Fotografia di Ronald Stoops per i-D magazine (marzo 1992)

l'impareggiabile eredità di martin margiela, spiegata da chi lavorava al suo fianco

Dopo l'ennesima impeccabile sfilata Margiela, ci siamo fatti raccontare da Demna Gvasalia, Jean Paul Gaultier e altri designer com'era lavorare con Martin Margiela.

di Ninette Murk
|
26 settembre 2019, 8:45am

Fotografia di Ronald Stoops per i-D magazine (marzo 1992)

Poche persone hanno saputo plasmare la moda avant-garde degli ultimi 30 anni come Martin Margiela. Come sappiamo, il suo lavoro ha ispirato un’infinità di designer, tra quelli già affermati e quelli ancora in divenire. Raf Simons, che ha partecipato alla sfilata Margiela White nel 1989, ha confessato che è stata proprio quell'evento a fargli cambiare strada dal mondo del design degli interni a quello della moda. Come ha detto Marc Jacobs nel 2008: “Chiunque sia cosciente di cosa voglia dire vivere nel mondo contemporaneo, è stato influenzato da Margiela.”

Nel 2019, comunque, a 31 anni dalla nascita del marchio, la Maison e il suo fondatore stanno sperimentando un momento di grande successo. L’ermetico designer si sta facendo avanti per godersi (moderatamente) la sua gloria. Prima di tutto c’è il tanto atteso documentario, Margiela in His Own Words. Il film, diretto da Reiner Holzemer, offrirà una nuova ed inedita lettura dell’uomo che ha da sempre così meticolosamente evitato il centro dell’attenzione.

In secondo luogo, quest’anno, un decennio dopo aver venduto la Maison a Renzo Rosso ed essersi dimesso dalla carica di direttore creativo del brand, trenta da quando ha ricevuto il primo ANDAM Fashion Award, tornerà finalmente per essere padrone della nomea che è riuscito col tempo ad ottenere. In una rarissima dichiarazione, Martin aveva affermato di voler lasciare l’industria data la situazione in cui si ritrova la moda oggi.

“Molti dicono che la moda ha una memoria corta e che è ossessionata con l’attualità e la novità. Ma alcune mostre recenti riguardo il mio lavoro hanno espresso proprio l’opposto,” ha affermato. “La mia terra, il Belgio, è stato il primo paese a onorare il mio lavoro presso il MOMU di Anversa, e poi successivamente Parigi, la mia città adottiva, ha continuato facendo altre due mostre, una al Palais Galliera e un’altra al Musée des Arts Décoratifs.

“Un bellissimo omaggio a un periodo di durissimo lavoro e disciplina, iniziato in giovane età e continuato per più di 30 anni, fino al 2008 — proprio l’anno in cui ho capito che non potevo più continuare a vivere sotto quest’incessante pressione e una domanda commerciale esponenzialmente in crescita. Mi sono sempre dispiaciuto di questa overdose di informazione apportata dai social media, distrugge il ‘brivido dell’attesa’ e cancella ogni forma di sorpresa, così fondamentale per me. Oggi però, sono contento di vedere un nuovo interesse per la creatività nella moda da parte di giovani designer.”

Visto fino a che punto è stata imponente e pervasiva la sua influenza nel mondo della moda, e per segnare quest’anno speciale nella storia, abbiamo chiesto a quattro persone che hanno conosciuto e lavorato assieme a Martin Margiela di raccontarci in che modo il designer ha plasmato la loro persona, oltre a parlarci della sua eredità che ha perdurato per tutto questo tempo.

Kristina De Coninck: “My First, My Last, My Everything”
Kristina De Coninck è un’artista diventata modella e musa di Margiela, la cui amicizia è rimasta intatta fino ad ora. Kristina divenne una modella quasi per caso, all’età di 26 anni, quando è stata scoperta in un caffè di Anversa, dove il fotografo Ronald Stoops (marito della truccatrice preferita di Margiela, Inge Grognard — Anversa è davvero una città molto piccola) si guadagnava qualche soldo extra versando birre.

È stato lui a convincermi di fare un casting per il designer Dirk Van Saene, uno dei Sei di Anversa. Martin Margiela vide per caso lo shooting finale e il resto è storia: Kristina si trasferì a Parigi, affittò un piccolo appartamento e iniziò a lavorare con Martin.

