Il debutto di Arya nella musica italiana è tutto quello di cui abbiamo bisogno oggi

Abbiamo intervistato Arya per parlare del suo primo EP, che suona come vorremmo suonasse il nostro futuro: internazionale, caldo e rassicurante.

di Amanda Margiaria
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11 febbraio 2021, 10:29am

In un panorama musicale sempre più saturo, in cui le voci diventano indistinguibili e si sovrappongono le une alle altre, il talento Arya brilla di luce propria, ma senza oscurare ciò che la circonda. La incontriamo per parlare del suo album di debutto, Peace of Mind, che pubblica con la neonata label Atelier 71 e che ci ha colpito per la consapevolezza musicale incastonata in ogni traccia.

Già corista di Ghemon e Venerus, Arya è cresciuta in una casa dove la musica è sempre stata parte integrante della vita quotidiana. Le sue reference sono internazionali ed eterogenee, ma è impossibile non sentire nei suoni del suo primo EP l’influenza di nu soul, hip hop e r&b d’oltreoceano. “Ho sempre saputo di voler fare musica,” racconta. “Il mio corpo, come succede quasi sempre, ha anticipato la mia mente. Uno dei primi ricordi musicali che ho è quello di mio padre che, in uno dei nostri innumerevoli viaggi in macchina, mi insegna a sentire la ‘clave’, la base della musica salsa. Non a contare, ma a sentire. In quel momento qualcosa è scattato in me.”

Quello che non sapevamo prima d’intervistarla, però, è che dietro la sua musica calda e avvolgente c’è un’artista che s’interroga continuamente su di sé e ciò che la circonda. Osservare il proprio io, e contemporaneamente il modo in cui si relaziona con il mondo esterno: sembra essere questo il fil rouge che unisce le tracce di Peace of Mind, che potete ascoltare qui, mentre leggete la nostra intervista ad Arya.

Intervista ad Arya per il suo primo EP - Fotografia di Yuri Yudin 2.jpg

Ciao Arya, che cosa fai oggi? E cosa stavi facendo prima di rispondere a queste domande?
Ciao! Passerò la mattinata in studio con il mio manager, Desperado Rain: stiamo lavorando a una sorpresa che uscirà tra non molto. Prima di rispondere a queste domande invece stavo ascoltando l’ultimo album di Jazmine Sullivan.

Dove sei cresciuta, e com’è stato crescere dove sei cresciuta?
Sono nata e cresciuta a Milano, da mamma italiana e papà venezuelano. Ho sempre avuto uno strano rapporto con la mia città, odi et amo. Fino a qualche anno fa non la sentivo mia, mi era estranea. Poi, in concomitanza con l’inizio della mia carriera artistica, entrando a contatto con nuove persone e nuovi quartieri, ho iniziato ad apprezzarne le sfumature più profonde. Ora camminare per le sue strade mi riempie di gioia.

Quando hai iniziato a fare musica? E cos’è che ti ha fatto dire: hey, ma io questa roba voglio farla per lavoro?
In realtà ho sempre avuto il pallino di fare musica. Mio papà è un cantante di salsa e con la musica ci sono cresciuta. Ho iniziato a scrivere musica mia relativamente tardi, attorno ai 18 anni, e da allora ho attraversato tanti momenti di indecisione, che mi hanno fatto vacillare. Nel febbraio 2017, durante un concerto ho realizzato di essere nel posto giusto al momento giusto e di star facendo la cosa che più mi rappresentava. E lì è cambiato tutto.

È uscito da pochissimo il tuo EP d’esordio, Peace of Mind. Mi racconti la genesi di questo lavoro? Immagino tu ci tenga molto, dato che segna il tuo debutto nell’industria musicale.
È un lavoro a cui tengo tantissimo, di cui vado estremamente fiera. Mi piace pensare a questo EP come ad un insieme di fotografie dei due anni che sono passati tra la scrittura del primo brano e l’uscita del disco. È una testimonianza dei miei cambiamenti, ma anche di com’è andato modificandosi il rapporto che ho con diversi macrotemi (l’amore, la distanza, la consapevolezza e il controllo, ad esempio). Il primo brano risale a settembre 2018, quando ho iniziato a lavorare con la mia attuale etichetta, Atelier71. Era un momento in cui sentivo in maniera molto pressante l’esigenza di esprimere la mia arte senza compromessi o imposizioni, con libertà e naturalezza. Da allora, ho sempre continuato a intendere la musica in questo modo, e spero di essere riuscita a trasmettere le mie intenzioni in Peace of Mind.

