"climax" è terrificante, ma solo perché ci fa vedere chi siamo

Piani sequenza interminabili, musica martellante, luci lisergiche, corpi mortificati tra vomito e sangue. Grida disperate, violenza, aggressività e tanto, tantissimo sesso. Questo è "Climax".

di Benedetta Pini
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14 giugno 2019, 2:16pm

Screenshot dal trailer di "Climax"

—"This place has seen some weird shit. I can feel it... Sacrifices… Strange shit, for sure."
—"You mean like a sect?"
—"All that stuff. How can you walk in a room and see a flag like that? No way!"
—"I don’t dig the vibe in this group. They’re weird. And this school… intensifies it. It magnifies this sense of weird."

In questo dialogo è racchiusa la chiave di accesso a Climax, come ha spiegato lo stesso Gaspar Noè al Q&A tenutosi lo scorso 5 giugno a Fondazione Prada: “Il danzatore si riferisce alle bandiere e ai crocifissi appesi alle pareti, che connotano quello spazio come un luogo in cui si riuniscono partiti di estrema destra, ad esempio il Fronte Nazionale, o magari gruppi boy scout o sette religiose. Questi danzatori, che rappresentano la Francia contemporanea, sono attenti a segnali del genere, perché sono preoccupati dall’atmosfera generale."

Inserendosi nel solco della New French Extremety, corrente d’avanguardia cinematografica nata in Francia verso la fine degli anni ‘90 ed estesasi su scala europea con il nome di The New Extremism, Climax si fa espressione di un cinema sintomatico dell’attuale panorama sociopolitico francese, a sua volta strettamente legato alla situazione europea. La linea identitaria fortemente nazionalista promossa da Le Pen e il Fronte Nazionale nel paese tende infatti a incentivare la società collettiva verso l'intolleranza, con la conseguenza di un drammatico picco di casi di violenza folle, paranoica e insensata. Durante l'incontro, Noè non ha perso occasione per lanciare più una frecciatina a questo proposito; parlando di censura ha dichiarato: "Questo film ha avuto limitazioni a livello di età, ma non ha subito alcun taglio. Paradossalmente, Love [precedente film del regista, NdA] mi aveva creato molti più problemi, e tutto perché si vedeva un pene. A a quanto pare oggi è più problematico mostrare un organo sessuale che non violenza, stragi, persone mitragliate o sgozzate."

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Prendendo in prestito da David Lynch la metafora dell’iceberg per leggere i suoi film, anche Climax si serve di un’estetica straniante e sistemi di amplificazione sensoriale per far emergere l’aberrante dall’ordinario. Sbatte in faccia allo spettatore il sostrato mostruoso insito nella stessa natura umana, funzionando da specchio nel quale vediamo riflessi noi stessi e l’intera società, ma deformata nel peggior modo possibile. Ed è qui che le critiche a Noè come autore di un’arte provocatoria e sensazionalista fine a se stessa vengono allora a cadere: il suo cinema si configura come un contrattacco alla deriva della società, ma anche a certo tipo di cinema conservatore e chiuso.

Del resto, i modelli a cui si ispira non lasciano dubbi, come ha raccontato il regista stesso: "Nella prima parte del film, quella del casting diciamo, i video dei performer vengono trasmessi da un televisore incorniciato da una serie di DVD, VHS e libri, tra cui Il diritto del più forte, La maman e la putain, Possession, Querelle the Brest, Salò, Vibroboy, The Inauguration of the Pleasure Dom, la rarissima VHS di Hara-Kiri [il compendio video del magazine precursore di Charlie Hebdo, NdA], Suspiria, L’alba dei morti viventi, Schizofrenia, Eraserhead e il libro di Taxi Driver. Ecco, quello è l’unico momento autobiografico: è un elenco dei film e dei libri che mi hanno accompagnato durante gli anni ‘90 che sono ora parte del mio universo e che hanno inevitabilmente condizionato il mio lavoro. In questo senso la dedica iniziale 'A coloro che ci hanno fatti' non è solo rivolta ai genitori e ai nonni, ma anche a tutti quei professori, maestri e registi che hanno contribuito a costruire la nostra personalità e sensibilità artistica.”