“Martin ha sempre dimostrato tantissimo rispetto per le modelle, si capiva dal modo in cui parlava con noi. Molti dei ricordi più felici che ho con Martin sono legati alla musica che ascoltavamo insieme, ci siamo divertiti troppo! In una delle sue sfilate — al Conciergerie di Parigi — e anche l’anno scorso alla sua mostra al Musée Gallièra, ha incluso nella line-up la mia canzone preferita: Loving You di Minnie Ripperton. Avete idea di come mi abbia fatto sentire questa cosa? Ero al settimo cielo!

“Poi penso a quei momenti in cui non riuscivamo a smettere di ridere, i momenti in cui mi sono sentita davvero capita. Le volte che lo vedevo lavorare, era così concentrato, mi scioglievo solo a guardarlo! Spesso, Martin mi faceva vedere che cosa creava, e quello non era moda, era qualcosa di completamente diverso, erano così originali che mi ricordo ancora com’erano fatti quei pezzi. Mi emozionava il pensiero che lui condividesse queste cose con me. Grazie a lui ho imparato che nella vita ci vuole fegato, coraggio e determinazione … ma tutte queste parole così forti hanno senso solo se crescono su una base di sensibilità, tenerezza, attenzione, devozione, di prendersi cura e credere in te stesso.

“Riassumere una vita intera in una frase non è facile, ma mi viene in mente una canzone d’amore, My First, My Last, My Everything di Barry White e quando la ballavamo insieme — ero in paradiso!”

1567764267197-2017-05-13_18-26-57

Jean Paul Gaultier: “Ammiro la sua irremovibile posizione riguardo l’atto creativo”
Il primo famosissimo lavoro di Martin Margiela a Parigi è stato quello per Jean Paul Gaultier, il quale lo reputa il miglior assistente che abbia mai avuto.

“Ero nella giuria dell’Accademia di Anversa l’anno delle sfilate dei designer che ora vengono chiamati I Sei di Anversa. Martin era un anno più grande e avevo già sentito molto parlare di lui, ma non l’avevo mai visto. Un mio amico che lavorava per il giornale Libération mi ha chiesto di incontrarlo. Quando lo conobbi e ho visto il suo lavoro gli ho detto immediatamente che era già prontissimo per creare il suo brand e che non aveva bisogno di fare alcun tirocinio. Lui però insistette perché lo prendessi a lavorare con me. Rimase con me per tre anni, è stato il mio miglior assistente, diventò un mio caro amico, e quando mi disse che aveva deciso di lasciare JPG e creare il suo brand non ho potuto far altro che augurargli buona fortuna."

“Penso che alcune delle cose che ha deciso di fare sono state innescate da quello che ha visto lavorando assieme a me. Ero parte della prima generazione di designer presenti nei media e lui invece scelse totale anonimato, non facendosi mai ritrarre o intervistare. Penso inoltre che condividiamo lo stesso amore per le trompe à l’oeil e la reinterpretazione del classicismo. L’ho sempre ammirato per la sua irremovibile posizione riguardo l’atto creativo e per la sua forza di stare lontano dalla moda, una volta deciso di uscire da quel mondo.”

Sonja Noël: “Non sapevo proprio cosa pensare della sua prima collezione: bella o brutta?”
La retailer belga Sonja Noë è appassionata di moda tanto quanto lo era quando ha aperto il suo primo negozio Stijl in rue Dansaert a Bruxelles, dove vende brand come Ann Demeulemeester, Rick Owens, Haider Ackermann, Dries Van Noten, Y/Project, Raf Simons e Martin Margiela. Ha aperto il primo negozio monomarca di Martin Margiela nel 2001, in una casa del 18esimo secolo, sempre a Bruxelles.

