virgil abloh a cuore aperto: "voglio creare cose che la gente desidera"

Nel quartier generale di Louis Vuitton, Virgil Abloh ci ha raccontato come è diventato Virgil Abloh (e perché definirlo "stilista" è sbagliato).

di Osman Ahmed; traduzione di Gaia Caccianiga
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21 marzo 2019, 12:37pm

Questo articolo è originariamente apparso in versione cartacea sul numero 355 di i-D, The Homegrown Issue , primavera 2019

“Io creo cose, ma lascio che siano gli altri a darvi un nome,” dice Virgil Abloh alzando lo sguardo dal suo iPhone. Lo incontriamo a Parigi, nel quartier generale di Louis Vuitton. “Quello che faccio può essere definito in diversi modi: architetto, artista, graphic designer, fashion designer, creative director, art director, stylist, regista, fotografo, DJ… Non mi interessa concentrarmi su una cosa sola.”

Effettivamente, definire Virgil uno stilista sarebbe come dire che Louis Vuitton è soltanto un valigiaio. Sono molto, molto di più. Entrambi rappresentano una cultura, un senso di comunità, un’ideologia, uno stile di vita. La sua sfilata di debutto per Louis Vuitton del giugno scorso ha dimostrato che il vento di cambiamento portato da Virgil ha stimolato il mondo della moda oltre ogni immaginazione.

Nei giardini del Palais-Royale di Parigi, i 2.000 ospiti (600 dei quali erano studenti di moda, arte, design e architettura provenienti da tutto il mondo) hanno visto 56 modelli di diverse razze e culture sfilare su una passerella lunga 200 metri dai colori dell’arcobaleno. Era un pomeriggio soleggiato, la musica jazz dei BadBadNotGood faceva da sfondo. Molti dei volti in passerella erano iper-noti al pubblico: Playboi Carti, Blondey McCoy, Octavian, Steve Lacy, A$AP Nast, Dev Hynes e Kid Cudi, giusto per citarne alcuni. Il titolo della sfilata era We Are The World, come il singolo scritto da Michael Jackson e Lionel Richie per trovare fondi da devolvere al popolo etiope, ai tempi colpito da una dura carestia. C’era anche Kanye West, che ha abbracciato un emozionato Virgil dopo l’inchino finale. Nonostante si sia trattato di un evento mastodontico, sembrava di essere a una riunione di famiglia.

"Non siamo più nel Kansas," dice riferendosi al Mago di Oz. "Siamo arrivati in un posto nuovo, il mondo è diverso adesso." Tra le ispirazioni della sua collezione spiccano due elementi precisi: la luce bianca che colpisce un prisma e si rifrange nei colori dell’arcobaleno e il film cult camp del 1939, Il Mago Di Oz. Entrambe sono metafore del viaggio di Virgil lungo il Sentiero Dorato, ma anche dell’importanza di essere il primo afroamericano a capo di Louis Vuitton, e solo il secondo Direttore Creativo di colore per un brand del gruppo LVMH (il designer Ozwald Boateng di origini inglesi e ghanesi è arrivato da Givenchy nel 2003).

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“Il concetto di modernità rispecchia le mie idee su inclusività e mente aperta. Sull'avere rispetto per tutti,” continua Virgil. “Questo è al centro di tutto quello che cerco di fare con il mio lavoro. In questa posizione, in questa casa di moda, ci sono delle responsabilità. Dobbiamo rappresentare quello che la società può essere.”

Gli abiti che hanno sfilato quel giorno sono solo metà della storia. La colorata e ultra saturata line-up ha introdotto molti concetti sartoriali che fanno riflettere, come i completi eleganti oversize, gli accessomorphis—un ibrido tra borse e imbracature—, le tute tie-dye e i borsoni con monogram in PVC opalescente. Ma la vera svolta è l'euforia dilagante che questa collezione trasmette, grazie al significato che ha per la generazione digital dei millennial e per i giovani di colore. Ora anche loro fanno parte dell’establishment della moda.Finalmente la loro cultura è riconosciuta e celebrata.

