com'è avere le mestruazioni quando fai il ramadan

È il momento di parlarne chiaramente, senza vergogna né paura di urtare la sensibilità altrui.

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giu 8 2018, 2:53pm

Fotografia di Alice Joiner

Se arrivate a questo articolo da un social media, l'immagine che vedete in copertina è stata condivisa su Instagram dalla poetessa Rupi Kaur.

Qualche tempo fa, su Twitter c'è stato un bel casino quando donne musulmane provenienti da diversi paesi hanno espresso la loro frustrazione per dover nascondere le mestruazioni agli occhi degli uomini. Oggi, quelle stesse donne vogliono mettere fine alla stigmatizzazione delle mestruazioni, specialmente durante il mese del Ramadan. Le loro parole centrano in pieno il bersaglio, mostrandoci quanto radicato e debilitante sia questo stigma. "Credete davvero che continueremo a nasconderci quando non digiuniamo durante il Ramadan perché abbiamo il ciclo?? Idiozie," ha scritto un'utente di Twitter.

Ricordo ancora la prima volta in cui mi sono venute le mestruazioni. Avevo 16 anni. Sono entrata in cucina tutta orgogliosa e tenevo in mano le mie mutande macchiate di sangue, quasi fossero un trofeo. Mia mamma stava cucinando, mio padre era seduto a tavola ed entrambi si sono congratulati con me quando ho detto loro che finalmente ero una donna. Quella scena mi ricorda un esercito che torna a casa da vincitore dopo una guerra: avevo sconfitto l'infanzia e, finalmente, potevo considerarmi un'adulta.

Quella è stata la prima e ultima volta in cui il mio ciclo mestruale ha suscitato gioia ed è stato considerato normale. Ma io non lo sapevo. Davo per scontato che fosse una cosa naturale, da accogliere con serenità. La mia ingenuità adolescenziale, però, è durata neanche cinque minuti: la comunità musulmana di cui facevo parte ci ha messo un attimo a farmi sapere che le mestruazioni non è assolutamente un tema di cui parlare allegramente in pubblico. Delle mestruazioni si discute sottovoce e mai in presenza di uomini.

Sono cresciuta in una famiglia pakistana. Gli esempi di patriarcato e misoginia che potrei fare sono infiniti. Da bambina, quando guardavo la tv a casa di mia nonna, ogni volta che c'era la pubblicità di un assorbente dovevamo cambiare canale se nella stanza erano presenti anche uomini.

La vergogna è paralizzante. Fa morire sul nascere le conversazioni e azzoppa il potenziale educativo dell'evento. Se la comunità musulmana si fosse mai preoccupata di analizzare chiaramente i dogmi teologici riguardanti le donne e la loro salute, saprebbe che non sono tenute a pregare o digiunare nei giorni del mese in cui perdono sangue. Questo è ciò che i testi Sacri dell'Islam ci insegnano, eppure a livello culturale quasi nessuno se ne preoccupa. Gran parte delle nostre tradizioni religiose vengono tramandate di generazione in generazione, non arrivano da uno studio ragionato. Ad esempio, se sei malata, se allatti o se sei incinta, sei esonerata da tutte le pratiche religiose. L'Islam dovrebbe essere un sostegno per te in questi momenti, quindi tutto ciò che può essere pericoloso non ti viene richiesto. Digiunare per 18 ore mentre sei piegata in due dai crampi, non hai energia e il mal di schiena ti tortura non è né facile, né tantomeno sicuro, come sottolinea l'attivista musulmana per i diritti LGBTQ Blair Imani. "Chi di noi vive questo momento di rinnovo deve potersi prendere cura di se stessa senza il fardello aggiunto degli obblighi religiosi."

Le pratiche sociali che circondano l'Islam nei paesi in cui la maggioranza della popolazione è musulmana—mi riferisco quindi a Pakistan, Emirati Arabi Uniti, Libano, Egitto, Marocco, Iraq, Afghanistan e Iran, tra gli altri—hanno messo a tacere chiunque volesse parlare di donne, salute femminile e sessualità. Si tratta di un tentativo malato di proteggere gli uomini e la loro supposta sensibilità di fronte all'orripilante fatto che metà della popolazione del mese perda sangue dal proprio organo sessuale per cinque giorni circa ogni mese. Ed ecco in bella mostra un esempio lampante di effetti negativi del patriarcato: prima ti impedisce di fare qualcosa, poi ti impedisce anche di parlare di quella cosa. Sfortunatamente, molte donne hanno interiorizzato questa misoginia e sono complici nello zittire le loro sorelle e amiche.

Conosco donne che durante il ciclo non frequentano gli spazi religiosi perché sanno che se qualcuno le vedesse evitare la preghiera, allora saprebbe immediatamente cosa sta succedendo tra le loro gambe e nel loro utero. Ormai dire "oggi non prego" è sinonimo di "oggi ho il ciclo."

Sono cresciuta in una famiglia pakistana. Gli esempi di patriarcato e misoginia che potrei fare sono infiniti. Da bambina, quando guardavo la tv a casa di mia nonna, ogni volta che c'era la pubblicità di un assorbente dovevamo cambiare canale se nella stanza erano presenti anche uomini. Ho sentito di donne che, solo per non far sapere agli uomini della loro famiglia di avere le mestruazioni, continuano a digiunare durante il Ramadan. Conosco donne che durante il ciclo non frequentano gli spazi religiosi perché sanno che se qualcuno le vedesse evitare la preghiera, allora saprebbe cosa sta succedendo tra le loro gambe e nel loro utero. Ormai, dire "oggi non prego" è sinonimo di "oggi ho il ciclo."

Tutti veniamo influenzati dalle opinioni, abitudini e tradizioni di chi ci circonda. Smantellare credenze religiose e dogmi culturalmente accettati non è facile, per niente. Ma finché non romperemo il silenzio che aleggia attorno al tema delle mestruazioni la vergogna continuerà a essere la sensazione predominante. Come sottolinea l'attivista, ingegnera e speaker musulmana Yassmin Abled-Magied, "la stigmatizzazione delle mestruazioni durante il ramadan è solo uno dei mille esempi che dimostrano come il patriarcato interferisce costantemente con le leggi di una bellissima religione." Ovviamente, questo stigma non circonda esclusivamente le donne musulmane; la sua presenza è osservabile lungo tutto il corso della storia. Non esiste cultura, religione o paese esente da infiltrazioni patriarcali.

Nell'era di movimenti come #MeToo e #TimesUp è ovvio che questo silenzio va combattuto con tutte le nostre forze. Spero che le recenti discussioni nate su Twitter possano espandersi e guadagnare ancor più forza, perché le comunità musulmane di tutto il mondo (e non solo) hanno bisogno di tali conversazioni, oggi più che mai. Spero che sempre più donne lottino per il loro diritto di non pregare e digiunare durante il Ramadan, anche di fronte a una schiera di uomini. Probabilmente, solo mantenendo viva questa discussione possiamo mettere davvero fine allo stigma sulle mestruazioni. Spero che sempre più ragazze diventeranno donne con gioia e serenità, sventolando le loro mutande liberamente e con orgoglio, senza vergogna per una funzione corporea che le accomuna ad altri 3,8 milioni di persone.

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Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK.