ho fotografato gli outcast, i raver e i ribelli di tutta europa

"Berlino stava diventando una galera per me, non riuscivo più a sostenere quello stile di vita. Così ho iniziato a scattare, quasi fosse una terapia."

di Carolina Davalli
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07 novembre 2019, 2:39pm

Ludovico Andrea D'Auria è un fotografo italiano nato a Roma e ora basato a Londra che da anni si spinge nelle scene underground di queste città per restituirne l'essenza. Ma il vero e proprio punto di partenza della sua carriera è stata Berlino, dove L.A.D. ha sentito per la prima volta il bisogno di prendere in mano la sua macchina fotografica e iniziare a scattare come reazione a una situazione di stallo, trovando nelle immagini il mezzo per raggiungere una catarsi interiore profonda e riflessiva.

Il tema degli outcast è ciò a cui inevitabilmente L.A.D. ritorna in suo progetto, che sia un reportage dal London Queer Fashion Shows, o qualche scatto rubato durante un rave, o ancora il suo progetto in divenire When in Rome, dove ripercorre senza filtri le dinamiche dei suoi legami più forti con la città in cui è nato e le persone che la abitano. A rendere ancor più interessanti le sue fotografie è la costante attenzione all'estetica: il suo lavoro di curatore si innesta su quello di grafico, e lo sguardo da fotografo su quello da testimone oculare attivo e partecipe degli ambienti che racconta.

Nei suoi lavori etica, estetica e connessoni intime si fondono per creare una fotografia d'impatto e relazionale, con toni che oscillano tra l'escapismo e la rivalsa identitaria. Abbiamo fatto un paio di domande ad Andrea per capire fino in fondo il mondo da cui proviene e le storie che vuole raccontarci.

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Designer Jonni Boi @jonni_boi_ Model Jordan Crowford @jordz894

Nei tuoi progetti spazi da una visione strettamente personale a una dimensione comunitaria. Il fil rouge sembra essere la volontà di raccontare le storie nascoste dietro alle più varie sfaccettature dell'umanità. È così?
Mi piace pensare che nel proprio sviluppo artistico e professionale ci sia sempre un momento da dedicare a se stessi e uno agli altri. Il lavoro che finora ho fatto su me stesso è stato finalizzato alla sperimentazione, oltre che alla scoperta di nuove tecniche e concetti. Quando si esaurirà questo periodo di autoanalisi, avrò acquisito una sicurezza nei miei mezzi e capacità tale da capire a chi rivolgere la mia attenzione. Se ci penso ora, si è trattato quasi sempre di outcast, cioè persone che vivono ai margini della società e scelgono di reagire con la lotta e la ribellione, rifiutando di scomparire.

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Roma, Berlino, Londra: il tuo percorso si è evoluto attraverso queste tre città. Puoi raccontarci che cosa ti ha lasciato dal punto di vista professionale e personale ognuna di queste città?
A Berlino devo tutto. È l'unico posto al mondo in cui una persona qualsiasi può diventare davvero chi vuole. Magari sei a un rave al Köpi (lo squat di Kreuzberg a pochi passi dal Tresor) e poi, nel giro di un anno, finire a curare mostre internazionali con alcuni degli artisti più influenti d'Europa. Il mio incontro con la fotografia è arrivato in un momento in cui la mia esperienza a Berlino si stava trasformando in una galera, perché non riuscivo più a sostenere quello stile di vita. Con un occhio al mio passato da designer, una mano all'Olympus rotta e la mente concentrata a scaricare tutta la frustrazione che avevo accumulato, mi sono dedicato al mio primo progetto, Raw and Rare. I miei amici e compagni di rave sono stati i primi a sostenermi, e con le prime esposizioni si è innescata un'escalation di avvenimenti che mi hanno portato alle prime mostre e poi alla Berlin Alternative Fashion Week, di cui sono diventato curatore l'anno seguente. Poi ho conosciuto Caroline Fayette, che mi ha accolto nel Blender Studio e insieme a lei, Philip Push e Olof Larson abbiamo fondato un collettivo che ha fatto esporre oltre 30 fotografi sia a Roma che a Parigi.

La mia esperienza più importante a Roma è invece legata al lavoro in collaborazione col progetto teatrale Valle della Luna del CIM - Centro Igiene Mentale, che sto terminando ora insieme a mio zio Luca Raparelli. È solo grazie a lui che ho capito finalmente il potere dell'arte e della fotografia. A Roma ho lavorato in uno studio chiamato 3industries insieme a Marco Egizi, ho frequentato molto i due centri sociali romani più attivi, lo Strike e il Forte Prenestino, e ho collaborato con alcuni collettivi musicali romani femminili, tra cui FemaleCut Italia.

Londra per me è stato come scontrarmi con la realtà. Le difficoltà della vita londinese e la sensazione di essere solo un puntino insignificante nella folla mi hanno spinto ad analizzare il mio percorso da capo. Così ho capito che avevo bisogno di tornare a studiare la fotografia e sono ripartito dalle basi: luce, rullino, macchina e camera oscura. Tuttavia, tra una fatica e l'altra, sono riuscito ad aggiungere qualche nome sul curriculum che mi ha aperto le porte della scena underground queer londinese, come Underground England - il brand che produce le Creepers Shoes, per intenderci - e Doomed Gallery. Mi sono anche tolto lo sfizio di scattare qualche show alla Fashion Week, come la SS20 di Alexander McQueen - che è stato pazzesca, non ci credevo nemmeno io di essere davvero lì.

