"io e gucci siamo anime gemelle"—zumi rosow sull'importanza dell'autenticità

L'abbiamo incontrata a Milano, durante il suo tour da rockstar per presentare la borsa a cui Alessandro Michele ha voluto dare il suo nome.

di Amanda Margiaria
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05 aprile 2019, 9:45am

Ci sono i comuni mortali, e poi c'è Zumi Rosow.

Zumi è una vera rockstar, e me ne accorgo appena la incontro. Il suo aereo, partito da Roma, è atterrato a Milano solo da poche ore. Tre giorni fa era a Londra, prima ancora a Los Angeles e in Asia. Dopodomani ripartirà per Parigi. Viste le premesse, da Zumi ci si aspetterebbe un viso tirato e stanco, magari anche un mezzo broncio. Invece entra nella stanza con un sorriso contagioso, è esuberante, mette tutti a suo agio e in pochi minuti ho l'impressione di conoscerla da una vita. Non ha bisogno stare sulle sue o guardarti dall'alto in basso, può essere una rockstar anche coinvolgendoti, chiacchierando e ridendo di gusto mentre sciorina un aneddoto dopo l'altro.

A rendere possibile l'incontro tra questa poliedrica artista di Los Angeles e noi di i-D Italy è stato Gucci, di cui Zumi è l'ultima musa. Alessandro Michele ha scelto di dare il suo nome alla linea di borse del brand, la Gucci Zumi appunto. Perché abbia scelto proprio lei ve lo abbiamo raccontato qui su i-D proprio la scorsa settimana. Ora vogliamo presentarvela in modo più approfondito e intimo.

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Zumi e Cole Alexander durante la loro performance a Milano

Allora Zumi, qual è la prima cosa che un perfetto sconosciuto dovrebbe sapere di te?
Sono una persona reale. Non c’è finzione in me. Quello che vedi è quello che sono. Sai, la gente mi chiede spesso: “C’è una differenza tra la vera Zumi e quella che vediamo su Instagram?” Ecco, no, sono sempre io. Alessandro [Michele, Direttore Creativo di Gucci che l'ha scelta come musa per la sua nuova linea di borse Gucci Zumi, NdA] l’ha capito immediatamente. Ed è la cosa più bella di tutto questo progetto: lui e Gucci hanno voluto celebrare la mia personalità senza compromessi di alcun tipo.

Viviamo in un mondo in cui osserviamo le vite degli altri attraverso uno schermo. È come se ci fosse un filtro tra i nostri occhi e tutto il resto. Questo meccanismo riguarda anche il modo in cui fruiamo di arte, musica e media in generale, e va ad appiattire le esperienze che abbiamo davanti. Non fraintendermi: credo ci sia una profonda bellezza in chi sceglie di presentare solo una parte di sé sui social media, o addirittura una persona completamente diversa da quella che si è nella vita reale. È figo. Tuttavia, quando si parla di me e del modo in cui scelgo di presentarmi, ho la sensazione che la gente abbia un’idea poco chiara del concetto di celebrità e voglia un mondo mercificato. Il fatto che Gucci elevi l’artista e la sua arte al massimo livello è encomiabile—perché credimi, Alessandro è ossessionato dall’arte, è uno storico e riesce a mettere tutto ciò nei suoi abiti.

Quindi non c’è davvero alcun filtro tra la persona che sei online e quella che io ora ho davanti?
Sì e no. Diciamo che quello che vedi è reale, ma non c’è tutta la mia vita privata su Instagram, le cose intime preferisco non condividerle. Non credo che si debba svelare tutto di sé stessi sui social media, non siamo in un reality show. Che poi, se vogliamo dirla tutta, anche i reality show hanno una sceneggiatura e sono finiti. Ecco, le mie immagini non raccontano una vita creata con lo specifico obiettivo di essere fotografata, ma neanche raccontano tutto di me. Per me la cosa più importante in assoluto è essere sincera nei confronti di me stessa, ma anche essere la versione di me più autentica possibile, così ho scelto di mostrare una piccola parte di quella che sono, ma vera al 100 percento.

Photo by Billal Taright
Photo by Billal Taright

Quello che presenti sui social media—e ora posso dire anche dal vivo—è sicuramente un look d’impatto, coraggioso. Come gestisci insicurezze e paure?
Esattamente come chiunque altro, anche io ho mille insicurezze e paure. Ma sono anche convinta che le persone più sexy in assoluto siano quelle sicure di sé e a proprio agio nella loro pelle. Quindi la risposta facile è: non mi interessa quello che gli altri pensano di me. Se qualcuno mi insulta o dice cose veramente grevi su di me, più che ferita rimango stupita. Mi chiedo dove trovi le palle di parlare così a un altro essere umano. Cerco di non internalizzare le loro critiche, perché se lo fai non esiste una sola possibilità al mondo che continuerai lungo la tua strada. Devi mettere un filtro a ciò che gli altri dicono.