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Ognuno dei riferimenti citati da Noé sviluppa al suo interno un’allegoria della società contemporanea. Tale meccanismo viene riproposto dal regista anche in Climax stesso, dove la sensazione di disagio, tensione e inquietudine che serpeggia nel presente è la conseguenza di una serie di identità percepite come ambivalenti, allo stesso tempo normali e folli, rassicuranti e mostruose. Il risultato sono personaggi apparentemente simili a noi, ma che a pochi minuti dall'inizio del film si rivelano membri di una società folle, intollerante e violenta, in cui l'unico obiettivo perseguibile è la salvezza del singolo a scapito della collettività.

L’unico modo per smarcarsi da questo impasse è allora l’annullamento di sé, l’alterazione più estrema, uscire da questa vita e accedere a una sorta di "livello altro", o "spazio intermedio" - citando Žižek. "Life is a collective impossibility. Death is a great experience": proprio questo è il messaggio che Noé lancia al suo pubblico, gridandolo a lettere cubitali. Attraverso l’esplicitazione di questa dualità con un pre e un post assunzione dell’LSD (il film è nettamente diviso in due parti), la location di Climax—come quella di Suspiria—si dimostra uno spazio eterotropo, di passaggio tra due stati. E così ci ritroviamo catapultati in una zona interstiziale in cui si manifesta il lato oscuro e ancestrale della nostra società.

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In questo senso Climax può essere visto come un musical elettronico: stimola lo spettatore con un’estetica aptica ed eccessiva (anche se più controllata rispetto ai film precedenti di Noè, ibridata con gli stilemi del videoclip) per trascinarlo in un bad trip claustrofobico e angosciante, in un’esperienza sinestetica totalizzante che provochi un trauma e, attraverso quello, lo costringa a uscire dalla propria comfort zone e a relazionarsi con istanze che nella vita quotidiana tende a ignorare o dare per scontato. Piani sequenza interminabili, musica elettronica martellante, luci lisergiche, inquadrature distorte, scene di deliri paranoici che rasentano le possessioni demoniache, corpi mortificati tra piscio, vomito, sangue e bruciature a vista, grida disperate, violenza, aggressività e tanto, tantissimo sesso.

In una sola parola: perturbante. Il valore pedagogico assunto dalle immagini nella società moderna di cui parlava Guy Debord ne La società dello spettacolo (1967) si manifesta, paradossalmente, proprio in un film come Climax: la manipolazione del suono e della fotografia produce effetti corporei concreti, stimolazioni fisiche che causano malessere e costringono a impegnarsi nella produzione di riflessioni sui temi forti affrontati, i dilemmi morali posti e persino situazioni rappresentate che tuttavia non abbiamo mai vissuto nella realtà.

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Altro che provocazione fine a se stessa: il cinema di Noè e di tutta la la New Extremism è un atto politico di denuncia forte e chiaro. Non è un caso neanche che siano stati selezionati proprio quei danzatori: "A parte due attrici, Sofia Boutella (Selva) e Souheila Yacoub (Lou), ho scelto gli altri performer esclusivamente per le loro qualità in quanto danzatori. Non ho scritto praticamente nulla, gli ho detto di essere semplicemente loro stessi e far emergere al massimo la loro personalità davanti alla macchina da presa. E ha funzionato: l’effetto è un film fresco, immediato, vivo." ha raccontato al Q&A. Tutti danzatori sono poi accomunati da uno stile performativo che rimanda al vogueing, quindi, ancora una volta, un atto di ribellione e protesta contro gli schemi precostituiti della società esercitato attraverso il linguaggio del corpo.

“I titoli di coda sottopongono lo spettatore alla lettura di tantissimi nomi che lo distanziano dal film, invece io voglio che tutti escano dalla sala con ancora le immagini e le sensazioni vive nelle loro menti." Ecco il colpo di grazia inferto alla stabilità mentale del pubblico da Climax, che in 90 minuti di deliri allucinati, allucinanti e allucinogeni, vi respingerà o vi stimolerà, ma sicuramente non vi lascerà indifferente.

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Crediti


Testo di Benedetta Pini
Immagini dal trailer di Climax

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