“Mi ha sempre messo un’ansia incredibile l’idea di andarmene da questo mondo senza aver lasciato una traccia tangibile del mio passaggio. Nella sfera personale, ma soprattutto in quella artistica, questo mi carica di responsabilità.”

Il comunicato stampa dice che questo EP è “un viaggio verso una piena consapevolezza di sé che passa attraverso pensieri, paure, gioie, insicurezze.” Credi questo viaggio sia oggi concluso, e quindi di aver trovato la “peace of mind” a cui fai riferimento, oppure è un work in progress che non finirà mai per davvero?
Trovare la pace mentale per me significa trovare una mia centratura, un mio modo di esistere e bilanciarmi tra stimoli interni ed esterni. Sono convinta che sia un processo che dura tutta la vita, e forse è proprio il motivo che mi spinge ad avanzare. L’ho trovata in passato, l’ho tenuta stretta, poi mi sono svegliata una mattina e mi sono accorta di essermela fatta scivolare tra le dita nel sonno; e allora vado avanti, cerco di ritrovarla. So benissimo che la perderò nuovamente, ma non importa perché è proprio qui che sta il bello.

**Tra i riferimenti musicali che ti hanno accompagnata nello sviluppo di Peace of Mind citi grandi nomi del mercato internazionale: Mac Miller, SZA ed H.E.R., ma anche Lauryn Hill ed Erykah Badu, ad esempio. A livello italiano ci sono degli artisti a cui ti ispiri?
**Purtroppo ascolto troppa poca musica italiana, ma giuro che ci sto lavorando! Tra gli artisti contemporanei svetta sicuramente Venerus, che oltre ad essere un artista fuori dal comune è una persona dolcissima; tra i cantautori del passato Lucio Dalla che mi commuove ad ogni frase.

Mi piace molto la tua idea vivere per “imparare a fare gli equilibristi tra l’eterno e l’oblio.” Quali sono le tue esperienze personali che ti hanno portato verso questa consapevolezza?
Mi ha sempre messo un’ansia incredibile l’idea di andarmene da questo mondo senza aver lasciato una traccia tangibile del mio passaggio. Nella sfera personale, ma soprattutto in quella artistica, questo mi carica di responsabilità e proiezioni di aspettative che si traducono spesso in auto-sabotaggi non indifferenti. Una delle cose che ho imparato in questi due anni, e che poi si ricollega alla famosa peace of mind, è che è fondamentale imparare a gestire ed equilibrare entrambi i mondi, l’eterno e l’oblio, e a camminare sul filo che li divide, senza paura di cadere nell’uno o nell’altro.

Intervista ad Arya per il suo primo EP - Fotografia di Yuri Yudin 1.jpg

La tua musica è come una doccia ghiacciata: dà energia a chi la ascolta, ed è impossibile non notarla—specialmente considerato il fatto che il panorama italiano è costellato principalmente da artiste che fanno generi molto diversi dal tuo. Perché hai deciso di lavorare sul soul, su queste sonorità così diverse da quello che si pensa “funzioni di più” a livello commerciale oggi?
Per me fare arte significa esprimere se stessi nella forma più pura—nel senso di vera—possibile. Il mio motivo è sempre stato esternare qualcosa di naturale, che sentivo di avere dentro e che avevo bisogno di comunicare, non di rientrare in questo o in quel genere, perché sono ragionamenti che non mi si addicono né come artista né come persona. E ti dico di più: se dovessi scegliere ciò che funziona di più commercialmente in questo momento storico, probabilmente non dovrei proprio lavorare in ambito artistico.

C’è un brano di Peace of Mind a cui sei particolarmente legata, oppure al quale associ un momento indimenticabile della tua vita?
The art of letting go, perché mi ricorda che è okay non avere il controllo su tutto, che è importante lasciar andare le cose su cui non ho alcun potere.

Qual è la cosa che ti rende più fiera del tuo percorso musicale?
Potermi voltare indietro e riconoscermi in ogni passo che ho fatto finora.

Puoi andare a cena con chi vuoi—non importa se vivo o morto. Chi scegli, e perché?
Mac Miller, per poterlo ringraziare.

Tre musicisti da tenere d’occhio nei prossimi tempi—a parte Arya, ovviamente?
Pip Millett, Enny, cecilia

Dove ti vedi nel 2031, tra 10 anni?
A fare un concerto sulla Luna.

Il paradiso esiste?
Non penso.

Cosa farai domani?
Forse sarà il giorno giusto per imparare ad usare Clubhouse.

Crediti

Testo di Amanda Margiaria
Fotografia di Yuri Yudin

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