: giocando con il concetto di familiarità, ci si accorgeva che c’era qualcosa di strano in quel logo, e quando ci si girava per guardare meglio, proprio in quel momento nella schiena era visibile la scritta FAKE, il mio sigillo. Volevo stravolgere il concetto di autenticità, ma attraverso la parola che per antonomasia esprime il concetto contrario.

intervista danilo paura

Ma come racconteresti la tua evoluzione in quanto designer? Da quando hai iniziato a oggi, in che modo sono cambiati i tuoi capi e la loro estetica?
Una cosa rimane indelebile: esprimere un concetto, creare una distorsione, stimolare una riflessione. Le mie collezioni mi danno la possibilità di auto analizzarmi, spronandomi ad uscire allo scoperto. Prendiamo l'ultima collezione: ho lavorato su alcuni capi GILDAN [brand di maglieria basic scelto spesso per stampare magliette promozionali, NdA] utilizzandoli come fogli bianchi per raccontare il moodboard di collezione. Il resto della collezione, invece, esprime l’artigianalità come arma di speranza, la miglior forma per affrontare il futuro prossimo: il maglione patchwork, sviluppato per la F/W20 con gli scarti dei maglifici, è la sintesi del concetto di provocazione: siamo lo scarto della moda, ma ciò che spesso viene scartato diventa la fortuna di chi lo sa apprezzare rivalutandolo. Insomma, mi sento cambiato, ma non ho mai perso di vista il goal e continuo a sentire sempre la stessa esigenza; quello che è cambiato è il modo in cui ho deciso di raccontarlo.

Com’è nata l’idea di rebranding? E secondo te quanto è importante oggi sapersi rinnovare, specialmente in un mondo che va così veloce?
Ci sono cose che non si riescono a spiegare; credo di aver fatto tante cose positive, ma altrettante negative. Per me è stato come celebrare un nuovo inizio senza rinnegare il passato: non tutte le cicatrici sono inutili, anzi ad alcune si guarda con orgoglio. Gli errori fanno crescere e maturare, la collezione stessa è frutto dei miei sbagli. Ci sono posti maledettamente uguali da secoli, ma affascinanti proprio per questo. Nel mio caso vivo il presente come un punto di inizio, fatto di consapevolezza, strategia ed obiettivi: se avrò fatto bene o meno lo dirà il tempo.

intervista danilo paura

Qual è stato il momento più difficile della tua carriera finora?
Credo sia questo il momento più difficile: sapere di potermi conquistare quello che ho sempre sognato mi terrorizza, ma allo stesso tempo mi elettrizza. Oggi ho delle carte da giocare, so di poter raccontare in maniera orgogliosa la mia storia e so di meritarmi il posto che occupo.

Come definiresti in tre parole il tuo brand?
Rassicurante, dolce e allo stesso tempo complesso.

Cos’ha secondo te Danilo Paura ha di unico? Insomma, qual è l’elemento che lo differenzia da tutti gli altri brand presenti oggi sul mercato?
Siamo tutti uguali, quindi estremamente diversi, la cosa che lo rende unico è l’esigenza da cui parte.

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C'è un personaggio, realmente esistente o inventato poco importa, che credi rappresenti i codici estetici del tuo brand?
Shia LaBeouf, con cui sento di avere qualcosa in comune.

I tessuti che scegli di utilizzare sono molto tecnici e ricercati. Qual è il motivo dietro questa scelta? È una decisione esclusivamente dettata dallo stile o anche pratica?
Giocano un ruolo fondamentale: per esprimere Made in Italy non si può tralasciare la storia dei tessuti. Spesso parto proprio dal tessuto per creare un nuovo capo: lo vedo, me ne innamoro, inizio a fantasticare e gli creo l’abito su misura, la forma dopo la materia. Certo, siamo anche fortunati nell’aver trovato partner che condividono i nostri valori di qualità, artigianalità e storia, da Majocchi per la parte più tecnica a Vitale Barberis come sinonimo di sartorialità.

Negli ultimi anni hai fatto realizzato collaborazioni con diversi brand. Qual è la tua opinione sulle collaborazioni?
Collaborare significa crescere, avere un‘opportunità per migliorarsi, condividere un pensiero, lavorare in gruppo verso una direzione comune. Ogni collaborazione è nata in maniera diversa e tutte hanno un ruolo ben preciso nel mio percorso. Kappa, Diadora, Superga, Raparo, G-Shock: ogni progetto è nato per un bisogno e si è sviluppato su una strada ben precisa. Ogni collaborazione equivale ad una sfida in cui posso mettermi alla prova e questo è quello che più mi stimola.

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Se dovessi scegliere tre designer con cui andare a cena stasera, chi sarebbero? E in quale ristorante li porteresti?
Non sono un amante della cucina, fosse per me mangerei riso in bianco e tonno per 300 giorni all’anno, ma adoro invitare le persone a casa mia. Se Manni accettasse di cucinare per noi, vorrei poter avere al mio fianco Paria Farzaneh, Dries Van Noten e Hiroki Nakamura. Sono certo che dopo le sue orecchiette capirebbero ancora meglio cosa vuol dire Made in Italy.

Cosa c'è nel futuro del tuo brand? E dove ti vedi tra 5 anni?
Che ansia, cinque anni son lunghi. Ho un sogno che non svelerò prima di avere la certezza che si possa realizzare: sento la necessità di far crescere il brand di pari passo ad un progetto culturale; mi vorrei vedere presto dietro quelle meravigliose quinte rosse. La strada è tortuosa, dobbiamo imparare ad essere internazionali, ma il team è pronto e sulla giusta rotta.

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Crediti

Testo di Giorgia Imbrenda
Fotografia di Rosario Rex di Salvo

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