Probabilmente è un meccanismo di difesa che ho affinato crescendo, perché ho sempre sognato di diventare un’attrice e questo lavoro ti costringe a gestire una quantità di rifiuti incredibile, tutti i santi giorni. È quasi surreale, ma non ci sono alternative: devi andare là fuori e accettare tutto, commenti negativi compresi. O forse sono così da sempre. Sai, quando ti chiami Zumi e hai sei anni, le cose non sono esattamente facili. Pensa al primo giorno di scuola elementare: sei lì seduta e sai che la maestra tra poco dirà il tuo nome, tu dovrai alzarti in piedi e dire: “Sì, Zumi sono io. Eccomi qui.” Ricordo bene che ero terrorizzata. Avrei voluto che mia madre parlasse per me, ma lei invece mi ha spinto a prendermi il mio spazio, reclamare la mia persona. Non sono momenti facili, ma a volte bisogna affrontare episodi dolorosi per farcela. A 16 anni ci si sente orribili, io avevo apparecchio e tutto il resto, entrare in classe ogni giorno era una tortura. Avrei potuto lasciarmi distruggere da certe dinamiche, ma non è stato così.

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Photo by Billal Taright

E dall’adolescenza passiamo alla carriera. Quando hai capito che saresti diventata una musicista?
Sono nata e cresciuta circondata dalla musica. Mio padre è un documentarista, quindi è letteralmente da quando sono stata concepita che viaggio in tutto il mondo insieme ai miei genitori. Ho sempre assorbito musica, ascoltando tanto jazz e artisti africani, andando a lezione di pianoforte, violino e clavicembalo, lasciandomi trascinare dai suoni. Però quanto odiavo esercitarmi! La mia prima insegnante di pianoforte era una suora, si chiamava Suor Laura se ricordo bene, e io ne ero completamente affascinata. Sono cresciuta in una famiglia ebrea e comunque poco praticante, quindi per me il cristianesimo era qualcosa di totalmente nuovo. Passavo i pomeriggi suonando mille strumenti, e a un certo punto ho capito che il sassofono era quello più vicino alle mie corde. Così ho imparato a suonare Black Orpheus e Summertime. Per mesi non ho suonato altro, facevo impazzire i miei genitori.

Tutto questo per dire che essere una musicista è qualcosa che mi è successo, semplicemente. Quando ero piccola non volevo far parte di una band, né essere una musicista. Volevo diventare un’attrice, poi si è presentata questa possibilità e l’ho colta. Ricordo perfettamente l’estate in cui, in preda alla confusione, mi sono trovata davanti a mia madre e lei mi ha chiesto: “Ma tu dove ti vedi prossimi mesi?” Non ero molto sicura della risposta, ma l’idea di essere in una band non mi dispiaceva. Qualche settimana dopo mi ha chiamato un amico, aveva bisogno di un sassofonista per il suo gruppo e così ho iniziato a suonare con loro. Ero nervosissima.

Sai, la gente ha bisogno di definirsi e definire gli altri. Ho perso il conto delle volte in cui mi hanno chiesto “chi sei tu? cosa fai nella vita?” e si aspettavano che io rispondessi “sono questo, sono quello, sono quell’altro.” Dovremmo invece poter dire “ho avuto successo in questo campo, perché questo è ciò che sono.” Io vivo secondo questa filosofica: se in un certo periodo scrivo, non è detto io sia una scrittrice. Se qualche mese dopo passo più tempo nei teatri che ai concerti, non è detto che io mi senta solo un’attrice. Quando mi concentro sui miei gioielli, invece, mi posso riconoscere solo parzialmente nel ruolo di designer. Non dobbiamo definirci per forza. Possiamo fare qualunque cosa, e trovo molto più interessante essere aperti alle novità che continuare a fare sempre la stessa identica cosa, solo per paura di tutto il resto.

Effettivamente, fai e sei un miliardo di cose diverse, contemporaneamente. Ad esempio, hai anche una tua linea di gioielli, che disegni personalmente. Hai un aneddoto anche su questo?Mi sono sempre fatta da sola i miei gioielli, perché volevo pezzi unici, che nessun altro avesse. Rari, eccentrici. È iniziata così. Poi per un po’ ho lavorato per altri designer di gioielli, ma a un certo punto ho deciso di mettermi davvero in gioco e lanciare una mia linea, ed è andata bene. Ho ancora la sensazione di non avere la più pallida idea di cosa sto facendo. Non mi sento una designer di gioielli in realtà, affatto. Ma è un’insicurezza, e va bene così. La moda in generale, specialmente la sua storia, mi affascina nel profondo. Sono ossessionata dall’arte, dai costumi del passato e dalle tradizioni. Se guardo un quadro del 16esimo secolo penso immediatamente: “Wow, quanto vorrei indossare anche io quel vestito così sontuoso!”