“Si tratta solo di creare un dialogo,” spiega Virgil. “Volevo che la prima sfilata venisse ricordata come un nuovo inizio, un libro aperto che ognuno potesse leggere liberamente.” Per quanto riguarda gli abiti e l’idea di lusso associati a brand come Louis Vuitton, gli è bastato fare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno si aspettava da lui. Si è concentrato molto sulla sartoria e sulle imbracature, che hanno spopolato sul red carpet. “Voglio aggiungere romanticismo all’abbigliamento maschile. Un tocco femminile. Della morbidezza. Tutto può essere lusso, ma io cerco di creare qualcosa che la gente desidera.”

Come ha fatto quindi Virgil Abloh ad arrivare nella Città degli Smeraldi? Nel 2002 si è laureato in Ingegneria Civile, e poi in Architettura. Appena uscito dall’università ha organizzato un incontro con John Monopoly, allora manager di Kanye West, che lo ha assunto senza esitazioni. Con il passare degli anni Kanye e Virgil hanno deciso di conquistare la moda, ed entrambi nel 2009 hanno fatto uno stage da Fendi. L’anno seguente West ha nominato Abloh Direttore Creativo di Donda, la sua agenzia creativa.

Il primo vero amore di Virgil, in realtà, è la musica, e la sua carriera da DJ, iniziata nell’adolescenza, rispecchia il suo approccio alla moda: campiona classici e si muove tra i generi per creare qualcosa di diverso e totalmente originale. “Fare il DJ è come andare in palestra e disegnare collezioni è come andare alle Olimpiadi,” spiega. “Si usa la stessa parte di cervello, vuoi unire la gente e fare in modo che tutti vadano d’accordo e che si divertano.”

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La carriera di Virgil come stilista indipendente è iniziata quando ha lanciato il marchio di streetwear Pyrex 23. Pyrex si riferisce al tipo di vetro usato per le pipe da crack, mentre 23 è il numero della maglia di Michael Jordan. Il riferimento al basket, però, è durato solo un anno. Nel 2014 Virgil invece ha lanciato Off-White, con l’aiuto di Marcelo Burlon e del New Guards Group, un piccolo conglomerato di marchi di streetwear come Heron Preston e Palm Angels. I suoi design fatti di scritte in Helvetica e righe diagonali - spesso con la descrizione del capo tra virgolette - hanno spopolato, proprio in concomitanza con l’ascesa della cultura di Instagram. Collaborare con più marchi possibili è parte della sua strategia, per guadagnare accesso ai loro clienti e per far crescere la brand awareness di Off-White.

Da quel momento il successo è arrivato alla velocità della luce. Nel 2015 viene nominato per l’LVMH Prize for Young Designers. Meno di tre anni dopo ottiene la carica più ambita nel gruppo stesso.

Oggi Virgil viene descritto dai suoi collaboratori come l’uomo più impegnato che conoscono, soprattutto ora che è a capo di due marchi, sempre preso da innumerevoli collaborazioni e al lavoro su una retrospettiva dedicata alla sua carriera intitolata Figures of Speech, che inaugurerà a fine anno al Museum of Contemporary Art di Chicago. Come fa a fare tutto questo? “Per Off-White è come se mi rivolgessi al me stesso 17enne, mentre per Vuitton è come parlare con un brand del 1854 – c’è della storia e della venerazione per quel passato illustre,” spiega. “Farsi venire un’idea, creare un paio di pantaloni, organizzare una sfilata, sono tutte cose diverse perché hanno fondamenta diverse.”

Per ogni superfan che pende dalle sue labbra, c’è un critico pronto a massacrarlo. È una cosa che Virgil gestisce senza problemi. “Mi concentro nel realizzare le mie idee, poi le raccolgo accanto a quelle che ho avuto da quando avevo 15 anni, quando sono nate la mia carriera e la mia creatività,” dice. “Soffermarsi sulle critiche non porta da nessuna parte. Il mio lavoro è legato a un dialogo con me stesso. That’s where it all lands.