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Hai scattato al London Queer Fashion Show e con la comunità queer techno !HTBX. Che relazione ha la tua fotografia con la comunità queer e LGBTQ+?
Mi vedo molto come un Cis Ally, ovvero un etero che sposa la causa LGBTQ+ ed è un alleato nella lotta all'emancipazione. Personalmente, vedo i membri della comunità LGBTQ+ come gli ultimi veri Punk, gli ultimi sovversivi, gli ultimi liberi pensatori e in questo mi considero simile a loro. Trovo molto interessante il modo in cui la comunità LGBTQ+ si esprime a livello artistico nel quotidiano, oltre a quando si riuniscono ai rave e alle manifestazioni. Mi piace guardare attentamente gli outfit, i make-up e le acconciature. La cosa che mi emoziona di più è la sua coesione: la comunità LGBTQ+ è una grande famiglia e finché gli dai amore e rispetto, riceverai lo stesso indietro, chiunque tu sia. Avere una famiglia qui a Londra, o ovunque nel mondo, è più che fondamentale - almeno per me.

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Fine Art and Fashion. Parlaci della relazione tra arte e moda nella tua pratica.
Penso che dividere arte e moda sia impossibile: l'arte è espressione e la moda è espressione. La mia esperienza da fotografo è sempre stata legata a una determinata scena che si avvale di uno spiccato senso estetico, che ha sempre stimolato la mia immaginazione. Venendo dai rave berlinesi e facendo parte ora dei cosiddetti club kid londinesi, ho potuto constatare che la componente essenziale delle due scene è il senso di libertà e di unione. Al suo interno ogni persona sceglie di esprimersi come meglio crede, e il modo più semplice e diretto per farlo sono gli outfit, quindi la moda. Solo fotografando a un party, a un rave o una manifestazione come il Transpride ci si ritrova a scattare immagini che potrebbero benissimo passare per una campagna di moda.

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I tuoi scatti sono finiti su magazine riconosciuti globalmente come Dazed, Highsnobiety, GQ Italy, Coeval Magazine e KALTBUT, per citarne giusto alcuni. Ma hai anche un tuo progetto cartaceo sotto forma di zine: Raw & Rare. Che importanza ha per un artista costruirsi il proprio progetto cartaceo?
Ho un passato da graphic designer che mi piace sfruttare quando si tratta della finalizzazione e della presentazione delle mie storie. Allo stesso tempo il lavoro manuale sulle singole pagine è un po' come un mantra, una meditazione, in cui ripeti in loop una sequenza di azioni per ore e ore. Inoltre lavorare sulle sequenze delle immagini è un buon modo per allenare la consapevolezza di come il pubblico sarà guidato nel fruire le mie immagini.

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Quali sono le tue influenze culturali, estetiche e teoriche ricorrenti?
Le riflessioni sulla psicologia e sul subconscio hanno un ruolo molto importante nei miei lavori, cerco sempre di lasciare uno spazio interpretativo aperto, così che qualunque persona possa trarne uno stimolo per costruire le sue piccole storie, invece di subire lezioni impartite da altri. Mi piace considerarmi uno studioso e cultore dell'underground, quindi le mie influenze estetiche e culturali sono tutte legate a sottoculture e minoranze: da gypsy, skin, punk e psichedelia, passando per la New Wave, i New Age Travelers, la Tribe Tekno, i Club Kids e i centri sociali romani, fino agli squat di Berlino.

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Hai un progetto nel cassetto che ti piacerebbe iniziare, portare avanti o terminare?
When in Rome insieme a mio zio Luca, incentrato sulle relazioni per me più intime e personali che si sono intrecciate nella mia città natale. La storia gravita attorno alla persona di mio zio, forse il primo outcast che abbia mai incontrato. Per farla breve, è affetto da schizofrenia a uno stadio molto avanzato, i suoi genitori non hanno saputo come prendersene cura e hanno deciso di emarginarlo, negandogli quell'amore essenziale di cui ogni persona ha bisogno. Come risposta ha abbandonato la sua casa per rifugiarsi nei vicoli di Trastevere e Campo de' Fiori, dove ha conquistato l'amore di tutti raccontando storie assurde del suo presunto passato da attore famoso, imprenditore di successo ed ex compagno di Laura Pausini. Anche se tutti sanno che quei racconti sono frutto della sua immaginazione, continuano ad amarlo per quello che è, da ormai più di 20 anni.

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Dove ti vedi tra cinque anni?
Non saprei dare una risposta secca e decisa, visto che cinque anni fa mi posi la stessa domanda e dove sono ora è lontanissimo dal posto in cui mi ero immaginato. Detto a grandi linee, mi vedo a raccontare storie a un grande pubblico e al massimo delle mie capacità. Anche se cinque anni non sono molti, confido nel mio messaggio, nella sua importanza e nella passione che ci metto quotidianamente per far si che si esprima al massimo, sia a livello concettuale che a livello tecnico e artistico. Oltre ai soliti sogni megalomani, mi vedo anche padre e compagno.

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Designer: Duygu Yorgancioglu @gorillaguerilla_ Model: Metaraph @metaraph
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Guy Bolongaro è un altro fotografo che sta riscrivendo+ i confini della cultura visuale, lo abbiamo intervistato qui:

Crediti

Intervista di Carolina Davalli
Fotografie di Andrea D'Auria

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