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Photo by Billal Taright

Una passione che tu e Alessandro Michele avete in comune è quella per la storia della moda dunque. Ma mi stavo chiedendo: credi che Gucci sia la tua anima gemella? O tra voi c’è un rapporto più di opposti che si attraggono?
Anime gemelle, assolutamente! Quando vedo le creazioni di Alessandro ho l’impressione che mi abbia letto nel pensiero. Non a livello di design, capiamoci, ma più di riferimenti e mood generale. Io colleziono cappe magne, non le metterei mai, ma le adoro. Poi ho visto quelle create da Gucci, e ho pensato che si fossero ispirati alla mia collezione personale. Invece non era andata così, non sapevano di questo mio hobby. È stata una casualità spirituale, cosmica. La moda di lusso non è mai stata la mia più grande passione. Certo, la ammiravo e mi interessava, ma ho sempre vissuto in un ambiente più underground. Ho amici che collezionano abiti d’alta moda e l'ho sempre trovato fantastico; semplicemente, tutto ciò non faceva per me. Poi ho visto le nuove collezioni Gucci, ho conosciuto Alessandro Michele, e tutto è cambiato. Siamo entrati subito in connessione, quasi come se fossimo amici da sempre.

Personalmente, credo che la miglior dote di Alessandro Michele sia quella di saper rispondere a bisogni che le persone neanche sapevano di avere. Sei d’accordo?
Assolutamente sì! Non avrei mai pensato che il mio volto avrebbe potuto essere associato a un brand noto in tutto il mondo, un impero del fashion a tutti gli effetti. Il mio stile non è qualcosa che ho sviluppato, ma semplicemente l’espressione della persona che sono, ed è incredibile che si sposi così bene con Gucci.

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Photo by Billal Taright

Bene. Ora qualche domanda meno seria! Qual è l’outfit che sceglieresti per un primo appuntamento?
Gli appuntamenti mi terrorizzano. Mi piace uscire con qualcuno per cui ho una cotta solo quando già ci si conosce, cosa praticamente impossibile, me ne rendo conto. Comunque, mi vestirei come una Zarina russa.

Sei su un’isola deserta e puoi portare con te solo un libro, un film e una persona. Quali?
Ecco, questa è difficile. Sono pessima quando si tratta di prendere decisioni, scegliere la mia cosa preferita è impossibile.

Beh, non devi scegliere il tuo libro preferito, ma quello che rileggeresti senza mai stancarti.
Se la mettiamo così, allora sceglierei il Dictionary of Imaginary Places. È un’enciclopedia magnificamente illustrata che raccoglie tutta una serie di luoghi inventati. Mi porterei quello perché leggendolo potrei lasciare la mia immaginazione libera di correre e non mi sentirei più bloccata su un’isola deserta.

FIlm?
Uno di Fellini, sicuramente. O forse Il Colore del Melograno di Sergej Paradžanov.

Persona?
La mia gatta, così non farei torto né alla mia famiglia né al mio ragazzo. Si chiama Feng, e preferisco uscire con lei che con gran parte delle persone che conosco. Guarda, mi sono tatuata il suo nome qui sul dito! [Mi mostra una scritta sull’esterno dell’indice sinistro nel frattempo, NdA].

Qual è il consiglio che daresti ai giovani creativi che ancora non hanno capito chi sono, o chi vogliono essere?
Ho 37 anni e mi ci è voluta un’eternità per arrivare dove sono ora, mentalmente parlando. Per gli artisti la vita è dura, perché non rispettiamo gli standard societari comuni. Non abbiamo gli stessi metri di valutazione. Lottiamo continuamente per sopravvivere, convincendoci che non siamo pazzi.Ecco, voglio dirvi questo: non siete pazzi, e non dovete rispettare i dogmi altrui. Quindi non fatelo, seguite il vostro istinto e non giudicatevi troppo duramente.


Poche ore dopo l'intervista abbiamo nuovamente incontrato Zumi. Questa volta presso lo store Gucci di Via Montenapoleone, dove si è esibita insieme a Cole Alexander, con cui suona nei The Black Lips. Trovate qui le foto dell'evento.

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Zumi Rosow
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Alaska Lynch durante il suo poetry reading
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Maurizio Cattelan
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Zumi e Cole durante la loro performance
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Tamu McPherson

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Crediti


Testo di Amanda Margiaria
Polaroid di Billal Taright