Non si fa problemi sui tipi di persone che amano le sue creazioni, perché è intenzionato a convincere tutti. “Mi piace creare qualcosa per i ragazzi che girano per negozi e per i puristi a cui non va mai bene niente - non voglio che le mie creazioni rimangano sugli scaffali.”

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Uno dei principi fondamentali di Virgil è il suo approccio verso il ready made, espressione coniata dall’artista Marcel Duchamp nel 1915. Duchamp prendeva oggetti quotidiani, come orinatoi in porcellana o ruote di bicicletta e li ricontestualizzava come opere d’arte, semplicemente esponendoli in delle gallerie. L’effetto finale è quello di avere davanti qualcosa di familiare, ma allo stesso tempo inaspettato. Virgil usa il suo istinto da DJ per unire diversi generi sartoriali. “Lo skateboard e l’hip-hop hanno influenzato il mio gusto quando ero ragazzo,” spiega. “Ora tutto è più eterogeneo. L’hip hop ha influenzato il modo di vestirsi dei fighetti; il rock’n’roll si è unito all’hip-hop. Abbiamo un melting pot di culture e stili diversi.”

È la filosofia perfetta per la generazione cresciuta con MTV, che unisce abbigliamento sportivo e logomania. “Niente fa arrabbiare di più le persone di quello che non capiscono,” dice Benji B, il DJ di Radio 1 che ha lavorato con Virgil per quasi 15 anni e che ora realizza le colonne sonore delle sfilate di Louis Vuitton come Music Director ufficiale del brand. Prima lavorava con Phoebe Philo da Céline. “Non è qualcosa che si incastra immediatamente al modello di business elitario a cui la moda ci ha abituato. E lo stesso vale per le major della musica. Ci sono edifici zeppi di persone che cercano ancora di far funzionare quei sistemi, ma ormai gli artisti sono in contatto diretto con il pubblico, è tutto diverso."

"Oltre a eccellere in quello che fa, il successo di Virgil fa capire al pubblico che tutto è possibile; tutto può succedere se si lavora duramente, con determinazione, attenzione e se si è motivati,” ha detto Naomi Campbell, la supermodel di colore più importante al mondo, ad i-D l’estate scorsa. “Dà molta speranza alla gente.” concorda Benji B. “L’impeto è una forma d’arte e Virgil ne é maestro. Emana positività in tutto quello che fa. Sono cose che attraggono gente che la pensa allo stesso modo.”

“Sono un vero ottimista,” concorda Virgil. “Voglio poter dare spazio a tutto ciò che è umanamente possibile rappresentare, voglio mettere tutto sul palco, così che le persone possano vedere il mio lavoro." Tutte le discussioni riguardanti la sua ascesa sono solo rumori di sottofondo per lui. Il fatto che il suo arrivo da Vuitton sia stato ottimo per gli affari aiuta: un pop-up shop a Tokyo aperto all’inizio dell’anno ha portato il 30 percento di guadagni in più nelle prime 48 ore che l’intera collaborazione con Supreme dello scorso anno, ha dichiarato a WWD il CEO del brand, Michael Burke.

“Nella moda si cerca sempre di scoprire cosa andrà per la maggiore nel futuro,” dice Virgil. “Ma non è un mistero. È quello che accade nel mondo reale. A volte la moda ignora il resto e si mette su un piedistallo. Ma i tempi stanno cambiando e il futuro non è così lontano, se sai dove guardare.”

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Sempre dal nostro nuovo numero "The Homegrown Issue", la cover story su Solange:

Crediti


Fotografia di Justin French
Moda di Carlos Nazario
Capelli di Mustafa Yanaz per Art + Commerce
Trucco di Brittany Whitfield con prodotti Glossier
Assistente alla fotografia Chad Hilliard
Assistenti allo styling Raymond Gee e Ore Zaccheus
Assistente capelli Nastya Miliaeva
Casting Midland Agency
Modelli Jeffrey, Mayowa, Ahmad Kanu, Jaden Rodriguez e Juantrice Hartfield
Tutti gli abiti Louis Vuitton

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