“Mi ricordo la sua prima sfilata molto bene — sopratutto perché non sono riuscita ad andarci, stavo partorendo il mio primo figlio proprio quel giorno! Ho visto un video della sfilata più tardi, poi ho visto i suoi vestiti nello showroom e non sapevo cosa pensare della collezione: era bella o brutta? I tagli delle giacche di Margiela sono molto stretti sulle spalle e nelle maniche, e quello era un momento in cui tutti gli altri disegnavano spalle larghissime. I suoi pantaloni, invece molto ampi, avevano la forma del ginocchio già pronunciata, come se fossero già stati usati, e tutte le cuciture erano visibili, sembravano non-finite. Alla fine mi è piaciuta, la collezione, quindi ho ordinato tutta la collezione interamente — e ho ricevuto proprio i vestiti dello showroom, visto che la sua prima collezione non era entrata nemmeno in produzione. Ho ancora alcuni di quei capi e ho intenzione di donarli al Museo della Moda di Bruxelles.

“Poi, quando ho aperto il negozio Margiela, lui è arrivato da Parigi per dirmi come doveva essere fatto — fece delle foto a tutto ciò che avevo disegnato e ci disegnò sopra con un pennarello bianco. Ci mettemmo delle porte di legno, pesanti finestre di vetro, pavimenti di marmo bianco e lampade di cristallo … tutto era stato riciclato e poi verniciato di bianco, ricoprimmo le lampade di mussola bianca per rendere l’ambiente più intimo. Martin sapeva esattamente cosa voleva ed è una cosa che rispetto molto.

“Il suo lavoro è sempre stato una rivelazione, sempre nuovo e sorprendente. Dalle location delle sue sfilate agli inviti che mandava alla stampa e ai buyer, la sua scelta delle modelle —fino al punto di come dovevano essere i loro capelli e il loro trucco. Poi c’erano le collezioni, non faceva mai pre-collezioni, quindi, come buyer non sapevamo mai cosa aspettarci. Martin ci ha dato così tante idee nei suoi vent’anni di carriera che ispireranno i designer per i prossimi mille anni.

“Era un artista. Lui si rifiutava di parlare dei suoi design — ma i suoi vestiti raccontavano la sua storia. Ha influenzato enormemente il modo in cui percepisco la moda.”

1567764964760-_VET0159

Demna Gvasalia “Distruggere per poter creare”
Come prima occupazione dopo essersi laureato alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa, Demna Gvasalia ha lavorato per la Maison Margiela a Parigi. Ora è uno dei più amati designer contemporanei, direttore creativo di Balenciaga e fondatore del brand VETEMENTS, dove, prima di lasciare il brand quest'anno, ha reso omaggio all’energia e allo spirito che Martin gli ha instillato.

“Penso al periodo in cui ho lavorato per Margiela come se fosse una specie di Master dopo l’Accademia di Anversa. Lavorando lì ho scoperto che la bellezza può essere scovata in tutto ciò che ci circonda, oggetti banali possono essere trasformati in concetti creativi e diventare un prodotto completamente nuovo.

“Non ho mai lavorato con, tantomeno conosciuto, Margiela in persona, però mi sono istruito grazie ai suoi lavori che ho scoperto negli archivi, mi ha innescato l’interesse per questo tipo divestiario. Ho scoperto che la creatività può manipolare gli scarti e le banalità in qualcosa di grandioso e di completamente nuovo. Margiela mi ha fatto ‘pensare’ i vestiti.

“Il suo approccio mi ha spiegato che la creatività non deve avere limiti. Lavorando da Margiela ho imparato che si può fare un vestito stupendo partendo da una vecchia borsa della spesa. Ho anche scoperto la creatività immensa che si sprigiona quando non si possiedono troppi mezzi. In questo modo ho definito la mia identità creativa.

Da Margiela ho imparato molto di più sui vestiti, su come innamorarmici, rivoltandoli dentro-fuori, sopra-sotto. Da Margiela ho imparato che devi essere disposto a distruggere un abito, per crearne uno nuovo. Questa è forse una delle cose più importanti che mi ha lasciato in eredità Margiela: distruggere per poter creare."

Segui i-D su Instagram e Facebook

Crediti

Testo di Ninette Murk

Se volete entrare nel backstage della sfilata S/S 2020 di MM6, la seconda linea di Margiela, vi ci portiamo noi:

Questo articolo è apparto originariamente su i-D UK

Tagged:
Features
Maison Martin Margiela
Martin Margiela
Jean Paul Gaultier
Anversa
demna gvasalia
storia della moda
designer iconici
Kristina De Coninck
Sonja Noël